E l’uomo bianco formò la Terra a sua immagine e somiglianza

Dal genocidio all’onnicidio. La conquista occidentale del mondo sterminando popoli e visioni vitalistiche della Natura. Da Amitav Ghosh uno sguardo non occidentale su origini, sviluppi e possibile tracollo dell’Antropocene, ma anche una indicazione su come evitarlo ascoltando le voci di tutti gli esseri visibili e invisibili che abitano Gaia.

(Nell’immagine di apertura, I Cavalieri dell’Apocalisse, 1887, di Victor Vasnetsov. Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2649874)

Della storia mondiale e dei problemi attuali del mondo abbiamo una visione etno/eurocentrica. Essendo la popolazione dell’Unione europea circa un diciottesimo di quella mondiale forse sarebbe meglio prendere meglio in considerazione anche gli altri 17 diciottesimi.

Per fortuna ogni tanto arriva un libro di Amitav Ghosh che pur vivendo a Brooklyn non dimentica di essere nato a Calcutta, a strigliare gli intellettuali (La grande cecità) o, come nell’ultimo libro tradotto in italiano per Neri Pozza da Norman Gobetti e Anna Nadotti (La maledizione della noce moscata. Parabole per un pianeta in crisi, pp. 368, euro 18,05), a ricostruire origini e sviluppi dell’Antropocene dal punto di vista dei popoli e delle terre vittime dell’Occidente.

Fort Belgica, una delle fortificazioni olandesi per il controllo delle isole Banda.

Il punto di partenza è da un piccolo e sperduto arcipelago delle Molucche, dieci isole (appena 180 kmq in tutto), benedette (o maledette, come si vedrà) dalla presenza (lì e allora solo lì) della oggi «insignificante e a buon mercato», ma a quel tempo ricercata e preziosissima, noce moscata e del suo endocarpo, il macis. Una manciata bastava «per comprare una casa o un vascello».

Nell’aprile del 1621 le truppe della capitalista Compagnia olandese delle Indie orientali (in acronimo VOC) per consolidare il monopolio delle ambite spezie diedero inizio allo sterminio sistematico dei quindicimila abitanti dell’arcipelago. I pochi sopravvissuti furono fatti schiavi e deportati.

Il genocidio operato dagli olandesi (non l’unico e, come è noto, non solo da loro), commento Ghosh, «non fu che un episodio nel processo di colonizzazione, allora in corso su scala assai più vasta dall’altra parte della Terra, nelle Americhe» e che porta allo sterminio delle popolazioni originarie calcolato tra il 70 e il 95 per cento. Per lo scrittore il criminale episodio di sterminio avvenuto nel 1621 nelle Banda è comunque paradigmatico dell’appropriazione europea di larghe parti del pianeta.

  1. Dipendiamo sempre di più dalla materia vegetale

La prima considerazione di Amitav Ghosh è che a quattro secoli dalla strage delle Banda, e perfino rispetto a cinquemila anni fa, siamo più dipendenti dalla materia vegetale e non solo per il cibo. La maggior parte dell’energia la maggior parte della circolazione delle merci vengono infatti da combustibili fossili, cioè da materia vegetale: «siamo ogni giorno più schiavi dei prodotti della Terra». La storia dei bandanesi (che Ghosh è riuscito a ricostruire nei dettagli, grazie anche a un viaggio nelle Molucche) diventa così più vicina al presente, addirittura «una prefigurazione del presente».

  1. Un filo lega le pratiche di sterminio nei vari capi del pianeta

Più o meno negli stessi anni gli inglesi applicavano ai nativi del Nordamerica la stessa tattica olandese del brandschatting (incendiare e radere al suolo i villaggi contadini) usata nella Guerra dei Trent’anni. E sempre in quegli anni il lord e filosofo inglese Francesco Bacone affermava il diritto degli europei cristiani (“civili” e “ordinati”) di «eliminare dalla faccia della terra» i popoli “selvaggi” («exterminare penitus ex caetu hominum et a facie terrae licebit»). Exterminare, tra l’altro, viene da “terminus” e i confini nazionali rischiano, ci ricorda Ghosh, in mancanza di nuovi meccanismi di salvaguardia e regolamentazione continueranno a essere il principale campo di battaglia planetario.

L’idea del dominio della natura e la visione meccanicistica del mondo sono la giustificazione ideologica del grande progetto europeo di quei secoli: trasformare gli esseri umani in risorse mute e la Terra in deposito inerte di risorse da espropriare, non importa se «agli amerindi o ai contadini inglesi e scozzesi». La natura era vista come il regno del disordine, analogamente al “femminile” (frequenti sono i riferimenti a Carolyn Merchant): è tra il XVI e XVII secolo che la caccia alle streghe tocca il vertice.

Quanto agli oppressi, erano invece tutti accomunati da una visione opposta, “vitalista”, di un universo come organismo vivente, «animato da una molteplicità di forse invisibili». La violenza contro gli europei poveri (che si manifesta ad esempio con le enclosures) porta anche alla caccia alle streghe. I roghi di donne toccano l’apice negli stessi secoli dell’Età moderna in cui, non per coincidenza, avvengono gli orrori dei massacri coloniali. «Tali processi paralleli di violenza, fisica e intellettuale, erano funzionali all’emergere di una nuova economia basata sul prelevamento di risorse da un Terra desacralizzata, inanimata». Quando invece saperi indigeni tradizionali e la visione vitalistica del mondo (riproposta da James Lovelock con l’ipotesi Gaia) si rivelano molto più adatti a capire la natura.

  1. Le “neo-Europe” frutto di un processo di “terraformazione”

Jack Williamson, Terraforming Earth

Eliminate le popolazioni locali dalle terre conquistate con la forza o con l’inganno, gli europei ne ribattezzano la toponomastica (abbondano le “nuove” qualcosa) e ne ridisegnano il paesaggio. Citando il termine “neo-Europe coniato dall’ecologo Alfred Crosby, Amitav Ghosh sottolinea come l’espansione europea sia stata anche una operazione di trasformazione ecologica e topografica. Per definire la violenta aggressione europea al resto del mondo Ghosh riprende il termine “terraforming” cioè “modellatura della terra” coniato dallo scrittore di fantascienza Jack Williamson nel 1942, che indica originariamente l’ingegneria planetaria per rendere lontani pianeti abitabili dagli esseri umani (idea condivisa da miliardari pazzi alla Elon Musk).

La retorica imperialista esalta questo processo di “terraformazione”, che nei casi di “colonialismo di insediamento” (come nel Nordamerica o nelle Canarie) ha portato a riprodurre effettivamente i paesaggi europei. Si tratta di una «guerra biopolitica» giustificata dall’idea occidentale di «natura» che ne occulta il vero carattere. Malattie (si veda il noto caso del vaiolo diffuso intenzionalmente), sfruttamento ambientale («elemento centrale del progetto» di conquista, che si avvale ad esempio della introduzione di specie europee a danno delle autoctone), malnutrizione e fame (altro caso noto: l’affamamento tramite lo sterminio dei bisonti), lavori forzati, deportazioni sono armi che affiancano regolarmente quelle di militari e civili dediti allo sterminio dei nativi.

Ghosh si richiama ai pensatori della tradizione radicale nera, decostruttori del mito del capitalismo come sinonimo di modernità e innovazione: «la conquista coloniale, la schiavitù e la razza furono essenziali per l’emergere del sistema capitalista».

  1. I combustibili fossili rafforzano il potere, le energie rinnovabili sono sinonimo di libertà

Sempre nel quadro di un disegno di dominio e di profitto si inquadra la diffusione dei combustibili fossili. Essi, infatti, rafforzano il potere delle classi dominanti, mentre l’energia che viene dal sole, dall’aria, dall’acqua «è impregnata di un immenso potenziale liberatorio»: ogni casa, fattoria o fabbrica potrebbe staccarsi dalla rete globale. Al monopolio e alla circolazione dei combustibili fossili si legano geopolitica e conflitti: il controllo «dei flussi di energia globale – osserva Ghosh – è tuttora un ruolo chiave per il domino strategico e l’egemonia globale degli Stati Uniti». A perpetuare l’uso dei combustibili fossili sono dunque interessi più strategici che economici. Proprio come per secoli la chiave del dominio europeo era stato il controllo strategico degli stretti e delle grandi vie del commercio delle spezie e altri prodotti coloniali.

  1. Il capitalismo è una «economia di guerra» che devasta anche l’ambiente

Sul ruolo centrale dell’imperialismo e della geopolitica Amitav Ghosh insiste molto: sono questi gli elementi che hanno assicurato per secoli il dominio globale dell’Occidente, mentre per gran parte del Novecento «la maggioranza della popolazione mondiale ha vissuto in società non capitaliste». Nel dominio, come si è visto, gioca un ruolo fondamentale il militarismo e l’aumento vertiginoso delle spese militari insieme causa ed effetto del cambiamento climatico. Gli apparati bellici consuma una quantità impressionante di combustibili fossili e hanno un’altissima impronta carbonio, ma per gli eserciti ridurre l’effetto serra (che ben conoscono e che negli Usa hanno studiato forse per primi) non è certo la loro preoccupazione: lee loro strategie «sono volte soprattutto ad affrontare i conflitti creati o esacerbati dal riscaldamento globale: per esempio controversie per l’acqua, guerre regionali, terrorismo, e migrazioni di massa causate da uragani e desertificazione, siccità e inondazioni».

  1. Il clima mette in discussione la distribuzione globale del potere

Il passaggio continuo tra passato (come il genocidio degli abitanti delle Banda) e presente o tra imperialismo e cambiamento climatico nel libro di Amitav Ghosh è fluido e naturale e sempre rimanda alla necessità di abbandonare la visione dominante occidentale del mondo e la presunzione occidentale di potersela cavare meglio. Eventi naturali e pandemia da Covid-19 dimostrano anzi la grande vulnerabilità dei paesi più ricchi e tecnologicamente progrediti, nel quadro di una crisi planetaria sempre più vasta. «In tal senso cambiamento climatico, spostamenti di massa, inquinamento, degrado ambientale, disordine politico e pandemia di Covid-19 sono effetti tra loro imparentati della crescente accelerazione dell’ultimo trentennio. Queste crisi sono non solo interconnesse, ma anche profondamente radicate nella storia, e in ultima analisi indotte dalle dinamiche del potere globale». La cui distribuzione è la vera questione che dovrebbe essere discussa.

  1. L’individualismo patologico trasforma le crisi in tragedia

I sistemi formativi indottrinano però a determinati modi di pensare: l’economia neoclassica e il neoliberismo esaltano l’individualismo, mentre la salvezza sta nella capacità di cooperare. Un altro indottrinamento è che tecnologia e progresso ci salveranno in qualche modo, ovvero che ci sia ancora un futuro. Ai giovani è chiaro che il capitalismo estrattivista «è ormai alla frutta», come lo sanno i miliardari alla Musk che progettano di “terraformare” Marte o preparano un rifugio in Nuova Zelanda, ma il capitalismo deve convincerci che ci sia davanti un futuro indefinitamente lungo, perché se la prospettiva del futuro dovesse venire meno «un effetto domino azzererebbe ogni attività economica». Il denaro perderebbe valore e nulla del capitalismo funzionerebbe più: assicurazioni, quote azionarie, credito, dividendi.

All’Hardin della “tragedia dei beni comuni” Amitav Ghosh contrappone la Ostrom che ha dimostrato come la collaborazione sia possibile, e addirittura un vantaggio evolutivo. L’individualismo patologico trasforma le crisi in tragedia, mentre l’idea di comunanza dovrebbe essere estesa a piante, animali e pianeta, come suggerisce in Chthulucene (dal nome del ragno californiano Pimoa Cthulu) la filosofa statunitense Donna Haraway. Basti pensare al corpo umano, «un’aggregazione di forme di vita che convivono» (Julia Adeney Thomas).

  1. Come unire i movimenti di tutto il mondo

Cooperazione e coevoluzione sono, in effetti, la garanzia migliore di sfuggire a posizioni elitiste, razziste, nazionaliste, suprematiste o addirittura ecofasciste. Essere “ecologisti” non basta, perché il paradigma occidentale ha spesso inquinato anche i movimenti per l’ambiente. Lo stesso Haeckel, fondatore della ecologia come scienza, era «un pensatore razzista di estrema destra». Occorre, sostiene Ghosh citando il papa Francesco («che ha assunto il nome del più sciamanico fra i santi cristiani») della Laudato si’, unire sempre l’approccio ecologico a quello sociale e creare ponti tra le persone in tutto il globo guardando a “tutti i nostri parenti”: «l’intero spettro del non umano, inclusi fiumi, montagne, animali e spiriti della terra».

Ci vuole, insomma, un movimento vitalistico di massa per cambiare cuori e menti in tutto il mondo.

Voci non umane di fronte alla catastrofe planetaria

Il potere, ci ricorda insomma Amitav Ghosh, nasce dalla canna del fucile ma anche dalla capacità di coinvolgimento e manipolazione che inculca modelli competitivi e meccanicisti. Perfino l’immaginaria docente di scienze ambientali di una università americana, vegana, con il fotovoltaico sul tetto, che non viaggia più in aereo, rifiuterebbe l’idea di dover rimuovere l’impronta geopolitica celata sotto la sua impronta carbonio. «Eppure la sua università esercita un significativo potere geopolitico, e di conseguenza anche lei»: detta al mondo le priorità della ricerca, collabora a riviste prestigiose (tutte dell’anglosfera), assegna borse di studio a studenti d’oltreoceano e invita professori stranieri.

Insieme alla sua impronta geopolitica, l’immaginaria professoressa (che è in numerosa compagnia) dovrebbe mettere in discussione il rapporto con l’insieme degli elementi della Terra.

Una gran parte dell’umanità, infatti, considera «la terra un’entità inerte che esiste innanzitutto per essere sfruttata e depredata con l’aiuto della tecnologia e della scienza». È una visione del mondo «che va ben oltre il genocidio e l’ecocidio: prevede e accetta la prospettiva dell’“onnicidio”, lo sterminio di ogni cosa – persone, animali e il pianeta stesso».

La sorte di tutti, conclude lo scrittore, è che le voci non umane «ritrovino un posto nelle nostre storie». «Il pianeta – dice Amitav Ghosh – non diventerà mai vivo per te a meno che i tuoi canti e le tue narrazioni diano vita a tutti gli esseri, visibili e invisibili, che abitano una Terra vivente: Gaia».

Ruolo del nazionalismo e suo rapporto con il capitalismo, onnicidio, importanza dell’ipotesi Gaia: molti punti di contatto con La maledizione della noce moscata. Parabole per un pianeta in crisi nello studio di Daniele Conversi Cambiamenti climatici. Antropocene e politica

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MARIO SALOMONE
MARIO SALOMONE
Sociologo dell'ambiente, giornalista e scrittore, Mario Salomone dirige ".eco" dalla fondazione (1989), è autore di saggi, romanzi e racconti e di numerosi articoli su quotidiani e riviste. Già professore aggregato all'Università di Bergamo, è Segretario generale della rete mondiale di educazione ambientale WEEC, che realizza ogni due anni i congressi del settore.

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