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A Gaza, il buco nero dell’informazione: muore il diritto di sapere

| Federica Colucci

Tempo di lettura: 13 minuti

A Gaza, il buco nero dell’informazione: muore il diritto di sapere
A Gaza la guerra non colpisce solo case, scuole e ospedali: colpisce la verità. Dal 7 ottobre 2023 la Striscia è divenuta il luogo più letale al mondo per i giornalisti: almeno 184 reporter palestinesi uccisi in venti mesi, più che in decenni di conflitti in Iraq, Afghanistan e Siria. Non si tratta di effetti collaterali, ma di un attacco sistematico all’informazione

Gaza non è soltanto un luogo di guerra. È diventata il centro di una battaglia parallela, meno visibile eppure devastante: quella contro la verità. Da quasi due anni, ogni bomba che cade sulla Striscia non distrugge solo case, scuole, ospedali. Distrugge anche le voci che dovrebbero raccontarlo. Dal 7 ottobre 2023, data che ha aperto una spirale di violenza senza precedenti, Gaza è stata definita dalle organizzazioni internazionali come “il posto più letale al mondo per chi fa giornalismo”.

Non è un’immagine retorica, ma un dato: almeno 184 reporter palestinesi uccisi nei primi venti mesi di conflitto, secondo il Committee to Protect Journalists. Un numero impressionante, che supera in brevissimo tempo le perdite accumulate in decenni di Iraq, Afghanistan, Siria.

Ma qui non si tratta di “effetti collaterali”. La morte di un giornalista a Gaza non è mai soltanto una tragedia individuale. È un tassello di realtà che scompare. Un’immagine che non verrà più scattata. Una voce che non potrà più gridare. È così che la Striscia si trasforma in un buco nero informativo: ogni cronista assassinato è un pezzo di verità che precipita nel silenzio, lasciando al mondo solo ciò che i governi e i portavoce vogliono mostrare.

E questo silenzio non è innocente. È una scelta politica. Un silenzio che lascia campo libero alla narrazione israeliana, ripresa troppo spesso dai governi occidentali e da una stampa internazionale che abdica al proprio dovere critico. Senza testimoni indipendenti, la violenza non solo resta impunita, ma diventa negabile. Gli ospedali colpiti si trasformano in “obiettivi militari”, le fosse comuni in “incidenti”, le vite spezzate in “danni collaterali”. La guerra a Gaza non si combatte solo con i droni e i carri armati: si combatte con la cancellazione deliberata della realtà.

L’ospedale Nasser: il giorno in cui la stampa è diventata un bersaglio

Il 25 agosto 2025 segna una frattura che non si può più ignorare. L’ospedale Nasser di Khan Younis — già ridotto allo stremo dall’assedio, sovraffollato, privo di forniture essenziali — è stato colpito due volte. La prima esplosione ha squarciato i reparti, scagliando medici e pazienti nei corridoi in cerca di riparo. La seconda, pochi minuti dopo, ha centrato proprio la scala d’ingresso, dove si erano radunati soccorritori e giornalisti. Era una trappola perfetta.

Cinque reporter sono morti davanti a tutti: Mariam Abu Dagga, collaboratrice di Associated Press; Mohammed Salama, corrispondente di Al Jazeera; Hussam al-Masri, fotoreporter di Reuters; Moaz Abu Taha, giornalista indipendente; Ahmed Abu Aziz, spirato poco dopo per le ferite. Tutti indossavano giubbotti con la scritta “PRESS”, ben visibili. Nessuno di loro poteva essere scambiato per un combattente. Eppure il missile è caduto lì, esattamente lì.

Non è stato un incidente. Lo hanno detto redazioni internazionali come Financial Times e Sky TG24. Lo hanno gridato la Foreign Press Association e Reporters Without Borders, che hanno parlato di “atto deliberato”, di “punto di non ritorno”. Quel giorno, non si è colpito solo un ospedale. Si è colpito il diritto di raccontare. La libertà di stampa è stata trasformata in bersaglio consapevole.

E allora il 25 agosto non è solo la data di una strage. È la prova concreta che in questa guerra eliminare chi testimonia è parte della strategia. Perché se non ci sono telecamere, se non ci sono cronisti, se non c’è chi raccoglie i brandelli di realtà, allora le prove svaniscono. E senza prove, non resta che il silenzio. Un silenzio che copre i crimini, che cancella la giustizia, che addestra il mondo all’indifferenza.

Gaza oggi è il luogo dove la verità viene giustiziata insieme ai suoi testimoni. E l’ospedale Nasser è diventato il simbolo di questa condanna. Perché non si è colpito un bersaglio militare: si è colpito il diritto stesso di sapere.

Il “double tap”: colpire due volte per spegnere la verità

L’attacco all’ospedale Nasser non è un episodio isolato, né un errore tragico. È l’espressione di una logica militare precisa, che porta un nome agghiacciante nella sua semplicità: double tap. Colpire due volte lo stesso obiettivo, a distanza di pochi minuti, significa trasformare il soccorso in condanna, il giornalismo in trappola mortale. Una prima esplosione semina il caos, getta nel panico pazienti, medici, civili. La seconda arriva quando il dolore si è già messo in movimento: quando volontari, soccorritori e cronisti si affrettano sul posto per aiutare, per documentare, per testimoniare. È allora che il secondo colpo cade. E colpisce non solo i corpi, ma il cuore stesso della verità.

Non è una tattica nuova. È stata vista in Siria, in Yemen, in Afghanistan, in Pakistan. Ovunque, il double tap ha mostrato la sua natura: non errore, ma scelta deliberata. Non incidente, ma strategia. Un’arma pensata per trasformare il gesto più umano — soccorrere, raccontare, dare prova — in bersaglio. Giuristi internazionali la definiscono potenziale crimine di guerra, in aperta violazione delle Convenzioni di Ginevra. Eppure, a Gaza, questa pratica non è l’eccezione: è la norma.

Non solo al Nasser. Il 10 agosto 2025, all’esterno dell’ospedale Al-Shifa, un tendone usato come punto stampa è stato centrato due volte nello stesso arco di tempo. Lì hanno perso la vita quattro reporter, tra cui Anas al-Sharif, volto noto di Al Jazeera. Lo spazio era contrassegnato in modo inequivocabile: “PRESS”. Non poteva essere confuso con un obiettivo militare. Eppure il missile è arrivato. Due volte.

Human Rights Watch e Amnesty International hanno denunciato questa pratica come violazione palese del diritto internazionale umanitario. Ma le denunce, senza testimoni vivi, rischiano di spegnersi nel vuoto. È qui che il double tap mostra il suo volto più feroce: non mira solo a uccidere. Mira a cancellare. A ridurre al silenzio chi avrebbe potuto raccontare. A spegnere la memoria sul nascere, prima che diventi prova, prima che diventi giustizia. Gaza, in questo, è diventata un laboratorio di crudeltà: colpire i testimoni significa colpire la possibilità stessa di sapere.

Non un caso isolato: una generazione di cronisti cancellata

Il 25 agosto non è che un frammento in una catena più lunga, una sequenza di nomi e volti che compongono il martirologio del giornalismo palestinese. Pochi giorni prima, il 10 agosto, l’attacco al tendone stampa dell’Al-Shifa. Ancora prima, il 7 maggio 2025, il quartiere Al-Rimal: lì è stato ucciso Yahya Sobeih, freelance di appena ventisette anni, caduto poche ore dopo essere diventato padre. La sua storia è diventata simbolo di una generazione spezzata prima ancora di poter lasciare un’eredità.

Il 13 maggio, sempre a Khan Younis, è stato assassinato Hassan Aslih, fotoreporter e caporedattore di Alam24. Ricoverato al Nasser per le ferite riportate in un attacco precedente, è stato colpito dentro un ospedale già devastato. Nemmeno la malattia, nemmeno la vulnerabilità più estrema, sono state rispettate. Togliergli la vita mentre cercava cure non è stato solo un atto di guerra: è stato un atto di disumanità.

Ogni nome è una storia, un frammento di memoria collettiva che non potrà più essere raccontata. Ogni obiettivo fotografico distrutto è un occhio in meno sul mondo. Ogni voce spezzata è un pezzo di verità consegnato all’oblio. Non sono note a margine: sono le fondamenta stesse della nostra possibilità di sapere.

Secondo il Committee to Protect Journalists e la Federazione Internazionale dei Giornalisti, dal 2023 a oggi a Gaza sono stati uccisi più reporter di quanti ne siano caduti in trent’anni di Iraq, Siria e Afghanistan messi insieme. L’UNESCO parla di oltre 210 operatori media assassinati in meno di due anni. È un bilancio senza precedenti nella storia moderna. Non un “incidente statistico”, non una contingenza. È un record tragico che segna una linea rossa: Gaza è diventata il luogo più pericoloso al mondo per chi sceglie di raccontare.

E questa verità ci riguarda. Perché se i testimoni muoiono, muore con loro la possibilità di sapere. E senza sapere, siamo tutti più ciechi.

Giornalisti come civili, non bersagli: la legge che il mondo finge di dimenticare

Il diritto internazionale non lascia spazio a interpretazioni: i giornalisti in guerra sono civili. Così recita l’articolo 79 del Protocollo Addizionale I alle Convenzioni di Ginevra. Chi racconta un conflitto non porta armi, porta testimonianza. Chi documenta non è un combattente, ma un ponte tra la realtà e il mondo. Attaccarli non è solo immorale: è un crimine di guerra, punibile davanti ai tribunali internazionali.

Eppure a Gaza questa cornice giuridica viene sistematicamente ignorata. Reporter senza armi, con la scritta “PRESS” stampata a caratteri cubitali sui giubbotti, vengono colpiti lo stesso. Non in zone ambigue, ma in spazi chiaramente identificati come punti stampa. Le prove raccolte da Reporters Without Borders, Human Rights Watch e Amnesty International mostrano un quadro difficile da archiviare come “errore”. Non si tratta di colpi vaghi nel caos della battaglia: è un sistema che cancella chi guarda, chi racconta, chi osa testimoniare.

La Corte Internazionale di Giustizia ha già imposto a Israele obblighi precisi: prevenire atti che possano configurarsi come genocidio, garantire accesso agli aiuti umanitari. Ma ogni volta che un ospedale viene colpito, ogni volta che un giornalista cade sotto il fuoco, quelle disposizioni si trasformano in carta straccia. E con esse, la promessa di un diritto internazionale che dovrebbe essere vincolo universale, non ornamento retorico.

Diversi esperti di diritto penale internazionale parlano ormai apertamente di responsabilità individuali. Non solo uno Stato, ma comandanti e funzionari che decidono, ordinano, eseguono. La Corte Penale Internazionale potrebbe giudicarli. E non sarebbe un atto simbolico: significherebbe riconoscere che cancellare la stampa non è soltanto un attacco alla libertà di espressione, ma un tassello di una strategia di guerra. La Federazione Internazionale dei Giornalisti ha depositato denunce da anni, chiedendo che il bersagliamento dei reporter venga riconosciuto per quello che è: parte integrante di un disegno militare.

Per questo, la protezione dei giornalisti a Gaza non è un atto di pietà. È un obbligo giuridico. È un banco di prova per la comunità internazionale. Ogni volta che un reporter viene colpito, non muore solo una persona: muore la credibilità del diritto stesso.

Chi parla di genocidio: la spaccatura del mondo

La brutalità di Gaza ha costretto governi e istituzioni a uscire dall’ambiguità. Non tutti lo hanno fatto, ma la crepa ormai è aperta. In Europa, la Spagna ha scelto la parola più scomoda e più vera: genocidio. Pedro Sánchez lo ha detto senza mezzi termini, chiedendo che l’Unione europea interrompa la cooperazione con Israele e annunciando l’adesione al procedimento avviato dal Sudafrica davanti alla Corte Internazionale di Giustizia. Ministri come Ione Belarra hanno spinto ancora oltre, parlando di genocidio pianificato e chiedendo processi alla Corte Penale Internazionale.

La Francia si dibatte tra prudenza e pressione interna. Macron si limita a condannare “gravi violazioni del diritto internazionale umanitario”, ma intellettuali e politici francesi parlano apertamente di genocidio. La spaccatura cresce, e Parigi non potrà a lungo tenersi in bilico.

Il Regno Unito resta più cauto: nessun riconoscimento ufficiale, ma il Parlamento ha ribadito l’obbligo giuridico di prevenire il genocidio. Londra ha congelato licenze di export militare, incluse forniture di componenti per gli F-35. Non è ancora un’accusa esplicita, ma è un segnale che la macchina della guerra non può proseguire senza intaccare la legalità.

Fuori dall’Europa, le voci si fanno ancora più nette. L’Unione Africana ha parlato di “genocidio sistematico”. L’Egitto e la Giordania, paesi confinanti e direttamente colpiti dalle conseguenze del conflitto, hanno usato la parola che in Occidente si teme: genocidio. In America Latina, presidenti come Gabriel Boric e Gustavo Petro hanno denunciato senza esitazioni “il genocidio compiuto da Israele”, accusando l’Occidente di complicità morale. Il Brasile si è unito formalmente al caso sudafricano presso la Corte Internazionale di Giustizia, seguito da Messico, Cuba, Bolivia, Maldive, Namibia e altri paesi. Anche l’Irlanda, con una mozione parlamentare, ha dichiarato la propria volontà di intervenire nel procedimento ICJ.

Questa frattura geopolitica non è solo linguaggio. È sostanza. Da una parte, un fronte che chiama le cose con il loro nome e invoca la giustizia internazionale. Dall’altra, governi che scelgono la cautela, l’ambiguità, la protezione degli equilibri strategici. Non è una sfumatura diplomatica: è la differenza tra assumersi la responsabilità di guardare e continuare a chiudere gli occhi.

E così Gaza diventa non solo il luogo della guerra, ma lo specchio del mondo: un banco di prova dove si misura la fedeltà degli stati al diritto, o alla convenienza.

Accesso negato, silenzio imposto: la complicità che ci riguarda

Da un lato cresce il numero di stati che osano pronunciare la parola proibita — genocidio. Dall’altro, resta una verità spietata: Gaza è stata trasformata in una zona cieca. Dal 7 ottobre 2023 Israele ha chiuso la Striscia alla stampa internazionale, sigillandola dietro un bando rigidissimo. Solo rari tour “embedded”, sotto scorta militare, con itinerari scelti dall’esercito, con immagini filtrate prima ancora di nascere. Non giornalismo, ma propaganda mascherata.

Il Committee to Protect Journalists denuncia questa pratica per quello che è: un oscuramento deliberato. Chi racconta lo fa soltanto attraverso i pochi cronisti palestinesi sopravvissuti, esposti ogni giorno al rischio di morire. Il risultato è una narrazione asfittica: i comunicati ufficiali dell’esercito israeliano diventano fonte primaria, la voce dei testimoni locali un’eco sempre più fragile. Gaza appare non per quello che è, ma per come viene raccontata dal potere.

Ma il silenzio imposto da Israele non basterebbe senza la complicità dei governi occidentali. Gli Stati Uniti continuano a inviare miliardi in aiuti militari, bloccando al contempo le risoluzioni ONU che chiedono cessate il fuoco o indagini indipendenti. La Germania ha annunciato, nell’agosto 2025, una sospensione parziale delle esportazioni di armi: ma “parziale” significa continuare comunque a fornire mezzi per la guerra. L’Italia, insieme a gran parte dell’Unione Europea, ha mantenuto cooperazione e forniture militari, mentre nei discorsi ufficiali proclama difesa della libertà di stampa e dei diritti umani. La contraddizione è lampante: celebrare la libertà, ma accettarne l’annientamento sotto le bombe.

La Media Freedom Coalition, che riunisce ventisette paesi, ha chiesto a Israele di garantire accesso sicuro e immediato ai giornalisti. Ma le parole restano senza conseguenze. E in questo squilibrio, il silenzio diventa una scelta politica: omissione, doppia misura, ipocrisia. Gli stessi governi che si ergono a difensori della libertà accettano che a Gaza essa venga soppressa nel sangue.

Perché silenziare Gaza? La paura della verità

La domanda, semplice e feroce, sorge inevitabile: perché rendere Gaza invisibile? Perché eliminare giornalisti, negare accesso, spegnere le voci? La risposta è scritta nei numeri che nessun governo vuole far circolare. L’Ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) parla di 1,9 milioni di sfollati interni, stipati in campi privi di acqua e servizi essenziali. L’UNRWA denuncia ospedali e scuole sistematicamente bombardati, un sistema civile al collasso. L’IPC, che misura la sicurezza alimentare, ha classificato intere aree della Striscia in “fase 5”: carestia. Bambini che muoiono di fame, non per mancanza di cibo nel mondo, ma per blocco deliberato.

Se tutto questo fosse mostrato senza filtri, la coscienza pubblica globale esploderebbe. Le forniture militari diventerebbero politicamente insostenibili, il sostegno a Israele impossibile da giustificare. Ecco allora la necessità del buio: senza immagini, gli ospedali colpiti diventano “incidenti”; senza voci, i massacri si trasformano in “operazioni mirate”; senza testimoni, i morti restano statistiche anonime. Gaza viene oscurata non per errore, ma per convenienza: perché la realtà non incrini la narrazione ufficiale.

Questo silenzio non è passivo. È un ingranaggio della guerra. Ogni cronista eliminato riduce la capacità del mondo di indignarsi. Ogni accesso negato allunga la vita del conflitto. Ogni voce spenta diventa tempo guadagnato per la distruzione. Gaza è resa invisibile per permettere che il massacro continui.

E qui il punto diventa politico, e personale. Perché se Gaza è invisibile, non è solo per colpa delle bombe. È anche per colpa del nostro silenzio.

La resistenza della memoria: nomi contro l’oblio

Se le bombe cancellano i corpi e la censura cancella le immagini, allora la memoria diventa l’unica forma di resistenza capace di sopravvivere al silenzio. Ogni giornalista assassinato a Gaza non è soltanto una vittima: è una voce che ha scelto di raccontare fino all’ultimo respiro.

Mariam Abu Dagga aveva trasformato le tende degli sfollati in pagine di cronaca quotidiana, dando dignità a chi la guerra voleva ridurre a numero. Hussam al-Masri usava la sua macchina fotografica come arma fragile ma potentissima: nei volti dei bambini feriti trovava la verità che nessun comunicato ufficiale poteva cancellare. Yahya Sobeih, colpito il giorno stesso in cui era diventato padre, portava sulle spalle la speranza di una generazione nuova, capace di intrecciare racconto e vita, mestiere e coraggio. Hassan Aslih, ricoverato e ferito, continuava a fotografare e a scrivere dall’ospedale, fino a quando la sua voce non è stata spenta per sempre.

Questi nomi non sono statistica. Sono frammenti di un mosaico che la guerra tenta di distruggere ma che resiste nell’eredità lasciata: articoli, scatti, video che oggi parlano più forte della censura. Come ha scritto Amira Hass, “il problema non è solo che i palestinesi muoiono, ma che muoiono senza che il mondo sappia chi erano”.

Recuperare queste storie è un atto politico, non un gesto pietoso. È dire: non vi cancelleranno. In un conflitto che punta a eliminare le persone insieme alla loro narrazione, la memoria diventa un’arma fragile e potente allo stesso tempo. Ogni cronista caduto ci ricorda che la verità non si spegne del tutto: continua a vivere in chi prende il testimone, in chi sceglie di raccontare anche quando il prezzo è altissimo.

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La verità come ultima linea di difesa

Gaza non è solo un disastro umanitario o un campo di battaglia: è una ferita inferta al diritto universale all’informazione. L’eliminazione sistematica dei giornalisti, unita al divieto di accesso imposto alla stampa internazionale, costruisce un vuoto deliberato. Un vuoto che non è neutrale, ma funzionale: serve a prolungare una violenza che, se documentata, sarebbe insopportabile per l’opinione pubblica mondiale. Ogni reporter ucciso non è un numero in più: è un pezzo di coscienza collettiva strappato via. Senza testimoni, la realtà viene riscritta dai vincitori; senza prove indipendenti, i morti rischiano di essere sepolti due volte, sotto le macerie e sotto l’oblio.

E qui l’Occidente si scopre nudo davanti alle proprie contraddizioni. Difendere la libertà di stampa a parole, mentre si finanzia e si arma un governo che la sopprime con le bombe, significa tradire i valori che si proclamano. È il paradosso che rivela la complicità. Ma proprio in questa oscurità, la memoria dei giornalisti caduti resiste come fiamma ostinata. Le loro immagini, i loro racconti, le loro ultime testimonianze sopravvivono come atto d’accusa e come monito. Gaza, buco nero dell’informazione, è anche il luogo in cui si misura la tenuta del principio di verità nel nostro tempo.

Difendere i cronisti non è una causa corporativa, non è una questione “interna” al giornalismo. È la condizione minima per salvare l’umanità stessa. Perché senza chi racconta, il mondo diventa complice. E senza la verità, nessuna giustizia è possibile.

Accettare il silenzio significa condividerne la colpa. Scegliere di ricordare, denunciare, raccontare significa resistere. Perché ogni voce che sopravvive al massacro non parla solo di Gaza, ma di noi, della nostra capacità di non voltare lo sguardo. La verità non è neutrale: o la difendiamo, o la lasciamo morire.

Fonti giornalistiche internazionali

Fonti enciclopediche

Organizzazioni e rapporti citati

  • Committee to Protect Journalists (CPJ) – monitoraggio ufficiale dei giornalisti uccisi a Gaza.
  • UNESCO – dati sugli operatori media assassinati.
  • Human Rights Watch (HRW) e Amnesty International – denunce sulla pratica del double tap e sugli attacchi contro i civili.
  • Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) – rapporti e denunce alla Corte Penale Internazionale (CPI).
  • United Nations OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) – statistiche sugli sfollati.
  • UNRWA (United Nations Relief and Works Agency) – dati su scuole, ospedali colpiti e crisi umanitaria.
  • IPC (Integrated Food Security Phase Classification) – classificazioni su fame e carestia.
  • Media Freedom Coalition (MFC, 27 paesi) – dichiarazioni ufficiali su libertà di stampa e accesso negato a Gaza.

Fonti aggiuntive sulla dimensione politica

Attività del premier spagnolo Pedro Sánchez

  • TRT Global – Sánchez definisce la situazione a Gaza “catastrofica di genocidio” e chiede la sospensione dell’accordo UE-Israele (27 giugno 2025).
  • SWI Swissinfo.ch – conferma le dichiarazioni di Sánchez e la richiesta di sospendere l’accordo di associazione UE-Israele.
  • elDiario.es – riporta la reazione israeliana, che accusa Sánchez di aver avviato una “crociata antisraeliana”.
  • El Nuevo Herald – rilancia la definizione di genocidio del premier spagnolo (5 luglio 2025).
  • El País – descrive la convocazione dell’ambasciatrice spagnola a Gerusalemme dopo le parole di Sánchez (“Stato genocida”) e segnala la proposta di una risoluzione ONU (24 maggio 2025).

Posizioni di altri governi e gruppi politici

  • RTVE (VerificaRTVE) – analisi sul significato legale di “genocidio” e sulla spaccatura politica in Spagna: alcuni ministri (Robles, Díaz, Belarra) hanno usato il termine, mentre opposizioni (PP, Vox) lo hanno rifiutato.

Coalizione per la libertà di stampa – Media Freedom Coalition

  • Documento ufficiale della MFC che condanna le restrizioni alla stampa e chiede accesso libero per i media a Gaza.
  • Versioni e rilanci da agenzie internazionali, tra cui Anadolu Ajansı e comunicati ministeriali (Ministero degli Esteri italiano).

Appelli internazionali e culturali

  • El País – lettera aperta firmata da circa 700 scrittori e intellettuali (tra cui Ian McEwan, Zadie Smith) che denunciano un “genocidio” e chiedono cessate il fuoco e accesso umanitario.

Scrive per noi

Federica Colucci
Federica Colucci
Giornalista e project manager con esperienza nella comunicazione ambientale e nell’organizzazione di eventi internazionali. Collabora a progetti che promuovono la sostenibilità e l’educazione ambientale attraverso il giornalismo e la gestione di reti globali.