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La memoria senza resistenza è una commemorazione vuota: il 25 aprile di Pasolini

| Federica Colucci

Tempo di lettura: 9 minuti

La memoria senza resistenza è una commemorazione vuota: il 25 aprile di Pasolini
Pasolini non è un ricordo, ma un’urgenza. La sua denuncia del vuoto democratico è più attuale che mai. Oggi, la resistenza non è solo memoria storica, ma un atto vivo, che si manifesta nelle lotte di studenti, femministe e movimenti per i diritti. Il 25 aprile non è una festa, è una scelta quotidiana di resistenza.

Nel 1968, Pier Paolo Pasolini scriveva parole che risuonavano come un colpo secco nel cuore di un’Italia che, a distanza di decenni dalla fine della Seconda guerra mondiale, sembrava aver tradito sé stessa.

Diceva:
“La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratiche-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline.”

Un’immagine durissima di un paese che non solo aveva smesso di camminare verso il futuro, ma aveva cominciato a inginocchiarsi davanti a un passato che non voleva morire. Pasolini non parlava solo di una nostalgia per un’epoca passata, ma di una realtà incancrenita: la democrazia che diventava una facciata vuota, la partecipazione trasformata in una farsa. Il paese, ormai disilluso, stava morendo dentro. E oggi, nel 2025, queste parole, come un’eco lacerante, ci chiedono: cosa resta davvero di quella diagnosi? Cosa è cambiato?

Non si celebra, si resiste: Pasolini è ancora qui

Chi ha incontrato Pier Paolo Pasolini – attraverso una pagina, un film, un’intervista strappata al tempo – sa che non si esce indenni. Non era solo un intellettuale, era una scossa. Un cortocircuito tra pensiero e realtà. Ogni sua parola – scritta, filmata, gridata o sussurrata – apriva una crepa. Non cercava l’applauso, cercava verità. E la verità, nel suo mondo come nel nostro, è ancora un atto di resistenza.

Pasolini non descriveva: denunciava. Non analizzava: accusava. E lo faceva con una lucidità che oggi brucia più che mai. Aveva capito prima di tutti – e meglio di tutti – che il pericolo non veniva solo dal potere, ma dall’indifferenza. Da quella complicità silenziosa che trasforma ogni cittadino in spettatore. Che addormenta le coscienze in nome della modernità, del benessere, della convenienza.

Quando scriveva che “la Resistenza e il movimento studentesco sono le due uniche esperienze democratiche-rivoluzionarie del popolo italiano”, non lo faceva per nostalgia. Non era un esercizio di memoria, era una diagnosi. Perché già allora vedeva il vuoto crescere. Vedeva il deserto morale avanzare, travestito da progresso. Intuiva che dietro la promessa della modernizzazione si nascondeva una mutazione profonda, silenziosa, irreversibile. La morte delle culture popolari. L’omologazione delle coscienze. L’asfissia del dissenso.

Oggi, questo vuoto è diventato sistema. È nei talk show che scambiano il rumore per confronto. Nella politica ridotta a spot pubblicitari. Nella trasformazione del 25 aprile in una liturgia senza carne. Ogni anno celebriamo la Liberazione con discorsi preconfezionati, ghirlande d’ordinanza, inni sbiaditi. Tutto corretto. Tutto formalmente ineccepibile. Ma sempre più lontano dal suo senso più autentico: quello di una lotta viva, urgente, quotidiana.

Pasolini ci aveva avvertiti: la memoria è un atto politico. E se la Resistenza diventa folklore, allora abbiamo smarrito il suo messaggio. Non basta ricordare. Bisogna scegliere. E agire.

Oggi, più che mai, Pasolini ci serve. Non per essere celebrato, ma per essere ascoltato. Non per riempire una citazione, ma per aprire una ferita. Perché il suo sguardo continua a interrogarci: da che parte stai? Perché in un tempo fatto di disuguaglianze nuove, di razzismi che si mimetizzano, di autoritarismi digitali e accattivanti, non c’è spazio per la neutralità. Il fascismo che lui descriveva – quello senza camicie nere, ma con vetrine scintillanti e microfoni sempre accesi – è diventato norma. Non urla più, sussurra. Parla il linguaggio della pubblicità, della paura, della rinuncia.

Per questo il 25 aprile non è una festa. È un banco di prova. Un confronto diretto con le nostre contraddizioni. E tornare a Pasolini non è un salto indietro. È l’unico modo per andare avanti davvero. Perché lui ci costringe a pensare. A scegliere. A disubbidire, se necessario.

La sua eredità non è un patrimonio da custodire. È una miccia da accendere. Perché la resistenza – quella vera – non si celebra. Si vive. Ogni giorno.

Ed è proprio da qui che vogliamo partire: da Pasolini come chiave per comprendere – e interrogare – il nostro presente.

Democrazia o illusione? Il dubbio pasoliniano non è mai passato

Oggi la situazione appare certamente diversa. Non viviamo più nell’Italia post-fascista degli anni Settanta, né nel mondo dominato dalla TV centralizzata e da una cultura nazionale monolitica. Tuttavia, alcuni tratti del “vuoto democratico” di cui parlava Pasolini sembrano aver attraversato il tempo, trasformandosi in forme nuove e forse ancora più insidiose.

Allora, il conformismo era quello che passava attraverso lo schermo televisivo, la pubblicità, un consumismo che appiattiva le coscienze. Oggi, quel conformismo è diventato algoritmico. Scrolliamo, reagiamo, partecipiamo in modo virtuale, ma raramente trasformiamo la nostra indignazione in azione collettiva. Il rischio, ora, non è più solo il “qualunquismo” tradizionale, ma una saturazione informativa che ci porta all’impotenza, a una sorta di paralisi da sovraccarico. La protesta diventa chiacchiera, il dissenso uno sfogo senza seguito.

Ma sarebbe ingiusto ridurre tutto a un “deserto”. Esistono oggi esperienze vive che, se Pasolini fosse ancora tra noi, probabilmente noterebbe con attenzione: movimenti studenteschi, battaglie femministe, proteste ambientali, mobilitazioni per la Palestina, per i diritti dei migranti, per una scuola pubblica che non muoia. Queste sono, forse, le nuove “esperienze democratiche-rivoluzionarie” del nostro tempo. Esperienze che portano ancora con sé una speranza di cambiamento, di risveglio.

Il vero problema, però, è il riconoscimento di queste esperienze. Troppo spesso vengono ignorate, ridicolizzate o addirittura represse. La partecipazione è vista come un disturbo, l’impegno come ideologia. Il potere, oggi più che mai, sa come neutralizzare il dissenso, anche quando questo si manifesta in modo pacifico e creativo. La protesta viene trasformata in spettacolo, il dissenso in circo mediatico. Le voci scomode vengono addomesticate o silenziate, mai davvero ascoltate.

Ecco perché la domanda di Pasolini resta ancora aperta, più che mai urgente: “C’è ancora una democrazia vera in Italia?” Non basta rispondere “sì” con un voto. Dobbiamo chiederci se le istituzioni ci ascoltano davvero, se la cultura critica ha uno spazio vitale, se la scuola forma alla libertà e non solo alla produttività. La democrazia è ben più di una formalità. È un atto continuo di partecipazione, di critica, di scelte consapevoli.

Pasolini amava usare una frase spiazzante: “Io so.” Non perché avesse la pretesa di sapere tutto, ma perché aveva scelto di non voltarsi dall’altra parte, di non accontentarsi di facili illusioni. Oggi, più che mai, il suo invito è ancora valido: sapere, analizzare, scegliere da che parte stare.

Parlare di Pasolini non è un atto di nostalgia. È, piuttosto, un modo per leggere il presente con occhi meno assuefatti, per vedere ciò che troppo spesso cerchiamo di ignorare. Se quel “vuoto” che lui denunciava ci fa ancora paura, significa che c’è bisogno di riempirlo. Non con parole vuote, ma con pensiero, con disobbedienza, con resistenza. Il tempo che viviamo ci chiede di scegliere. E Pasolini ci ricorda che non farlo equivale a tradire.

Il 25 aprile non è una data. È una domanda. E oggi, sono gli studenti a rispondere

Ogni anno, il calendario ci ricorda che il 25 aprile è festa nazionale. La Liberazione. La fine dell’occupazione nazifascista. La rinascita della Repubblica. Ma ogni anno, accanto alle celebrazioni ufficiali, cresce una domanda scomoda: che senso ha oggi il 25 aprile? È solo una ricorrenza, una memoria stanca, o è ancora un punto di partenza?

Pasolini ci aveva avvertiti: la memoria, se non la si vive, si svuota. Diventa cerimonia. Retorica. Cartolina ingiallita. Ma la Resistenza non è mai stata un evento da ricordare. È un gesto da ripetere. Un’urgenza da riscoprire. Una postura del corpo e della coscienza. E allora, oggi, nel 2025, dobbiamo avere il coraggio di chiederci: chi sta resistendo davvero? Dove si combatte oggi la battaglia per la libertà?

La risposta non arriva dai salotti televisivi né dai discorsi istituzionali. Arriva dalle università. Dai piazzali occupati. Dai tetti su cui sventolano striscioni scritti a mano. Dagli studenti che scelgono di non voltarsi dall’altra parte.

Le loro tende nei cortili universitari non sono folclore. Sono atti politici. Denunciano il caro-affitti, ma anche il diritto allo studio che si svuota. Protestano contro la guerra, ma anche contro l’indifferenza che la rende possibile. Difendono la Palestina, ma anche il diritto di esprimere solidarietà senza essere criminalizzati. Lottano contro la violenza di genere, ma anche contro il sistema culturale che la giustifica e la riproduce.

Questa è la nuova Resistenza. Senza armi, ma non senza coraggio. Senza partiti, ma non senza visione. Una resistenza fatta di corpi, di voci, di relazioni. Una resistenza orizzontale, fluida, globale. Dove la parola “liberazione” torna a pesare, a bruciare, a significare.

E non è un caso che venga repressa. Perché ogni volta che la democrazia torna vera, il potere si spaventa. E reagisce come sempre: con la forza. Con le cariche. Con la delegittimazione mediatica. Con la retorica dell’“ordine”. Ma l’ordine senza giustizia è solo una maschera. E i giovani lo sanno.

Pasolini direbbe: “Io so”. So cosa significa vedere il dissenso trattato come devianza. So cosa significa urlare in un paese che ha perso l’udito. So che ogni generazione deve scegliere se essere spettatrice o protagonista. Gli studenti di oggi hanno scelto. Non stanno solo protestando. Stanno incarnando, nel loro piccolo, nel loro frammento, quella stessa fame di libertà che animò i partigiani.

Non è un paragone azzardato. È un filo che si tende tra epoche diverse, ma ugualmente segnate dalla necessità di dire no. No all’ingiustizia. No alla guerra. No al conformismo. No all’autoritarismo che avanza in punta di piedi, nei decreti-legge, nelle aule blindate, negli algoritmi che decidono chi merita voce.

Il 25 aprile, allora, non è solo una commemorazione. È un banco di prova. E la domanda che ci pone è feroce: sareste ancora capaci di scegliere da che parte stare, se oggi la libertà fosse in pericolo? La verità è che lo è. Non nei modi del passato, ma con armi nuove e forse ancora più subdole: la saturazione informativa, la disinformazione sistemica, la precarietà come condizione permanente, la criminalizzazione del dissenso.

Gli studenti che oggi occupano gli atenei lo sanno. E agiscono. Si espongono. Rischiano. Danno corpo a quella parola che troppo spesso pronunciamo senza pensarci: “resistenza”. Loro, senza cerimonie, senza bandiere istituzionali, celebrano davvero il 25 aprile. Lo fanno vivere.

Per questo dobbiamo guardarli. Ascoltarli. Smettere di giudicarli con il metro di chi ha accettato che le cose “vadano così”. Perché se il 25 aprile ha ancora un senso, è grazie a chi non lo archivia come una festa da calendario. Ma lo riapre come una ferita viva. Come una possibilità.

Il compito non è conservare la memoria. È accenderla. Rimetterla in circolo. E forse – anzi, sicuramente – il modo più onesto di farlo è stare accanto a chi oggi sceglie di resistere. Anche se non ci somiglia. Anche se ci inquieta. Anche se ci costringe a fare i conti con la nostra stessa resa.

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Il 25 aprile ha senso pieno solo se ci mette in crisi

Se ci spinge a interrogarci, a mettere in discussione certezze, abitudini, silenzi. Non è un giorno di risposte comode, ma di domande necessarie. È il giorno in cui ricordiamo che la libertà non è un bene acquisito una volta per tutte, ma un esercizio continuo, fragile, esposto. E che ogni tempo storico produce nuove forme di oppressione, e quindi nuove forme di resistenza.

Oggi, quelle forme non hanno divise né fucili. Hanno zaini in spalla, megafoni, striscioni. Hanno corpi stesi a terra davanti alle università, mani alzate nei cortei, parole condivise online e fuori da ogni algoritmo. Sono gli studenti, ma non solo. Sono i precari che rifiutano la normalizzazione della miseria. Le donne che non vogliono più difendersi, ma ribaltare i codici. I migranti che attraversano i confini con il solo corpo, sfidando leggi disumane. I giovani che si mettono in gioco, nonostante tutto.

Un 25 aprile vivo è quello che riconosce queste lotte. Che le accoglie nel suo orizzonte. Che non si limita a dire “mai più fascismo”, ma cerca il fascismo dove oggi si annida: nei lager di frontiera, nei contratti senza diritti, nella censura del dissenso, nell’apatia diffusa, nel cinismo elevato a stile di vita. Perché la democrazia non muore solo con i carri armati. Muore ogni volta che la accettiamo senza nutrirla.

La Resistenza non è finita nel 1945, e non finirà finché ci sarà chi ha il coraggio di dire no. Ma quel coraggio non è un dono. È una costruzione. Una scelta che si rinnova. Ogni volta che qualcuno si alza in piedi e dice: “Questa ingiustizia non la accetto. Questo silenzio non mi appartiene. Questo mondo così com’è non basta.”

Ed è proprio questo il compito della memoria: non raccontarci un passato eroico e immobile, ma ispirarci a diventare parte attiva del presente. A non accontentarci del “si è sempre fatto così”. A non cedere al cinismo che ci vuole spettatori. A non smettere di credere che la storia può ancora cambiare — se noi cambiamo il modo in cui ci stiamo dentro.

Per questo il 25 aprile non è solo una festa. È un impegno. Un punto di partenza. Un appello rivolto a ciascuno di noi: scegli da che parte stare. Non solo oggi, ma ogni giorno. Non solo con le parole, ma con i gesti, le relazioni, le scelte concrete.

Il 25 aprile non è mai stato un giorno di “sobrietà”, e non deve diventarlo. Il governo Meloni, con la sua chiamata a “celebrare con sobrietà”, sta cercando di ridurre una giornata di lotta, sacrificio e Resistenza a un rituale vuoto, dove le parole diventano suoni spenti e i simboli svuotati di significato. Sobrietà per cosa? Per non disturbare la narrazione rassicurante che preferisce dimenticare? Per non sollevare troppo la polvere su quel passato che, oggi come ieri, fa paura a chi vorrebbe riscrivere la storia?

Il 25 aprile non è solo una data da segnare sul calendario, né un momento per appendere una bandiera a mezz’asta. È un impegno che ci interroga, ci chiama a rispondere, a non accontentarci. La memoria della Resistenza non è solo una bandiera storica, ma un atto quotidiano che ci sfida a riconoscere i fascismi che oggi si annidano nelle pieghe più sottili della nostra società: nei confini blindati, nei diritti calpestati, nelle voci soffocate. La Resistenza non è finita nel 1945.

La Resistenza è oggi, nel nostro presente, ogni volta che qualcuno alza la testa, ogni volta che rifiutiamo la passività, ogni volta che lottiamo contro l’indifferenza e l’ingiustizia.
Perché ogni generazione ha il dovere di fare propria la Resistenza, di darle vita, di riempirla di senso. E non permettere che diventi solo nostalgia.

Se il 25 aprile ci fa sentire inadeguati, se ci spinge a fare di più, allora sì: è ancora il nostro giorno. Ed è ancora necessario.

Scrive per noi

Federica Colucci
Federica Colucci
Giornalista e project manager con esperienza nella comunicazione ambientale e nell’organizzazione di eventi internazionali. Collabora a progetti che promuovono la sostenibilità e l’educazione ambientale attraverso il giornalismo e la gestione di reti globali.