Di guerra in guerra, la crisi ecologica e politica raccontata nel numero 36 di “Culture della sostenibilità”
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L’editoriale: una lettura radicale della contemporaneità
Viviamo in un’epoca in cui le crisi non si sommano: si moltiplicano. Crisi climatica, tensioni geopolitiche, disuguaglianze sociali e trasformazioni tecnologiche non sono fenomeni separati, ma parti di un unico sistema instabile. È proprio questa la chiave di lettura proposta nel nuovo numero di Culture della sostenibilità, dove l’editoriale firmato da Aurelio Angelini, Dario Padovan e Mario Salomone offre una riflessione ampia e rigorosa sulla fase storica attuale. Il titolo implicito “Di guerra in guerra” sintetizza efficacemente un mondo attraversato da conflitti permanenti, non solo militari ma anche ecologici e sociali.
Gli autori parlano di una «convergenza senza precedenti tra collasso ecologico, riarticolazione delle gerarchie geopolitiche e intensificazione dei dispositivi di guerra», introducendo il concetto di policrisi, ossia una crisi sistemica che coinvolge simultaneamente la natura e la società. Il punto centrale è tanto semplice quanto scomodo: la crisi ecologica non è un incidente di percorso, ma il prodotto strutturale del sistema economico dominante. Come sottolineano chiaramente:
«la crisi ecologica non è dunque un’esternalità del sistema economico, ma un suo prodotto strutturale»
Al centro della riflessione emerge il tema del metabolismo del capitale, cioè il modo in cui l’economia organizza flussi di energia, materie e lavoro. Questo modello, intrinsecamente estrattivo, produce una frattura metabolica che destabilizza gli ecosistemi e le condizioni sociali della vita. La crisi appare così come esito inevitabile di un sistema fondato sull’accumulazione illimitata.
In questo scenario, anche la guerra cambia significato: non è più soltanto un conflitto tra Stati, ma diventa una modalità ordinaria di gestione delle risorse e delle instabilità globali. Energia, acqua e materie prime ridefiniscono gli equilibri geopolitici, mentre l’intreccio tra economia, politica e ambiente rende impossibile ogni lettura settoriale: o li si considera insieme, oppure non li si comprende affatto.
Guerra, necropolitica e gestione della vita
Se la crisi è sistemica, anche le forme di governo lo diventano. L’editoriale introduce così il tema della necropolitica, evidenziando come la gestione della crisi produca una geografia diseguale della vita:
«la possibilità stessa dell’accumulazione (…) dipende dalla produzione di spazi e corpi sacrificabili»
Interi territori e popolazioni vengono esposti a vulnerabilità ambientali e sociali, trasformati in vere e proprie “zone di sacrificio”. La sostenibilità, in questo quadro, rischia di diventare selettiva: protegge alcuni, mentre altri pagano il costo della stabilità del sistema.
È qui che si inseriscono prospettive alternative come l’ecofemminismo, richiamato nel dibattito più ampio sulla sostenibilità. Al centro vi è la categoria della cura, non come semplice valore etico, ma come principio politico capace di ridefinire le priorità economiche e sociali. La cura implica responsabilità verso l’ambiente, attenzione alle relazioni e impegno verso il futuro: un passaggio dalla logica dello sfruttamento a quella dell’interdipendenza.
Gli studi sulla sostenibilità mostrano infatti come crisi ambientale e disuguaglianze sociali — in particolare di genere — siano profondamente intrecciate. Non può esistere sostenibilità senza giustizia sociale. In questa prospettiva, il paradigma ecofemminista non si limita a criticare il modello dominante, ma propone una visione alternativa fondata su reciprocità, relazioni e responsabilità condivisa.
Comunità, educazione e possibilità di trasformazione
Nella parte finale, l’editoriale apre uno spazio più propositivo, individuando alcune direzioni di trasformazione. La prima riguarda la ridefinizione del concetto di ricchezza, che non coincide più con l’accumulo materiale ma con
«il tempo liberato per lo sviluppo delle capacità umane, per la cura e le relazioni»
Si tratta di un profondo ribaltamento delle categorie economiche tradizionali, che sposta l’attenzione dalla crescita quantitativa alla qualità della vita.
Accanto a questo, emerge il ruolo centrale della comunità, intesa come spazio di ricomposizione tra umano e natura. Non un’utopia astratta, ma una possibilità concreta già visibile in molte pratiche sociali. In questo contesto, due strumenti risultano decisivi:
- l’educazione ecologica, capace di sviluppare un pensiero sistemico e critico;
- la nonviolenza, come principio coerente che rompe con la logica estrattiva dominante.
Resta però una tensione aperta: mentre si moltiplicano le pratiche dal basso, le istituzioni tendono a gestire la crisi in modalità emergenziale, concentrando il potere e riducendo gli spazi democratici. È qui che si gioca una partita decisiva.
La crisi, infatti, non è solo distruzione, ma anche un punto di biforcazione: tra un futuro segnato da conflitti e disuguaglianze e la possibilità di una vera “politica della vita”. L’ecologia integrale, proposta dagli autori, non è dunque un semplice obiettivo, ma un campo di lotta teorico e pratico da cui dipende la possibilità stessa di un futuro abitabile.
La “transizione ingiusta”
Il nucleo tematico del volume è introdotto da Vittorio Martone, che parla esplicitamente di “transizione ingiusta”, mettendo in discussione la narrazione dominante della transizione ecologica.
Tra i contributi principali:
- Nicola Cavallotti analizza il caso della Valtrompia, mostrando come lo spazio e il paesaggio siano plasmati dal capitale.
- Ludovica Moro e Alvise Mattozzi affrontano il tema dell’estrazione di materie prime critiche in Europa, evidenziando un “estrattivismo interno”.
- Matteo Lupoli studia il distretto energetico di Ravenna, mettendo in luce le tensioni tra lavoro e ambiente.
- Angelo Castellani si concentra sui rider a Bologna, mostrando come il cambiamento climatico e la precarietà lavorativa si intreccino.
- Sonia Paone e Pio Dello Ioio analizzano l’estrattivismo idrico ad Agrigento.
Il filo conduttore è chiaro: la transizione ecologica, se guidata dalle stesse logiche del capitalismo, produce nuove disuguaglianze.
Come già suggerito nell’editoriale, giustizia sociale e giustizia ambientale risultano inseparabili:
«la pressione sugli ecosistemi non è disgiunta da quella sugli umani e le due pressioni si alimentano reciprocamente»
Ecofemminismo, città, cultura
La terza sezione amplia lo sguardo con contributi teorici e empirici.
Un testo chiave è quello di Francesca Cubeddu, Emiliana Mangone, Giuseppe Masullo e Lucia Picarella, dedicato all’ecofemminismo. Qui emerge la centralità del concetto di cura:
«la parola centrale per il cambiamento (…) è “cura”»
Gli autori sottolineano come la sostenibilità richieda un cambiamento culturale profondo, capace di integrare genere, ambiente e giustizia sociale.
Altri contributi rilevanti:
- Monica Bernardi, sulle trasformazioni degli ecosistemi urbani;
- Miriam Maci, che analizza sicurezza ambientale e conflitti (caso siriano);
- Irene Leonardelli e Silvia Sivini, su donne e innovazione agricola;
- Thomas Albers et al., sulle dimensioni psicologiche del rapporto con i luoghi.
Nel complesso, emerge una visione della sostenibilità come fenomeno multidimensionale: culturale, sociale, politico ed emotivo.
Il bivio del presente, superare la crisi
Questo volume di Culture della sostenibilità non è una lettura leggera. È un numero denso, teoricamente ambizioso e politicamente esplicito. Non cerca neutralità: prende posizione.
Il suo merito principale è la coerenza interna: dall’editoriale ai contributi, tutto converge su una tesi forte: la crisi ecologica è inseparabile dalle strutture di potere del capitalismo contemporaneo.
Allo stesso tempo, evita il fatalismo. Nelle pieghe dei testi emergono pratiche, concetti, tensioni che aprono possibilità: comunità, educazione, cura, conflitto.
Se c’è un limite, è forse proprio la densità teorica, che può risultare impegnativa per un pubblico non specialistico. Ma è un rischio calcolato: questo non è un volume divulgativo, è uno strumento critico.
Un numero che non accompagna il lettore, ma lo mette alla prova. E proprio per questo, oggi, necessario.
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