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Se anche Platone diventa “pericoloso”

| Clemente Porreca

Tempo di lettura: 6 minuti

Se anche Platone diventa “pericoloso”
L’evoluzione della censura, dalle radici nell’antica Roma e Grecia fino all’attuale e paradossale caso del Simposio di Platone, limitato in Texas per i suoi contenuti “non binari”. Attraverso l’analisi di fenomeni moderni come il book banning negli USA e la revisione dei testi in India, si evidenzia come il controllo delle idee non sia un retaggio del passato. Oggi la censura si manifesta come “autotutela” istituzionale, minacciando la salute della democrazia e il libero confronto critico.

Il termine censura, nell’immaginario collettivo, è spesso relegato a retaggio di epoche passate o a regimi autoritari. In realtà la sua è una storia lunga più di duemila anni e a sorprenderci è la sua cruda attualità capace di colpire finanche opere ritenute fondamentali per la cultura occidentale.

La censura nell’antichità

La parola “censura” deriva dal latino censere, ossia “valutare” o “giudicare” e, infatti, nell’antica Roma esisteva addirittura una magistratura chiamata censura, istituita nel 443 a.C. dai Consoli su iniziativa del Senato. La funzione dei censori, registrare la popolazione (censimento), era principalmente di tipo fiscale o militare, ma con il tempo i censores ottennero anche il potere di controllo sulla moralità pubblica: chi era giudicato indegno poteva ricevere una nota censoria, una sorta di marchio di disonore, con importanti conseguenze sociali e politiche.

Situazione diversa quella della Grecia antica, dove, anche se non esisteva un “ufficio” specifico come a Roma, era comunque presente una sorta di controllo del pensiero. A farne le spese, ad esempio, il filosofo Socrate, che nel 399 a.C. venne condannato a morte con l’accusa di corrompere i giovani e di non rispettare gli dèi della città.

Quando i libri diventano pericolosi

Ma è nel XV secolo, con l’invenzione della stampa, che la censura dei libri diventa sistematica. Chiese e governi iniziano a temere che la diffusione dei libri si accompagni ad una circolazione incontrollata delle idee. E nel 1559 la Chiesa cattolica istituisce l’Indice dei libri proibiti, un elenco di opere considerate pericolose per la fede e/o per la morale. Peccato che tra le opere censurate figurino anche quelle di filosofi, scienziati e scrittori che ancora oggi studiamo normalmente a scuola, come Guglielmo d’Ockham, Luciano di Samosata, Pico della Mirandola, Boccaccio e addirittura Dante.

Nel corso dei secoli altri grandi autori classici, ed i loro relativi capolavori, hanno avuto problemi con la censura. Fra essi figurano Madame Bovary di Gustave Flaubert che nel 1857 finì sotto processo per oscenità, Ulisse di James Joyce, pubblicato nel 1922, vietato per anni in diversi paesi perché giudicato scandaloso, I fiori del male di Charles Baudelaire del 1857 dove sei componimenti furono rimossi dalla prima edizione perché considerati troppo licenziosi e La fattoria degli animali di George Orwell del 1945, ancora oggi vietato in Kenya, Cina, Cuba ed Emirati Arabi per via della sua allegoria anti-totalitaria.

Il caso del Simposio di Platone

Ultima vittima, in ordine cronologico, il Simposio di Platone, oggetto di limitazioni e critiche da parte della Texas A&M University per alcune sue parti ritenute problematiche, o se preferite, “non binarie” e, quindi, non in linea con le politiche di genere attuali. Il brano in questione è il discorso di Aristofane, meglio conosciuto come il “mito dell’androgino”, dove si narra che in origine esistevano tre generi (maschile, femminile e androgino) e che l’amore può essere fluido e sorgere indipendentemente dal sesso.

Il paradosso è evidente: un testo fondamentale per la filosofia occidentale viene messo in discussione non per la sua difficoltà teorica, ma per il modo in cui parla dell’amore e del desiderio.

La censura oggi

La censura non è un fantasma del passato, anche nel mondo contemporaneo i libri continuano a essere contestati o rimossi. Il caso del Simposio si inserisce nel più vasto fenomeno denominato book banning. Secondo Pen America, ed altri osservatori, nell’anno scolastico 2024-25 oltre 6.800 libri sono stati banditi in 87 distretti scolastici in 23 stati. Sensibilmente in calo rispetto ai 10.000 dell’anno precedente, ma ben tre volte quelli del 2021-22. L’American Library Association (ALA) ha registrato nel 2024 oltre 2.400 tentativi di censura di testi, in particolare quelli che affrontano questioni di razza, identità di genere e inclusione. Un recente rapporto evidenzia che circa il 72% delle richieste di censura non provengono da singole famiglie o da insegnanti prudenti, bensì da gruppi organizzati, amministratori e funzionari eletti.

A guidare la classifica il Texas con 1781 libri banditi nel 2024-25 solo nei distretti scolastici, scavalcando la Florida che aveva guidato la classifica negli anni precedenti. E non si tratta solo di libri estremisti, fra loro figurano Looking for Alaska di John Green, The Handmaid’s Tale di Margaret Atwood, Beloved di Toni Morrison, The Color Purple di Alice Walker e The Kite Runner di Khaled Hosseini. “È un grande shock per me”, scrive su Instagram Julianne Moore, attrice e premio Oscar, quando scopre che sul rogo è finito anche il suo testo Freckleface Strawberry.

A testimonianza dell’aria che tira, basti pensare che anche per la lettura dell’opera autobiografica HillBilly Elegy, dell’attuale vicepresidente degli Stati Uniti Y.D. Vance, viene raccomandata un’attenzione rafforzata. Lo stesso Stephen King ha recentemente dichiarato di essere, negli USA, uno degli autori più censurati, con rimozione, nei distretti scolastici, di molte sue opere.

Di “censura senza precedenti” ha parlato Jul, pseudonimo di Julien Berjcaut, noto fumettista e disegnatore francese, che si è visto cancellare all’ultimo momento la stampa di 900.000 copie di un testo per le vacanze che proponeva un adattamento illustrato de La Bella e la Bestia. Questo perché alcuni temi ed illustrazioni sono stati giudicati non idonei ai giovani lettori di quinta elementare a cui era destinata l’opera.

Altro caso recente: un libro da colorare, con contenuti pro-Palestina, bloccato in Francia e Germania, motivando la decisione con la potenziale propaganda ideologica. Diversa è la posizione dell’India in cui l’azione e l’attenzione della censura si sono spostate dai singoli libri alla revisione dei testi scolastici. E, infatti, nel 2025 i libri di testo del NCERT (Consiglio Nazionale di Educazione) sono stati sottoposti a significative modifiche con rimozione di riferimenti alla dominazione musulmana, sostituiti da narrazioni nazionali e reinterpretazioni di figure storiche quali Babur e Akbar.

La censura oltre i libri

La censura contemporanea non colpisce soltanto i libri. Negli Stati Uniti e in Europa si moltiplicano i casi di opere d’arte rimosse dai musei, spettacoli teatrali annullati, film ritirati dai cataloghi delle piattaforme digitali, canzoni riscritte o accompagnate da avvisi di contenuto. Statue abbattute o coperte, dipinti nascosti perché ritenuti offensivi, regolamenti sulle testimonianze storiche, docenti sospesi per aver affrontato temi considerati controversi.

La censura attuale assume forme più sfumate, ma non per questo meno incisive. Spesso non si presenta come un divieto imposto dall’alto, bensì come un atto di “autotutela” delle istituzioni culturali, timorose di polemiche o boicottaggi.

Perché questa ondata?

La narrazione pubblica offerta da chi spinge per i divieti è spesso quella della “protezione dei minori” o della difesa dei “valori familiari”. Ma i dati raccontano un’altra storia: una spinta organizzata a eliminare dal discorso pubblico temi scomodi, che mettono in discussione strutture di potere consolidate o semplicemente hanno la pretesa di raccontare diversità di esperienze umane.

Un paradosso culturale

Il censor di oggi non ha più il volto autoritario di un dittatore con forbici o fiamme, è una censura per delega democratica, in cui istituzioni pubbliche si autocensurano per paura di polemiche, pressioni politiche o perdite elettorali. Il risultato è sempre lo stesso: meno idee disponibili, meno alternative rappresentate, meno libertà di pensiero.

Che un dialogo filosofico come il Simposio di Platone possa essere discusso come materiale “non adatto” per studenti riflette un paradosso più ampio: i classici sono considerati pericolosi non per la loro complessità intellettuale, ma per la loro capacità di evocare questioni etiche e sociali. Mentre opere contemporanee di narrativa vengono rimosse da scaffali, testi che hanno modellato il pensiero occidentale vengono messi sotto revisione morale.

La salute della democrazia

Nel 2026 la lotta per il diritto di leggere non si prospetta come una battaglia accademica o nostalgica, al centro del dibattito pubblico occorre chiedersi quale cultura vogliamo trasmettere alle future generazioni. Se persino Platone può finire nel mirino della censura, allora il livello d’allarme si alza, interessando la salute della democrazia.

Ci sembra che tanti, forse troppi, sono entusiasti di essersi arruolati nel corpo dei vigili del fuoco a cui appartiene Guy Montag, il protagonista del romanzo Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, pronti ad esclamare “era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose distrutte, vederle annerite, diverse”.

Perché i classici resistono

La storia dimostra però che i libri riescono quasi sempre a sopravvivere alla censura e, infatti, opere un tempo proibite sono oggi considerate fondamentali. Questo succede perché la letteratura e la filosofia non servono solo a comprovare quello che già pensiamo, a confermare l’esistente, ma anche a mettere in discussione le nostre idee e convinzioni.

I classici continuano a essere letti proprio perché affrontano temi universali, sono capaci di trasmettere ai giovani la forza di pensare ed immaginare mondi anche diversi dal proprio.

Una domanda per il presente

Il fatto che opere antiche come il Simposio possano ancora essere oggetto di polemiche ci ricorda una cosa importante: la libertà di leggere e di discutere le idee non è mai garantita una volta per tutte. Ogni generazione ha il dovere di stabilire se la cultura deve essere uno spazio di confronto e di pensiero critico oppure qualcosa di controllato e rassicurante.

Ed è forse proprio questo il motivo per cui, dopo più di duemila anni, continuiamo ancora a leggere Platone.

Scrive per noi

Clemente Porreca
Clemente Porreca
Porreca Clemente, docente a tempo indeterminato presso l'I.I.S."Albert Einstein" di Torino. Laurea in filosofia ed insegnante nei corsi PNRR DM 65/23 e DM 66/23 su varie tematiche quali: applicativi informatici per l'inclusione, fake news, intelligenza artificiale, sicurezza in rete e cyberbullismo. Formatore ed esaminatore ICDL, DigComp, DigComp Edu