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Conversation from Calais: quando i racconti dei migranti emergono dal buio

| Arianna Cislacchi

Tempo di lettura: 3 minuti

Conversation from Calais: quando i racconti dei migranti emergono dal buio

Un intreccio di iniziative ha portato alla luce la triste realtà del campo profughi: fatica, sofferenza e fuga da un mondo che non ci appartiene più.

La crisi migratoria è un argomento sempre più desensibilizzato. Ci arrivano ogni giorno frammenti di storie, immagini che viste e riviste, fanno cadere nella rassegnazione e in una visione abitudinaria che lascia al tempo quel che trova. Le notizie trasmesse dai media, abilmente arginate e insabbiate dove possibile, permettono al nostro senso di colpa d’attutirsi di fronte a una situazione che, per quanto rappresenti un vero e proprio purgatorio in terra, è inevitabile.

Ci sono tante ragioni per cui è in atto ancora oggi il flusso migratorio, un flusso nella maggior parte dei casi non desiderato: guerre religiose, sfruttamento delle risorse, emergenza climatica e residui del vecchio colonialismo e del nuovo che si fanno strada soffocando sempre più la vita delle persone costrette al “movimento”.
Per comprendere non bastano più le immagini: dobbiamo addentrarci in questa nube, scavare fino alle radici, anche se questo dovesse significare scavare così a fondo da raggiungere il punto più buio. Perché è solo lì che troviamo l’essenza di tutto questo: nel cuore di chi scappa, tra la sofferenza e le mute grida di aiuto.

Conversation from Calais è un’idea nata in Inghilterra da Mathilda, una ragazza che ha voluto raccontare la sua esperienza di volontaria, dopo esser rimasta indignata dal modo in cui i media riportavano con noncuranza le notizie sugli immigrati, sminuendo storie che tutto sono meno che leggere e superficiali.
Conversation from Calais riporta semplici scambi quotidiani e intimi che avvengono tra migranti e volontari, normali stralci di conversazione che toccano l’anima in un luogo che di normale e quotidiano non ha proprio niente. Sul sito https://www.conversationsfromcalais.com/ è possibile stampare raccolte in francese, italiano, portoghese, spagnolo e in altre lingue. Un modo per sentire tra le mani e condividere con chi ci sta accanto o ci attraversa la strada. Riporto alcuni pezzetti, piccoli scorci essenziali, testimonianze, per farvi provare quel che ho provato io leggendoli.

“Mi hai detto che in Iran i melograni erano più dolci e i fiori più colorati. Mi hai detto che disegnare era più facile e che ti aiutava a ricordare. Ho detto che a me aiutava a non dimenticare. Mi hai detto che il tuo colore preferito è il rosso, ma l’Iran aveva perso tutto il suo colore”.

“Stavi seduto in un campo pieno di tende e persone sotto il sole freddo. Eri da solo, lo sguardo a terra, a piangere in silenzio. Mi sono avvicinata a te e ti ho chiesto se potessi aiutare in qualche modo o farti avere qualcosa. Tra le lacrime mi hai risposto che volevi solo un passaporto. Avevi dieci anni”.

La meravigliosa idea di Mathilda ha dato il via a un intreccio di iniziative che hanno portato a galla la situazione della Giungla di Calais, l’insediamento informale di rifugiati e migranti arrivati nel nord della Francia dalle tante rotte via mare e via terra, nella speranza vana di entrare nel Regno Unito. Uno spazio che doveva essere transitorio e invece si è trasformato in un vero e proprio “luogo cittadino”, uno spazio urbano peculiare come lo ha definito Guendalina Piselli, assistente editoriale della rivista d’arte ATPdiary e co-direttrice artistica di Fruit Exhibition che ha curato il progetto “Diciassette” (Diciassette si riferisce alla durata media in anni di un campo profughi), un catalogo che mostra attraverso raccolte e illustrazioni la situazione del campo profughi, un’idea ispirata proprio dall’iniziativa Conversation from Calais e da un altro interessante progetto dal nome The Fountains of Za’atari, creato dall’artista Margherita Moscardini. Za’atari è una tendopoli presente in Giordania nata più di otto anni fa e diventata la quarta città del paese, con strade, scuole, moschee, campi da calcio e ospedali.
Campi profughi, dunque, considerati non come luoghi provvisori, ma come vere e proprio realtà urbane, di sicuro non temporanee come ci si aspetti. Prima della pandemia era prevista una mostra per “Diciassette”, ma data la situazione che stiamo vivendo così come tanti altri eventi, è stata attualmente sospesa.

In attesa di tempi migliori, è possibile fare riferimento al sito ufficiale per un maggior approfondimento del progetto e per chi desiderasse acquistare il libro (https://www.crudotdb.com/bookshop/diciassette). Anche qui, uno stampo del tutto sostenibile, su carta (Favini) prodotta dagli scarti di mais, nato per sostenere Fruit e tutte le sue attività.