Decolonizzare attraverso l’arte: le opere in plastica di Suleimenova che rivendicano la cultura oppressa dei Kazaki

(Nell’immagine di apertura, un’opera di Saule Suleimenova)

«Lo scopo dell’arte decoloniale è reclamare il tuo valore intrinseco». Così Saule Suleimenova, figlia di una famoso architetto, nata nel 1970 e cresciuta ad Almaty (città più popolosa del Kazakistan e capitale dello Stato fino al 1997), introduce la sua visione pittorica, agendo su un piano diverso dall’arte concettuale più distaccata, e compenetrando la razionalità con le emozioni e l’elemento spirituale. Saule realizza opere multisemantiche basate su sperimentazioni con la grattografia, applicate a fotografie moderne e d’archivio miste alla pittura.

Nella sua serie I am Kazakh (2010), cerca di liberare con attenzione gli impulsi e le sensazioni del bello dimenticati e repressi, per restituire alle persone il sapore della vita e il rispetto di sé. Influenzata sin da bambina dalla madre – etnomusicologa esperta alla perenne ricerca del bello nella tradizione kazaka – Saule da artista adotta la decolonialità come pietra angolare della sua arte. Le ricerche della madre si sono concentrate in particolare sulla musica kazaka, argomento considerato selvaggiamente assurdo dai circoli accademici sovietici dell’epoca. Più volte era stata spinta a concentrarsi su studi differenti, come Beethoven o Tchaikovsky, ma nonostante le pressioni, la madre di Suleimenova non si è arresa e ha insistito, dedicando tutta la vita a dimostrare che la musica kazaka non è meno bella, complessa o impegnativa della sua controparte europea.

Dominati dagli zar e dall’Urss

Ispirata dal coraggio materno, la stessa Saule divenuta artista alla giovanissima età di 16 anni, ha realizzato opere che rivendicassero i valori del proprio popolo, liberandolo dall’eredità del dominio russo, che spesso ha visto i kazaki etnici, la loro cultura e la loro lingua soppressi o considerati di seconda classe. Alcune parti del Kazakistan furono annesse per la prima volta dall’Impero russo nel XVI e XVIII secolo, ma il cambiamento più devastante avvenne intorno agli anni ‘30, quando le autorità sovietiche costrinsero i nomadi kazaki sotto la loro giurisdizione a stabilirsi nelle fattorie collettive. Quest’azione ha diffuso una profonda carestia, e parti essenziali della cultura kazaka sono andate perse. Nel frattempo, gli eventi della Grande Guerra nel 1941-1945 portarono alla migrazione forzata di alcuni gruppi etnici in Kazakistan da altre aree dell’URSS.

La campagna agricola delle terre vergini di Nikita Khrushchev a metà degli anni ’50 e ’60 trasformò il Kazakistan in un crogiolo di oltre 100 gruppi etnici, con una significativa popolazione slava trasferita in Kazakistan dalla Russia e dall’Ucraina. Di conseguenza, i kazaki sembravano essere una minoranza nel proprio paese, il che ha influito sulla posizione della lingua kazaka e sulla memoria della storia e dell’identità nazionale.

Rivolte studentesche

Nel dicembre del 1986, Saule scappò segretamente di casa per unirsi alle rivolte studentesche di Almaty contro Gennady Kolbin. Kolbin doveva essere il nuovo leader del Kazakistan, un’etnia russa fondata dal governo centrale di Mosca per sostituire l’allora leader nazionale, Dinmukhammed Kunayev. Una delle sue opere è la riflessione di quegli eventi che sono poi diventati un punto di svolta nell’affermazione del diritto delle persone ad esprimere le proprie scelte e punti di vista. Attraverso le sue opere, Saule cerca di «riconnettere e riconciliare la cultura tradizionale kazaka e l’estetica della rivolta, i dispositivi artistici modernisti, il pathos dell’eternità e la poetica del quotidiano».

Per l’artista il problema principale del Kazakistan contemporaneo è un complesso di inferiorità, una coscienza colonizzata fondata su una dolorosa autoriflessione, tipica delle giovani nazioni postcoloniali. Attraverso la decolonizzazione della visualità e delle nozioni di bello, Suleimenova prova ad allontanare i kazaki da quella concezione di “finto desiderio”, nell’amare oggetti e cose non proprie imposti da una visione di bellezza che non gli appartiene. L’artista rivisita molte versioni del passato e del presente che sono instabili, mutevoli, eppure conservano alcuni elementi ricorrenti e sempre riconoscibili e ricostruibili. Alcuni suoi recenti lavori per il progetto internazionale Ultra-Memory (2012), al confine tra pittura e fotografia, passato e presente, razionale ed emozionale (bello e sublime), producono una sensibilità libera dai vincoli dei canoni estetici, provenienti tanto dal cuore, dall’infanzia, dall’anima, quanto da un’interpretazione analitica concettuale di un individuo esteticamente scaltro.

Nelle opere di Suleimenova risiede l’importanza del materiale utilizzato: la donna infatti adopera semplici sacchetti di plastica. Per l’artista, il recupero di materiale è un modo per reclamare il valore della cultura kazaka. «Ogni essere umano sul pianeta usa la plastica, ma molto brevemente. Consegniamo un prodotto da un negozio in un sacchetto di plastica e lo smaltiamo immediatamente», spiega l’artista. «Questo atteggiamento sprezzante mi ricorda come trattiamo la nostra autostima». Suleimenova, a sua volta, ridefinisce la plastica come qualcosa di bello e importante. «Proclamo che la plastica è un tesoro», dice con fermezza. I motivi e le immagini kazake che crea su queste tele plastiche, una volta anche scartate o gettate via, diventano anch’esse tesori.

Opere ricche di colori, spesso gioiose e divertenti

Le opere di Saule sono solitamente ricche di colori, spesso gioiose e divertenti; ritraggono vissuti quotidiani, o la sconfinata steppa kazaka in tutte le sue stagioni. Altri ancora rappresentano scene tradizionali mescolate con elementi moderni, e donne in festa con abiti e copricapi tipici. Addirittura, in alcuni sfondi, è possibile notare edifici di importanza internazionale, come la Statua della Libertà. Per l’artista, incorporare questi elementi legati a una globalizzazione strisciante è un modo per creare un’immagine di un Kazakistan più autentico. L’uso della plastica però, ha un ulteriore significato per Suleimenova, un significato legato al ruolo oscuro del colonialismo nel passato del Kazakistan. Un sacchetto di plastica – dice – anche quando lo butti via non cessa di esistere, impiega un centinaio di anni a decomporsi. La stessa cosa vale per i ricordi: restano impressi nella mente per molto tempo. Il colonialismo lascia segni su un paese che si riverberano attraverso le generazioni.

In questo modo, le opere mostrano il loro lato buio.

Nella sua mostra Qaldyk Estelik (Memoria Residua), Suleimenova affronta i ricordi traumatici del Kazakistan come paese, utilizzando colori scuri e tenui per rappresentare il trauma nazionale. Possiamo dunque osservare tele rappresentanti campi di concentramento, come quello di Karlag, dove più di un milione di persone sono state detenute tra il 1930 e il 1950 e definite come “nemici del popolo”. Un altro paesaggio ancora mostra famiglie in fuga dalla madrepatria durante la carestia del 1931-1933, dopo che il governo sovietico ha confiscato il bestiame per costringere i kazaki ad abbandonare il loro stile di vita nomade. C’è anche un quadro dedicato agli studenti uccisi durante le proteste di Jeltoksan del 1986, che furono brutalmente represse dalle forze dell’ordine sovietiche.

«Queste opere onorano le vittime dei tragici eventi, molte delle quali non sono state nemmeno adeguatamente sepolte», afferma Suleimenova. «Questa è la mia versione di un rituale kazako in cui il pane shelpek viene cotto per nutrire gli aruah (spiriti ancestrali). Per quei dipinti, ho usato plastica legata al cibo, come i sacchetti della drogheria e gli involucri del cioccolato».

Una aggiunta di autenticità

A parte i significati simbolici di rivincita etica e tradizionale, Suleimenova ha valutato la plastica come aggiunta di autenticità al suo lavoro, soprattutto nelle sue rappresentazioni pittoresche di paesaggi naturali. «Se viaggi attraverso una steppa kazaka, vedrai tonnellate di plastica sporcare il terreno. I pastori locali lasciano molta spazzatura nelle aree di pascolo». L’artista resta perplesso di fronte a dipinti di paesaggi idealizzati e privi di spazzatura: «Questa è una bugia. In realtà, la plastica è diventata una parte inseparabile della steppa, con i sacchetti di cellophane che rotolano lì come erbacce».

Da allora Saule è diventata più incline ai messaggi ambientali che molti ritrovano nelle sue opere. Nel 2019 ha tenuto una masterclass sulla pittura su cellophane per bambini al festival Planet Art di Berlino.

Nel 2020 ha organizzato un progetto nella capitale del Kazakistan, Nur-Sultan, per attirare l’attenzione sul riciclaggio, posizionando speciali eco-box dove le persone potevano donare i loro sacchetti di plastica usati. Sono stati raccolti circa 4.000 sacchi che hanno permesso a Suleimenova di creare un’enorme installazione di 5 metri, nominata The Sky Above Astana.

Ad aprile 2021, ha cominciato con la realizzazione di un progetto simile a Dubai. Nonostante, dunque, l’intento fosse risvegliare i valori etici e profondi del popolo kazako, la sua arte ha indubbiamente avuto un impatto positivo sull’ambiente, spingendo senz’altro altri artisti a seguirne le orme, ma Suleimenova afferma con certezza che siamo solo all’inizio: l’uso dei sacchetti di plastica come materiale artistico e di recupero è appena cominciato, la strada è ancora lunga, ma senz’altro porterà da qualche parte.

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