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Gli insetti come bioindicatori: continua l’intervista a Francesca Barbero e Luca Casacci

| Vittoria Blancato

Tempo di lettura: 4 minuti

Gli insetti come bioindicatori: continua l’intervista a Francesca Barbero e Luca Casacci
Per celebrare la Giornata internazionale della biodiversità, vi portiamo la seconda parte dell’intervista ai ricercatori Francesca Barbero e Luca Pietro Casacci sull’uso degli insetti come bioindicatori.

Quest’anno il tema della Giornata internazionale della Biodiversità, indetta dalle Nazioni Unite e celebrata ogni 22 maggio ormai dal 2000, è agire a livello locale per un impatto globale. Per raggiungere davvero questo impatto, uno dei tasselli fondamentali resta la ricerca scientifica.

Per questo riprendiamo l’intervista a Francesca Barbero e Luca Pietro Casacci, entomologi e professori associati dell’Università di Torino, dedicata al ruolo degli insetti come bioindicatori dello stato di salute degli ecosistemi.

Se hai perso la prima parte, la trovi qui.

Come ci spiegano i due professori, gli insetti possono essere considerati vere e proprie sentinelle della biodiversità. Diffusi praticamente in ogni ambiente e rappresentati da un’enorme varietà di specie, svolgono un ruolo essenziale negli equilibri naturali: sono alla base della dieta di numerosi animali, dagli uccelli agli anfibi, fino a rettili, pesci e mammiferi, e garantiscono l’impollinazione di gran parte delle piante terrestri. Allo stesso tempo, però, sono tra i primi organismi a risentire dei cambiamenti ambientali e climatici, diventando così indicatori preziosi delle trasformazioni in corso.

Alcuni esempi concreti di ricerche condotte sugli insetti, tra limiti e potenzialità

Certo. Penso ad alcuni lavori che abbiamo seguito direttamente. Ad esempio, ci sono studi sulle farfalle alpine, che hanno mostrato come le comunità cambino a causa della riduzione dei prati e dell’aumento delle temperature. In altri casi, abbiamo analizzato le comunità di formiche in ambienti invasi da piante esotiche, e si è visto un netto cambiamento nella composizione delle specie, con perdita di biodiversità locale. Anche negli ambienti urbani si stanno facendo molte ricerche, ad esempio usando Lasius niger come specie modello per valutare l’effetto delle isole di calore e dell’inquinamento luminoso.

Esistono limitazioni o critiche nell’utilizzo degli insetti come bioindicatori? In che modo si possono superare?

Sì, ovviamente non è tutto semplice. A volte è difficile identificare le specie, soprattutto nei gruppi meno noti. E poi i risultati possono essere influenzati da fattori stagionali o dal tipo di campionamento usato. Però con protocolli standardizzati, buona formazione e, se serve, anche strumenti genetici, questi limiti si possono in gran parte superare.

In che direzione si sta muovendo la ricerca in questo campo? Ci sono ostacoli ad ulteriori sviluppi?

La ricerca sta andando verso un’integrazione tra metodi tradizionali e nuove tecnologie, come il DNA ambientale o il monitoraggio automatico. Accanto alle tecniche classiche di campionamento e identificazione, si stanno diffondendo approcci genetici che permettono di rilevare la presenza di specie anche senza osservarle direttamente, e strumenti che raccolgono dati in modo continuo e non invasivo. Un esempio sono i sensori bioacustici: in uno studio recente che abbiamo condotto (Alberti et al. 2023), abbiamo testato dispositivi in grado di rilevare il ronzio prodotto dagli insetti in volo. I risultati mostrano che questo tipo di tecnologia consente di monitorare con buona accuratezza l’attività entomologica, offrendo un dettaglio temporale che i metodi tradizionali spesso non riescono a cogliere.

Si cerca anche di ampliare lo spettro delle specie studiate, estendendo l’analisi oltre i gruppi “classici” e includendo taxa meno noti, ma potenzialmente molto informativi. Gli ostacoli principali restano la scarsità di risorse, soprattutto in termini di tempo e personale, e la difficoltà nel trovare esperti per tutti i gruppi tassonomici. Proprio per questa ragione, l’integrazione tra diverse metodologie e l’automazione dei processi rappresentano una direzione necessaria e promettente.

Gli insetti sono utilissimi anche quando si parla di ripristino ambientale. In che modo vengono usati in questo contesto e quali sono le specie più importanti?

Vengono utilizzati per valutare se un habitat restaurato sta davvero tornando in condizioni naturali. Se le comunità di insetti tornano ad assomigliare a quelle di ambienti non disturbati, è un buon segno. Alcune specie fungono da indicatori di successo del ripristino. Per esempio, la ricomparsa di farfalle specialiste dei prati può indicare che il ripristino ha funzionato bene.

Che tipo di sensibilizzazione o educazione sarebbe utile fare riguardo al ruolo degli insetti nel monitoraggio ambientale, ma anche più in generale negli ecosistemi?

Bisognerebbe far capire a tutti che gli insetti non sono solo fastidiosi o pericolosi, ma sono essenziali per il funzionamento degli ecosistemi. Sarebbe utile inserirli nei programmi scolastici, organizzare attività pratiche di osservazione, coinvolgere le persone in progetti di monitoraggio. Educazione ambientale e citizen science possono davvero fare la differenza.

Ci sono qui in Italia iniziative di citizen science a riguardo?

Sì, ce ne sono molte. Penso a piattaforme come iNaturalist o al programma europeo di monitoraggio delle farfalle, dove chiunque può contribuire con osservazioni utili alla ricerca. Anche i progetti locali, se ben organizzati, possono fornire dati preziosi. E poi, al di là dei dati, hanno un grande valore educativo.

Cosa possiamo fare tutti noi, nel nostro piccolo, per rendere la vita un po’ meno difficile a questi instancabili lavoratori?

Tantissime azioni. Possiamo iniziare lasciando spazi verdi un po’ più selvatici, evitando pesticidi, piantando essenze autoctone nei giardini o nei balconi. Anche semplicemente osservare e imparare a riconoscere gli insetti aiuta a sviluppare attenzione e rispetto. E poi sostenere le politiche di conservazione, partecipare a progetti di monitoraggio, o anche solo parlarne: tutto questo contribuisce.

Ringraziamo la professoressa Barbero ed il professor Casacci per la loro disponibilità in questa intervista, ed invitiamo tutti i nostri lettori a seguire la pagina del Vibrant Lab, il gruppo di ricerca di cui fanno parte, con sede al DBIOS dell’Università di Torino.

Scrive per noi

Vittoria Blancato
Vittoria Blancato
Vittoria Blancato è stata civilista dell'Istituto per l'ambiente e l'educazione Scholé futuro-WEEC Network ETS e ora continua a collaborare con noi. Già studentessa della laurea magistrale in Evoluzione del comportamento animale e dell'uomo (ECAU) presso l'Università degli Studi di Torino, è laureata in Scienze Naturali, ha sempre avuto la passione per la natura e gli animali. Durante il liceo, scriveva articoli per il giornalino d'istituto, sviluppando così un interesse per la scrittura. Nel tempo libero, ama leggere e fare passeggiate nei parchi.