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E poi… l’inquinamento diffuso, le pratiche insostenibili e la crisi ambientale

| Vittoria Blancato

Tempo di lettura: 12 minuti

E poi… l’inquinamento diffuso, le pratiche insostenibili e la crisi ambientale
Mentre il pianeta affronta crisi ambientali sempre più gravi, l’inquinamento diffuso emerge come una minaccia silenziosa e onnipresente, alimentata da azioni quotidiane apparentemente innocue. Non servono catastrofi per alterare gli ecosistemi: basta l’abitudine.

Ogni 22 aprile celebriamo la Giornata della Terra. Ma il giorno dopo, cosa resta? Le crisi ambientali non aspettano ricorrenze: avanzano ogni giorno. Questa rubrica è un invito a guardare in faccia la realtà e agire. Non un simbolo, ma un cambiamento.

In cinque articoli, proviamo a raccontare l’intreccio tra crisi climatica, perdita di biodiversità, inquinamento, emergenza idrica e impatti sociali della crisi ambientale. Non come compartimenti stagni, ma come facce di uno stesso sistema in crisi. Perché non ci sarà una soluzione “tecnica” se non sarà anche culturale, politica, collettiva.

Leggere è già un primo atto di resistenza. Comprendere, un primo passo verso il cambiamento.

Questo articolo è parte del percorso “Giornata della Terra 2025? E poi?”. Perché non basta un giorno per parlare di Terra, scopri la rubrica e le altre tappe del percorso.

Le sfide che il nostro pianeta affronta ogni giorno sono complesse, interconnesse e spesso conseguenza di scelte produttive e abitudini quotidiane non ecologiche. Dalle singole persone alle grandi aziende, ogni gesto — anche il più piccolo — si accumula, se ripetuto da milioni di individui ogni giorno, ed i loro effetti sono ormai evidenti. Proprio per questo, i diretti responsabili dei problemi ambientali non sono sempre facilmente individuabili, essendo in realtà un insieme di concause e non entità specifiche.

Ogni anno la Giornata della Terra, il 22 aprile, ci ricorda quanto sia fragile l’equilibrio del nostro pianeta. Un’occasione simbolica, forse troppo,  presa con insufficiente serietà, per prendere coscienza dell’impatto delle nostre azioni, presenti e passate, per prendere decisioni su quelle che intraprenderemo in futuro, per riflettere sul rapporto tra attività umane e salute della biosfera.

E proprio su questo rapporto, decisamente tossico, ci soffermeremo oggi. 

L’inquinamento diffuso: un attacco su tutti i fronti

Ogni giorno, accendendo la macchina, versando detergenti negli scarichi, lasciando gli apparecchi elettronici in stand-by, contribuiamo — spesso inconsapevolmente o dandogli poco conto — a un fenomeno che è ormai onnipresente: l’inquinamento diffuso. Non servono grandi disastri “visibili” per inquinare un ecosistema, basta la ripetizione di gesti comuni. Il risultato è un ambiente sempre più saturo di sostanze tossiche, invisibili ma persistenti.

L’inquinamento diffuso rappresenta oggi una delle minacce ambientali più insidiose e difficili da affrontare. Definito dal Decreto Legislativo 152/2006 (il Testo unico ambientale – TUA) come “la contaminazione e/o le alterazioni chimiche, fisiche o biologiche delle matrici ambientali determinate da fonti diffuse e non imputabili ad una singola origine”, non è un problema relativo solo alle grandi città o alle aree fortemente industrializzate. Lo si ritrova ovunque, nell’aria che respiriamo, nell’acqua che beviamo, nel suolo che coltiviamo. Si manifesta in forme diverse, spesso non immediatamente percepibili, ma che collaborano e con conseguenze tangibili su ambiente, salute pubblica e qualità della vita. È il risultato di una molteplicità di azioni quotidiane che, sommandosi nel tempo, stanno alterando profondamente l’equilibrio del pianeta.

Il Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152, noto anche come “Testo unico ambientale“, rappresenta la principale normativa italiana in materia di tutela dell’ambiente. In origine, il TUA constava di sei parti, per un totale di 318 articoli e 45 Allegati (ma dalla sua creazione ad oggi, ha subito varie modifiche). Prevedeva e prevede la realizzazione di un certo numero di “decreti attuativi”, per rendere operative le normative e i principi contenuti nel decreto. In realtà in questi anni sono stati ben pochi i decreti emanati, rendendo in parte inefficaci molti degli strumenti normativi previsti. Il TUA resta comunque molto importante, rappresentando il principale strumento legislativo per l’attuazione delle direttive europee ambientali in Italia, oltre che un riferimento per enti pubblici, aziende e cittadini in materia di sostenibilità, impatto e responsabilità ambientale.

L’articolo 239, comma 3 del D.lgs. 152/06 affida alle Regioni la gestione e gli interventi di bonifica e ripristino ambientale delle aree caratterizzate da inquinamento diffuso, ad eccezione dei siti di interesse nazionale (SIN), la cui responsabilità ricade sul MATTM (art. 252 D.lgs. 152/06 – ora MASE, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica). 

All’interno dei SIN troviamo aree potenzialmente affette da fenomeni di inquinamento diffuso, che interessano il suolo e le acque sotterranee. In particolare, si tratta di aree agricole, giardini pubblici in aree urbane, arenili e della presenza di contaminazioni di composti organici ed inorganici oltre i valori soglia (es. organoclorurati, arsenico, boro, solfati, etc.). Ma non è sempre chiaro chi debba intervenire e quando, dato che ogni Regione adotta, sulla base del TUA, regolamenti, piani e norme attuative più specifiche e dettagliate. 

Lo scorso 20 giugno 2024, la Regione Toscana ha formulato un interpello rivolto al MASE riguardo all’applicazione del Decreto di cui sopra, chiedendo chiarimenti su quale amministrazione pubblica sia obbligata a intervenire in caso di necessità di risanamento in aree non riconducibili a un sito specifico, e su chi debba sostenere i costi della bonifica quando non è possibile individuare il responsabile. Il Ministero ha risposto che, in assenza di un soggetto responsabile identificabile, gli interventi di bonifica e ripristino ambientale devono essere considerati come interventi pubblici, con oneri a carico della pubblica amministrazione.

Gli effetti dell’inquinamento diffuso sono molteplici e cumulativi, e proprio per questo sono estremamente dannosi. Volendo provare a riassumerli, si parla di degrado e contaminazione del suolo, delle acque e dell’aria, gravi perdite di biodiversità, esposizioni croniche a sostanze tossiche, con tutte le conseguenze che essi portano sulla salute (umana e non solo). A tutto ciò poi si aggiungono i danni al settore agroalimentare e i costi per i lavori di risanamento.

Le cause dell’inquinamento diffuso sono, come sempre, legate alle attività umane: emissioni di veicoli e impianti di riscaldamento, scarichi non controllati, dispersioni fognarie, depositi e perdite di attività industriali, uso massiccio ed eccessivo di fertilizzanti e pesticidi, solo per citare le fonti più comuni. 

Un singolo articolo non può bastare per analizzare tutte le cause e gli effetti dell’inquinamento diffuso. Abbiamo quindi scelto di concentrarci su quelli che spesso vengono sottovalutati.

Siamo ciò che mangiamo, beviamo, respiriamo: fertilizzanti e pesticidi

Nella Pianura Padana, uno dei territori agricoli più produttivi d’Italia e d’Europa, l’aria sta diventando irrespirabile, l’acqua imbevibile e il suolo sta lentamente morendo. È il prezzo dell’agricoltura intensiva: impiegando da anni dosi eccessive di sostanze chimiche che, se da un lato garantiscono la produttività dei raccolti, dall’altro distruggono l’equilibrio dell’ecosistema, si sono rese necessarie quantità sempre maggiori di fertilizzanti e pesticidi per poter continuare a coltivare campi e serre. 

Una dipendenza chimica che negli ultimi decenni ha garantito abbondanza di cibo, ma che ora presenta un conto salato all’ambiente e alla salute pubblica. Conto che va ad aggiungersi a quello derivante dal settore dell’allevamento, dell’industriale e dalle emissioni dei privati cittadini. 

Da uno studio dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), ogni anno in Italia vengono impiegate oltre 400.000 tonnellate di fertilizzanti chimici e più di 100.000 tonnellate di prodotti fitosanitari. I fertilizzanti, ricchi di azoto, fosforo e potassio, favoriscono una crescita rapida delle colture, mentre i pesticidi – tra cui erbicidi, fungicidi e insetticidi – proteggono le piante da malattie e parassiti.

Ma l’uso di queste sostanze è spesso superiore rispetto al reale fabbisogno agricolo. Un eccesso che non solo non migliora la produttività, ma finisce per accumularsi nel suolo, disperdersi nell’aria e infiltrarsi nelle acque. Molti agricoltori, spinti dalla concorrenza globale e da pratiche standardizzate, seguono ricette agronomiche “preconfezionate” piuttosto che adattare i trattamenti al contesto locale. Il risultato è un circolo vizioso: suoli sempre meno fertili che richiedono dosi sempre maggiori di input chimici per poter continuare produrre.

L’azoto e il fosforo contenuti nei fertilizzanti, quando non vengono assorbiti dalle piante poiché presenti in dosi eccessive, restano nel suolo, alterandone l’equilibrio e impoverendolo. Ma possono anche finire nelle acque superficiali e sotterranee, causando il fenomeno dell’eutrofizzazione, di cui parleremo tra poco. Come se non bastasse, i fertilizzanti azotati producono grandi quantità di protossido di azoto (N2O), un potente gas serra che contribuisce al riscaldamento globale

I pesticidi (tra cui gli organoclorurati citati prima) se non correttamente applicati, possono dilavare nelle acque superficiali e sotterranee, contaminando le risorse idriche e mettendo a rischio la salute umana e non solo. Queste sostanze, infatti, non sono “schizzinose” e non fanno differenze: possono uccidere o danneggiare insetti utili (come le api e le farfalle, solo per citare i più famosi), altri animali selvatici e piante, riducendo la biodiversità e alterando l’equilibrio degli ecosistemi. Lo stesso vale per tutti i veleni usati in ambito privato dai cittadini: insetticidi, rodenticidi, ecc. hanno effetti devastanti sull’intera catena alimentare, dagli organismi target al resto dei selvatici, predatori e non, con rischi elevati anche per domestici e umani. L’esposizione a pesticidi e prodotti simili – i cui residui si possono ritrovare anche nel cibo – può causare problemi di salute, tra cui irritazioni cutanee, difficoltà respiratorie, disturbi neurologici e, in alcuni casi, malattie più gravi come tumori o alterazioni dello sviluppo nei bambini. In più, l’uso eccessivo e ripetuto di pesticidi può favorire la selezione di parassiti resistenti ai prodotti chimici, rendendo ancor più difficile il controllo delle infestazioni e andando ad alimentare il solito circolo vizioso. 

Ci sono poi le emissioni di origine zootecnica, anch’esse con un impatto importante. Uno studio, condotto dal Centro euroMediterraneo sul Cambiamento Climatico (CMCC) con l’Università Bocconi, il Politecnico di Milano, l’Università di Verona e Legambiente, e pubblicato l’anno scorso sulla rivista Frontiers in Environmental Science, esplora gli “Impatti dell’agricoltura sull’inquinamento e la salute umana nella regione Lombardia”. L’inquinamento atmosferico rappresenta una delle principali minacce ambientali per la salute umana, e il particolato atmosferico (l’insieme di microscopiche particelle solide e liquide sospese nell’aria, che possono avere origine naturale o antropica) è tra i fattori più pericolosi. Oltre alle fonti industriali e di trasporto, il ruolo significativo dell’agricoltura nell’inquinamento dell’aria è sempre più evidente. 

Analizzando i dati tra il 2013 e il 2020, gli autori esaminano la presenza di aerosol inorganici secondari (SIA), particelle fini che si formano nell’atmosfera a partire da gas inquinanti precursori attraverso reazioni chimiche. Viene evidenziato come l’ammoniaca (NH3), emessa soprattutto da agricoltura e allevamenti tramite l’utilizzo di letami come fertilizzanti e la dispersione dei liquami zootecnici, reagendo con altri composti inquinanti presenti in atmosfera (ossidi di azoto e anidride solforosa), forma nitrato di ammonio e solfato di ammonio. Si tratta dei componenti principali del particolato atmosferico, anche fino al 50% della composizione totale, con effetti gravissimi sulla salute. Secondo questo studio, l’inquinamento legato all’agricoltura è responsabile, solo a Milano, di circa 589 morti premature ogni anno. 

Dall’ “Annuario dei dati ambientali 2022” dell’ISPRA: “Il grande problema della produzione del cibo è la competizione con la natura selvatica per una risorsa fondamentale: il territorio. Per fare agricoltura bisogna infatti eliminare un ecosistema naturale, con le sue piante e i suoi animali, e sostituirlo con un ambiente artificiale, semplificato, che va poi difeso dai tentativi della natura di riprenderne possesso con l’aratura e l’uso di pesticidi ed erbicidi. Dopo il raccolto, va ripristinata la fertilità del suolo con i fertilizzanti. E tutto questo richiede energia. L’allevamento tradizionale, soprattutto quello ovino, richiedeva il disboscamento del territorio per fare spazio ai pascoli. Altri impatti, indiretti e poco “visibili”, riguardano il degrado degli habitat acquatici e i costi associati alla depurazione e al disinquinamento delle acque. Inversamente, alcuni sistemi di produzione agricola, quali l’agricoltura biologica, l’agricoltura integrata e l’agroecologia, possono avere un ruolo positivo nello sviluppo di processi di riduzione dell’inquinamento e di degrado ambientale e di ripristino della capacità di fornire servizi ecosistemici, da quello turistico-ricreativo e storico-culturale a quello di regolazione del clima locale e di mitigazione dei cambiamenti climatici globali. Il settore agricolo, continua a essere un importante settore economico, oltre che un’importante fonte occupazionale e una chiave di volta per lo sviluppo rurale e la salvaguardia del territorio.”

Coltivando il degrado: chi semina sfruttamento, raccoglie deserto 

Il degrado del suolo è un processo lento ma devastante, che compromette la capacità della terra di sostenere la vita. In Italia e nel mondo, vaste aree agricole e naturali stanno perdendo progressivamente fertilità, biodiversità e funzioni ecosistemiche, a causa di pratiche insostenibili e scelte di sviluppo che non tengono conto degli effetti a lungo termine.

Tra i principali responsabili vi è l’agricoltura intensiva, con il già citato uso eccessivo di fertilizzanti, pesticidi e macchinari pesanti, associato alla pratica della monocoltura e all’aratura continua, che deteriorano la struttura del suolo. I terreni contaminati perdono la loro componente biologica: oltre a insetti, funghi e piante “nocivi”, vengono eliminati anche quelli essenziali al benessere del terreno. Con la scomparsa degli organismi viventi, il suolo muore: vengono meno gli scambi chimici, le sostanze nutritive e il bioturbamento — ossia il rimescolamento naturale del suolo a opera degli organismi che lo abitano, fondamentale per aerazione, irrigazione, drenaggio e regolazione del pH — che ne garantiscono la fertilità.

Un altro fattore critico è il sovrapascolo. Il calpestio continuo degli animali comprime il suolo, riducendone la porosità e limitando enormemente la capacità di assorbire l’acqua, l’aerazione e lo sviluppo delle radici delle piante mangiate. La perdita della copertura vegetale poi lascia il terreno nudo e vulnerabile all’azione erosiva di vento ed acqua, che progressivamente ne eliminano lo strato fertile, l’humus. Va però sottolineato che il pascolo, se praticato in modo sano ed ecosostenibile, è tutt’altro che dannoso: può anzi contribuire a mantenere viva la biodiversità, rigenerare i suoli e sostenere gli equilibri ecologici degli ecosistemi rurali, oltre ad essere fondamentale per il benessere psicofisico degli animali allevati.

Il risultato dello sfruttamento agro-zootecnico del suolo è, nei casi più gravi, la sua completa desertificazione. A questo si aggiungono poi anche la deforestazione e l’urbanizzazione. La prima, eliminando le piante e le loro radici, aumenta il rischio di erosione, riduce la capacità del suolo di assorbire l’acqua e ricaricare le falde sotterranee, aumentando quindi il rischio di frane ed alluvioni, e altera la regolazione naturale del microclima delle zone interessate. La seconda, invece, sigilla il suolo con cemento e asfalto, cancellando irrimediabilmente la sua funzione biologica. 

Secondo i dati dell’ISPRA, pubblicati nel dicembre scorso, vengono consumati 20 ettari di suolo ogni 24 ore, ricoprendo circa 73 km2 all’anno, a fronte un un ripristino di aree naturali di poco più di 8 km2, dovuti in gran parte al recupero di aree di cantiere.

Infine, l’inquinamento da sostanze tossiche e rifiuti rende molte aree inutilizzabili per qualsiasi scopo, che sia l’agricoltura o “semplicemente” la vita selvatica. Le conseguenze, lo ripetiamo, sono molto gravi, interconnesse e con costi e tempi di risanamento elevati: perdita di fertilità, erosione accelerata, desertificazione, declino della biodiversità e della salute umana, legati alla contaminazione dell’acqua e del cibo, minacciano la sicurezza alimentare globale e la resilienza degli ecosistemi in un contesto già reso fragile dai cambiamenti climatici, a loro volta inaspriti da tutti questi fattori. Contrastare il degrado del suolo non è solo una questione ambientale, ma una sfida vitale ed urgente per il futuro dell’agricoltura, della salute pubblica e della stabilità economica. 

Acqua sporca, acqua amara, con le mani non posso più bere

Una volta limpide e abbondanti, oggi le nostre acque hanno perso la loro qualità di un tempo. Fertilizzanti agricoli, scarichi industriali, sversamenti fognari, microplastiche e contaminanti invisibili come i PFAS stanno trasformando fiumi, laghi e falde acquifere in risorse sempre meno potabili e sempre più compromesse. Mari ed oceani non sono esclusi da queste problematiche e seppur l’acqua resti una delle risorse più vitali per la nostra sopravvivenza, continua a essere trattata come una discarica a cielo aperto.

La realtà dei nostri fiumi e laghi è ben lontana dall’immagine ormai romantica di limpide sorgenti e specchi d’acqua cristallini. Ci troviamo di fronte a una crisi idrica in aumento, aggravata non solo dai cambiamenti climatici ma anche da anni di gestione e sfruttamento irresponsabili.

Una delle conseguenze più gravi, ma meno visibili all’occhio non esperto, è l’eutrofizzazione: un eccesso di nutrienti, in particolare azoto e fosforo, riversati nelle acque da fertilizzanti, scarichi zootecnici e depuratori inefficienti. Queste sostanze alimentano la crescita incontrollata di alghe che prendono il sopravvento sulle altre piante acquatiche e che, una volta morte, vengono decomposte da batteri che consumano enormi quantità dell’ossigeno disciolto. Il risultato è l’anossia: ambienti acquatici senza ossigeno dove la vita soffoca, letteralmente, fino a morire.

Ma non è un problema solo per gli ecosistemi acquatici. L’eutrofizzazione rende l’acqua non potabile, aumenta i costi di trattamento per gli acquedotti e sottrae risorse a settori chiave come l’agricoltura, la pesca e il turismo. In alcune aree, il fenomeno è così drammatico che i bacini idrici si trasformano in stagni maleodoranti, in cui il ciclo della vita si interrompe.

Oggi oltre il 40% delle acque superficiali italiane è in stato ecologico inferiore al buono, secondo i dati ISPRA. A questo si somma come sempre l’effetto dei cambiamenti climatici: estati sempre più secche e inverni poveri di precipitazioni riducono la disponibilità di acqua, mentre le temperature più alte accelerano ulteriormente i processi di eutrofizzazione. E ciò senza considerare gli altri effetti della crisi climatica, opposti a questi ma ugualmente devastanti, che portano a violente alluvioni ed inondazioni. 

L’acqua, diritto universale e risorsa finita, sta diventando amara, e non solo in senso figurato. La protezione dei corpi idrici non può più essere rimandata: servono interventi strutturali, controllo degli scarichi, transizione verso un’agricoltura meno impattante e soprattutto una cultura della responsabilità nell’uso delle risorse idriche.

Tutto scorre, finché ce n’è: l’impatto delle centrali idroelettriche

A peggiorare ulteriormente la situazione troviamo lo sfruttamento intensivo dei corsi d’acqua per la produzione di energia idroelettrica, che dovrebbe essere, teoricamente, un’energia “pulita”. 

Le centrali idroelettriche, soprattutto quelle a bacino o con derivazioni multiple, riducono sensibilmente la portata naturale dell’acqua, alterandone la distribuzione stagionale e il flusso continuo. Questa diminuzione della portata ha conseguenze molto gravi: l’acqua scorre più lentamente, si scalda più facilmente, e aumenta la concentrazione di inquinanti già presenti, compromettendo la capacità di autodepurazione del sistema fluviale.

Le alterazioni idrologiche incidono poi in modo critico anche sulla fauna e la flora acquatiche. I pesci migratori trovano ostacoli insormontabili lungo il corso del fiume, mentre la vegetazione ripariale e le specie acquatiche dipendenti da precise condizioni di ossigenazione, temperatura e trasporto vanno incontro a un progressivo declino. Questi impatti, aggravati dalla crisi idrica e dall’inquinamento diffuso, mettono a rischio l’equilibrio degli ecosistemi d’acqua dolce, trasformandoli da ambienti vitali a bacini impoveriti e vulnerabili. 

L’energia idroelettrica può considerarsi davvero pulita e a basso impatto ambientale solo in determinate condizioni, che ne minimizzino gli effetti negativi su fiumi, laghi ed ecosistemi: impianti di piccola scala che non necessitano di grandi dighe e che non interrompano gravemente la continuità fluviale, che rispettino il deflusso minimo vitale per assicurare che una certa quantità d’acqua continui sempre a scorrere, presenza di passaggi per le specie ittiche e monitoraggi ambientali regolari.

Ultimatum alla Terra: o si cambia o si crolla

Il pianeta ci sta lanciando segnali sempre più chiari ed allarmanti, restare impassibili non è più un’opzione. Il nostro rapporto con l’ambiente è giunto al punto di rottura: di fronte a un quadro fatto di inquinamento diffuso, degrado dei suoli, crisi idrica e sfruttamento intensivo delle risorse naturali, non possiamo più permetterci l’illusione della disponibilità infinita. 

La pressione esercitata sugli ecosistemi ha raggiunto livelli tali da compromettere la loro capacità di rigenerarsi, minacciando non solo l’ambiente, ma anche la sicurezza alimentare, la salute pubblica e l’equilibrio climatico. 

La Giornata della Terra serve a ricordarci che serve ripensare radicalmente il nostro approccio alla natura. E non un singolo giorno, ma per tutto l’anno, orientando le scelte politiche, economiche e individuali verso modelli sostenibili, lungimiranti e rispettosi dei limiti del pianeta. Perché la vera transizione ecologica comincia dal riconoscere il valore, non solo economico, di ciò che troppo a lungo abbiamo dato per scontato.

Fonti

ISPRA, SNPA, Ambiente in Italia: uno sguardo d’insieme, Annuario dei dati ambientali 2023

ISPRA, SNPA, Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2024

Renna S., Lunghi J., Granella F., Malpede M., Di Simine D. (2024), Impacts of agriculture on PM10 pollution and human health in the Lombardy region in Italy, Frontiers in Environmental Science, Volume 12 – 2024

https://www.snpambiente.it/riviste/ecoscienza/inquinamento-diffuso-gli-orientamenti-del-ministero/

https://www.ambientesicurezzaweb.it/inquinamento-diffuso-e-acque-sotterranee-un-interpello-ambientale/

Scrive per noi

Vittoria Blancato
Vittoria Blancato
Vittoria Blancato è stata civilista dell'Istituto per l'ambiente e l'educazione Scholé futuro-WEEC Network ETS e ora continua a collaborare con noi. Già studentessa della laurea magistrale in Evoluzione del comportamento animale e dell'uomo (ECAU) presso l'Università degli Studi di Torino, è laureata in Scienze Naturali, ha sempre avuto la passione per la natura e gli animali. Durante il liceo, scriveva articoli per il giornalino d'istituto, sviluppando così un interesse per la scrittura. Nel tempo libero, ama leggere e fare passeggiate nei parchi.