Luoghi inospitali: cronache di vita dalle terre siberiane.
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Emette quasi due milioni di tonnellate di gas nell’atmosfera, tra cui il biossido di zolfo. Sotto, nelle profondità del terreno ghiacciato e delle scorie nere, giacciono le ossa di migliaia di persone che furono imprigionate nel Gulag polare. È Noril’sk. In uno dei suoi tanti viaggi, un giovane giornalista riporta i vissuti quotidiani di coloro che chiamano “casa” una delle città più inquinate al mondo. Ma gli abitanti sono onesti e gentili, il che rende la vita più facile, e anche gli estranei attraversano la strada tenendosi per mano, per non farsi portare via del vento gelido.
Ci troviamo nella fredda Siberia settentrionale. Precisamente a nord del circolo polare artico. Al centro di una valle infinita, sorge la città di Noril’sk. Lì vicino, il fiume Yenisei raggiunge il punto in cui il suo flusso gocciola silenzioso nel Mar Glaciale Artico. Osservando un po’ più dall’alto, è possibile vedere l’immensa tundra, oltre la quale s’erge l’altopiano Putorana, una distesa smeraldina attraversata da migliaia di piccoli ruscelli. A immaginarsi tutto questo, sembra di perdersi dentro a una fiaba. Ma si sa, non tutto quel che luccica, è oro. Noril’sk, con i suoi 200.000 abitanti circa, si è aggiudicata il secondo posto come luogo peggiore dove poter vivere sulla terra, sia da un punto di vista ambientale che climatico.
Da 55 gradi d’inverno sotto zero a 30 gradi in estate
Per dieci mesi all’anno persiste un vento pungente e un inverno rigido con temperature che possono danzare attorno ai -55 gradi sotto zero, mentre per i restanti due, spazia una vera e propria estate, con picchi di quasi 30 gradi. Potrà sembrare strano, ma questo tipo di freddo è percepito diversamente rispetto alle temperature umide di Mosca. Il gelo di Noril’sk è più sopportabile di quello di tante altre città. Ma al freddo ci si può “adattare”: con gli indumenti, le strutture, i macchinari giusti. Ci sono altre cose invece che sono ben poco sopportabili, e riguardano l’aria che si respira, che mandi giù e ti attraversa i polmoni: a causa dell’elevata concentrazione di rame e di altri elementi nell’atmosfera, i suoi abitanti sono perennemente colpiti da scariche di nuvole tossiche. Eppure la città pullula di cittadini. Riusciamo a immaginarci di poter vivere in un luogo così inospitale?
I viaggi di Ian Evtushenko
Ce lo racconta Ian Evtushenko, un giovane giornalista nato sotto l’aurora boreale. Ian, originario della città di Noril’sk si è trasferito a Mosca dove è riuscito a gettarsi nel mondo del giornalismo urbano; da allora ha fatto carriera ed è diventato vicedirettore della rivista Hooligan; inoltre, scrive articoli per numerose riviste di cultura e cibo. In uno dei suoi tanti viaggi, Ian racconta di quanto spesso gli capiti di fare tappe improvvisate, vuoi per il maltempo, vuoi per i ritardi di un volo di linea. Ed è successo così, durante un atterraggio, di essersi ritrovato a cambiar rotta, finendo in una città siberiana diversa da quella prevista. Quell’aereo che lo ha portato un po’ più a sud del previsto, gli ha permesso di ripercorrere le strade che conducono alla sua città natia, Noril’sk. Ian è salito su un taxi e scambiando due chiacchiere col tassista, i ricordi sono affiorati chilometro dopo chilometro.
Ian attraversa diversi luoghi, sui quali si sofferma: fuori dal finestrino intravede i vecchi binari del treno, posizionati negli anni ‘60 e lasciati piegare dal freddo; vicino ci sono le primitive barricate progettate da un ingegnere di nome Popov, un tempo prigioniero in uno dei campi di lavoro più settentrionali della Russia stalinista. Da quando sono state create nessuno in sessant’anni è riuscito a trovare il sistema per tenere la neve lontana dalle strade. Un altro posto oscuro s’affaccia poco dopo, la città satellite di Kaierkan – dal macabro significato di Valle della Morte o Posto Proibito. Appesa all’ingresso di un vecchio impianto metallurgico, l’insegna Nadezhda “Speranza”, porta con sé un pesante fardello. Superata la scritta, si intravede finalmente Noril’sk.
Salvarsi dalla “cecità ai colori”
Fino alla metà del secolo scorso, Noril’sk era conosciuta come la “Città di Brawn”: non potevi andarci, a meno che non fossi stato invitato, trattamento che veniva riservato ai cosiddetti coraggiosi lavoratori salutati come “costruttori del comunismo”. L’estremo nord rappresentava a quei tempi l’ultima zona inesplorata per i russi dell’era sovietica. C’è da chiedersi cosa aveva attratto a tal punto la gente, per decidere di stabilirsi in una delle città più invivibili del pianeta. Le motivazioni che pare abbiano reso il tutto più tollerabile sono state tre: un salario di sussistenza, generose ricompense per il duro lavoro e un’abbondante scorta di beni. Grazie agli alti salari, i minatori potevano permettersi di volare a Mosca ogni fine settimana.
Mentre Ian racconta, si intravedono i primi edifici della città: le file di blocchi abitativi sono tutti dipinti con colori pastello: questo permette di salvare i propri abitanti dalla “cecità ai colori”, ovvero la mancanza di qualsiasi colore durante l’inverno monocromatico. Un Lenin di pietra accoglie nella prima piazza i lavoratori che fanno ritorno a casa dalla zona industriale. I blocchi fanno poi spazio a edifici stalinisti e improvvisamente si staglia in una seconda piazza il Noril’sk Project, un istituto polivalente dedicato alle tecnologie metallurgiche: il grosso display arancione e nero che segnala l’ora e la temperatura è il biglietto da visita della città. Vi è un secondo simbolo che porta con sé una storia triste e inquietante, ed è legato alla genesi di Noril’sk. Ai piedi del monte Schmidtikha sbucano delle croci di legno e una piccola cappella. Sotto, nelle profondità del terreno ghiacciato e delle scorie nere, giacciono le ossa di migliaia di persone che furono imprigionate nel Gulag polare, conosciuto un tempo come Norillag. I cadaveri, non ancora decomposti, erano prigionieri che tra il 1920 e il 1940 costruirono interamente la città: tra i detenuti c’erano importanti architetti che la progettarono sotto un stile classico socialista, nell’intento di realizzare la città ideale.
Una città “ideale”, gli scheletri come fondamenta
Nonostante la città di Noril’sk porti con sé una grottesca origine, gli abitanti che ci vivono sono onesti e gentili l’un l’altro. Il tutto rende la vita più facile. Nella città, gli estranei attraversano la strada tenendosi per mano e non possono fare diversamente, il vento pungente è così forte da portarti via. Ian ricorda con nostalgia questa forza collettiva nel suo ultimo giorno prima di partire e lasciare il luogo natio alle spalle: ricorda le raffiche fittissime; la vista offuscata; i vasetti di yogurt Danone esauriti nei negozi e la dieta forzata a base di latte fermentato del caseificio locale, le strade inghiottite dalla neve. Una delle bufere più forti che avesse mai visto. Poi dopo la tempesta, la calma: i bambini con i loro slittini, le battaglie, i pupazzi. Alcuni miti di Noril’sk sono veri: quando dal cortile della scuola la neve occupava talmente tanti metri che la gente doveva scavare un tunnel per tornare a casa. O che a febbraio si nuotava nel lago Dolgy. I tubi del riscaldamento della città lo attraversano e l’acqua raggiunge una temperatura di 15 gradi.
Questa città trasmette sensazioni contrastanti: da un lato alcuni aspetti ci fanno sorridere, lasciano immaginare bellissime scene di famiglie strette l’un l’altra, di persone che si sostengono a vicenda, di grida di bambini in festa e ragazzi che grigliano e si abbracciano sotto l’aurora. Dall’altro, una forte inquietudine ci spinge a ricordare quanto dal punto di vista climatico e ambientale questa città sembri tutto fuorché un supporto alla quotidianità: ogni anno le industrie di Noril’sk emettono quasi due milioni di tonnellate di gas nell’atmosfera, tra cui il biossido di zolfo, uno dei principali responsabili delle piogge acide che hanno devastato circa 100.000 ettari di tundra attorno alla città. Inoltre, gli abitanti hanno un’aspettativa di vita inferiore di dieci anni, rispetto agli abitanti della Russia.
Possiamo dunque parlare di una scelta di vita in continuo adattamento, o un adattarsi alla vita che il destino ha deciso per noi? Che sia per dovere, o per nostalgia, non possiamo che augurare il meglio per i suoi abitanti.
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