Comunicare la crisi climatica: una sfida tra tecnicismo ed emozione
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Lessico e nuvole: le parole e il linguaggio del cambiamento climatico in una pubblicazione “open access” e in una mostra in Rettorato dell’Università di Torino, che ha cercato una risposta concreta alla domanda “Cosa fare e quali strumenti usare per far comprendere a tutti la crisi che stiamo vivendo?”.
di Daniela Fargione e Gianni Latini
Per rispondere all’esigenza di studenti e cittadini di conoscere il cambiamento climatico attraverso la voce del mondo della ricerca, l’Università di Torino ha messo in campo svariate iniziative: tra le più importanti e recenti, il progetto Lessico e nuvole.
Quest’ultimo è nato per diffondere il linguaggio della ricerca in ambiti più quotidiani ed estesi, quale il mondo della scuola e del giornalismo, e per far conoscere le numerose altre forme di comunicazione sul tema della crisi climatica.
Sono così nati Lessico e nuvole: le parole del cambiamento climatico – un’aggiornata guida linguistica e scientifica open access, integralmente scaricabile online dalla piattaforma zenodo.org – e la mostra Linguaggio, comunicazione e percezione della crisi climatica, che ha esordito al Festival della Scienza di Genova 2021. La mostra (riallestita in Rettorato a Torino, fino al 30 dicembre) propone, oltre a contenuti, immagini e grafici di tipo scientifico, anche vignette, audio pillole, video e opere d’arte.
La mostra Linguaggio, comunicazione e percezione della crisi climatica è visitabile fino al 30 dicembre 2021 presso il Palazzo del Rettorato dell’Università (Sala Athenaeum, Biblioteca Storica di Ateneo “Arturo Graf” – via Po 17, Torino), Via Po, 17 – Torino
Informazione e comprensione della crisi climatica
Pensiamo alle seguenti espressioni: “effetto serra”, “febbre del Pianeta”, “effetto farfalla”: oltre a essere metafore utilizzate per parlare del complesso sistema climatico, sono esempi di un processo traduttivo che tenta di rendere meno ostici i tecnicismi della scienza, attraverso l’adozione di una formula più colloquiale e comprensibile.
Questo processo è necessario e urgente, in primo luogo per via di alcune caratteristiche del linguaggio tecnico-scientifico.
La prima è la sua iper-specializzazione: affinché esperte e ricercatori possano comunicare in modo efficace, riducendo il rischio di ambiguità, a ogni elemento o fenomeno reale affidano un termine univoco e preciso, con un grande proliferare di neologismi.
La seconda è la sua apparente asetticità: il linguaggio della scienza è percepito come esclusivo veicolo di trasmissione di dati e formule, con l’obiettivo di condividere teorie ed esperimenti comprensibili perlopiù tra pari. La terza deriva dalle due precedenti: di fatto questo linguaggio mal si presta a diffondere i risultati della ricerca al grande pubblico.
Di conseguenza, risulta anche inadatto a suscitare certe emozioni che si ritiene siano da stimolo all’azione: incuriosire e motivare le giovani generazioni; responsabilizzare comunicatori e amministratori; ispirare imprenditori, progettisti, creativi e inventori.
Cosa fare e quali strumenti usare per far comprendere a tutti la crisi che stiamo vivendo?
In primo luogo, “tradurre” i dati e le proiezioni climatiche sottraendosi alla tentazione di semplificare concetti e fenomeni complessi, attraverso l’adozione di un linguaggio capace di riproporre le stesse parole chiave della scienza rispettandone, al contempo, il rigore.
In secondo luogo, per far presa sul pubblico non specialista e sui governi e le istituzioni, occorre mirare al coinvolgimento emotivo.
Non si può certo negare che anche il linguaggio scientifico attinga alla sfera dell’immaginazione e della metafora; basti pensare al caso per antonomasia di Charles Darwin, il quale, per rappresentare l’evoluzione in modo figurativo, ricorre per primo al modello dell’albero della vita. Il che confermerebbe che immagine e immaginazione, nate e consolidate in uno specifico contesto, sanno anche recuperare e rinnovare tutto un patrimonio culturale. Ed è proprio qui, in questa rete di saperi già posseduti e immediatamente riconoscibili, che bisogna inserire il dato nuovo della scienza facendo leva sull’empatia e la simpatia degli individui. Se il messaggio è anche carico di una forza emotiva capace di coinvolgere gli individui, è più probabile che questi ultimi si accostino all’altro – anche non umano – con maggiore immedesimazione e predisposizione all’agire.
Chi, dunque, meglio di scrittori e artisti può farsi carico di questa missione traduttiva?
Del resto, se l’Antropocene è l’età in cui una sola specie – quella umana – lascia tracce indelebili e permanenti del suo disastroso passaggio sul pianeta Terra, un’opera artistica, una poesia o un film possono diventare utili strumenti di rappresentazione e interpretazione (ovvero, di traduzione) dei segni – delle narrazioni – di questo passaggio. L’inedita gravità dei fenomeni meteorologici estremi ha anche accelerato la configurazione e diffusione di forme letterarie (la Climate Change Fiction, per esempio) e artistiche (dalle installazioni alla video art, dalla scultura sottomarina ai murales) che, con stili molto diversi, hanno saputo superare il carattere meramente apocalittico dei primi esempi per cominciare a immaginare possibili mondi futuri in cui l’umano e il non umano imparano a condividere spazi e ad adattarsi ai repentini cambiamenti del clima. L’alternativa, come sappiamo, è l’estinzione.
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