Difesa o business? L’Europa si arma, Leonardo incassa, gli atenei insorgono
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La puntata del programma televisivo “Cinque Minuti“, andata in onda su Rai 1 il 26 marzo 2025, ha visto come ospite Roberto Cingolani, amministratore delegato e direttore generale di Leonardo, il colosso italiano che opera nel settore della “difesa”. Intervistato da Bruno Vespa, Cingolani ha delineato la sua visione della sicurezza europea, esprimendo la convinzione che “la pace non è gratis”. Queste parole, ripetute con forza, pongono in evidenza una visione che punta sulla necessità di ingenti investimenti in armamenti e difesa. Tuttavia, queste dichiarazioni sollevano numerosi interrogativi etici, ambientali e geopolitici, soprattutto considerando il contesto globale e la crescente corsa agli armamenti che sta minando la stabilità in Europa e nel mondo.
Una difesa europea a qualsiasi costo?
Nel corso dell’intervista, Cingolani ha sostenuto che la difesa europea è frammentata, con ogni nazione che procede autonomamente nei suoi investimenti in armamenti. Il suo appello a un’Europa unita sul piano della difesa sembra indicare una direzione verso una maggiore militarizzazione del continente. Secondo il CEO di Leonardo, le sinergie industriali tra i vari paesi europei potrebbero migliorare l’efficacia della difesa e ottimizzare le risorse, rendendo l’Europa più forte e pronta a fronteggiare le sfide globali. Tuttavia, questa visione appare troppo ottimistica e rischia di ignorare le implicazioni più ampie di un simile approccio.
In questo quadro, si inserisce il piano di riarmo europeo promosso da Ursula von der Leyen e sostenuto dalla Commissione Europea, che prevede un investimento di circa 800 miliardi di euro per il rafforzamento della difesa. Tale iniziativa, giustificata come risposta alle crescenti minacce globali, solleva preoccupazioni etiche, economiche e ambientali. L’Europa sembra intraprendere una strada rischiosa, privilegiando la spesa militare mentre temi cruciali come la crisi climatica, le disuguaglianze sociali e la sanità pubblica restano in secondo piano.
Questo massiccio riarmo rischia non solo di alimentare tensioni geopolitiche, ma anche di ostacolare la costruzione di un’Europa più solidale e sostenibile. Destinare risorse a sistemi di guerra, anziché alla transizione ecologica o alla cooperazione internazionale, appare una scelta miope in un contesto globale segnato da sfide epocali. La retorica della “sicurezza” rischia così di diventare un alibi per giustificare politiche che ignorano le reali esigenze di pace e sviluppo equo.
Leonardo e il sostegno a Israele: un contrasto con i principi di pace
Leonardo, uno dei maggiori gruppi industriali italiani, non si limita a promuovere la difesa europea, ma ha un impegno diretto in conflitti internazionali. Da oltre un anno, infatti, l’azienda continua a supportare l’esercito israeliano con assistenza tecnica da remoto, riparazioni materiali e la fornitura di ricambi per velivoli utilizzati dalla Israeli Air Force. In aggiunta, Leonardo ha fornito tecnologie per i bulldozer blindati (Caterpillar Do), impiegati per distruggere le strade della Striscia di Gaza. Questo legame con Israele ha suscitato polemiche, specialmente alla luce delle denunce internazionali riguardo alle violazioni dei diritti umani e alle operazioni militari israeliane nei territori occupati.
L’aspetto più controverso di queste forniture di armi è che, pur essendo giustificate come “strumenti di difesa”, sono in realtà utilizzate per operazioni militari in contesti altamente critici, dove la “difesa” diventa facilmente un pretesto per giustificare l’aggressione. L’industria bellica, quindi, finisce per essere complice di conflitti che perpetuano sofferenza, violenza e destabilizzazione in paesi già colpiti da gravi crisi umanitarie. La giustificazione dell’uso di armi come “strumenti di difesa” non deve nascondere la realtà dei fatti: la vendita di armamenti contribuisce, di fatto, ad alimentare violazioni dei diritti umani e conflitti che hanno un impatto devastante sulle popolazioni civili.
Un’industria bellica come motore economico: i dati sostenuti da Cingolani
Durante l’intervista, Cingolani ha sottolineato che gli investimenti nel settore della difesa generano ricadute positive per l’economia, in particolare nel campo della ricerca e dello sviluppo tecnologico. Tuttavia, questo approccio risulta problematico. Se da un lato l’industria della difesa può effettivamente stimolare innovazione tecnologica, d’altro canto la sua crescita porta con sé costi sociali ed etici enormi. Gli enormi finanziamenti indirizzati verso la produzione di armamenti potrebbero essere meglio utilizzati per promuovere innovazioni in ambiti vitali per la società, come la sanità, l’educazione e la sostenibilità ambientale.
Lo stesso Cingolani ha fatto riferimento alla possibilità di riconvertire alcune aziende automobilistiche per la produzione di mezzi militari. Questa proposta solleva ulteriori preoccupazioni. La riconversione potrebbe significare una distrazione di risorse che potrebbero altrimenti essere investite in soluzioni più sostenibili per il futuro, come i veicoli elettrici o la transizione ecologica. Un simile spostamento di focus, infatti, rischia di allontanare l’industria dall’obiettivo di innovare per il bene comune, indirizzando invece la ricerca verso il perfezionamento di tecnologie distruttive.
L’impatto ambientale del riarmo
Un aspetto spesso trascurato del riarmo è l’enorme impatto ambientale legato alla produzione e all’utilizzo delle armi. Le emissioni di CO2 derivanti dalla produzione di armamenti, dai trasporti e dall’utilizzo di materiali inquinanti sono devastanti per l’ambiente. L’industria bellica, infatti, è una delle principali responsabili della contaminazione del suolo e dell’aria, contribuendo pesantemente al cambiamento climatico. Inoltre, le guerre, che sempre più frequentemente vedono l’impiego di armamenti tecnologicamente avanzati, sono devastanti per l’ambiente: bombardamenti, mine e poligoni di tiro distruggono ecosistemi e contaminano acque e terre.
L’impiego di terre rare, essenziali per la costruzione di molte tecnologie militari moderne, comporta un altro livello di danno ambientale. Le terre rare sono estratte in condizioni estremamente dannose per l’ambiente e per le comunità locali, aumentando ulteriormente il costo ecologico di un settore che dovrebbe essere al servizio della sicurezza. L’approccio alla sicurezza, quindi, dovrebbe considerare anche la sostenibilità: investire massicciamente nella produzione di armi, infatti, rischia di generare danni ecologici che mettono a rischio il futuro delle prossime generazioni.
La mobilitazione studentesca contro Leonardo: una voce alternativa
Negli ultimi mesi, parallelamente all’ascesa dell’industria bellica europea e all’espansione di Leonardo, si sono moltiplicate le mobilitazioni studentesche e i movimenti universitari contrari alla crescente collaborazione tra il mondo accademico e l’industria militare. In numerosi atenei italiani ed europei — da Roma a Torino, da Milano a Bologna — gli studenti hanno organizzato proteste, assemblee e campagne di boicottaggio contro gli accordi tra le università e il colosso della difesa. Al centro di molte contestazioni vi è proprio l’accordo quadro siglato nel 2021 tra il Politecnico di Torino (PoliTo) e Leonardo, che prevede la collaborazione su progetti di ricerca, tirocini e percorsi di alta formazione nel settore della difesa e della sicurezza.
Questo accordo è diventato uno dei simboli della progressiva militarizzazione della ricerca pubblica italiana. Gli studenti del PoliTo, insieme a collettivi e associazioni pacifiste, hanno denunciato come tale intesa rappresenti una subordinazione dell’università agli interessi dell’industria bellica, in netto contrasto con i principi di libertà, neutralità e responsabilità sociale che dovrebbero guidare l’istruzione pubblica. Particolarmente contestata è la destinazione di risorse, laboratori e competenze scientifiche verso finalità militari, sottraendole a settori come la ricerca civile, la transizione ecologica e l’innovazione sostenibile.
Le mobilitazioni studentesche hanno evidenziato anche l’assenza di un dibattito pubblico trasparente su questi accordi, spesso stipulati senza un reale confronto con la comunità accademica e con la cittadinanza. Le richieste degli studenti — che vanno dall’interruzione degli accordi con Leonardo alla destinazione dei fondi universitari verso progetti socialmente e ambientalmente sostenibili — rappresentano una voce di dissenso fondamentale, capace di mettere in discussione un modello economico e culturale che lega la crescita industriale alla produzione di armamenti.
Queste proteste, in costante crescita, testimoniano la presenza di una generazione che non accetta l’idea che il futuro dell’innovazione tecnologica debba essere necessariamente intrecciato con la logica del profitto bellico. Una generazione che chiede con forza un’altra idea di sicurezza: fondata sulla cooperazione, sulla giustizia sociale e sulla tutela dell’ambiente.
La retorica della “difesa” e la realtà delle guerre
Una delle argomentazioni più utilizzate per giustificare la spesa militare è quella della “difesa”. Tuttavia, il termine stesso di “difesa” viene utilizzato in modo ambiguo. Le armi vengono frequentemente descritte come strumenti necessari per proteggere la pace, quando in realtà, nella maggior parte dei casi, sono strumenti che alimentano la violenza e il conflitto. L’esempio del conflitto israelo-palestinese, alimentato da armi italiane, dimostra che ciò che viene presentato come “difesa” si trasforma, nella pratica, in un mezzo per perpetuare l’aggressione.
Inoltre, l’incremento della spesa militare rischia di sollevare una nuova “corsa agli armamenti” che porta a una crescente militarizzazione della politica europea. Gli interessi industriali, piuttosto che la sicurezza collettiva, diventano il motore principale della politica estera, con gravi ripercussioni per la pace e la stabilità globale. Come dimostrato dalle politiche di riarmo adottate in Germania e da molti altri paesi europei, la crescente enfasi sulla difesa militare potrebbe non solo non portare alla pace, ma anche amplificare le tensioni internazionali.
Un futuro a rischio?
Le dichiarazioni di Cingolani rispecchiano una visione che vede la difesa come il pilastro su cui costruire la sicurezza. Ma davvero più armamenti significano più pace? La storia ci insegna che il riarmo non ha mai portato alla stabilità, ma solo a un’escalation dei conflitti. E oggi, mentre miliardi di euro vengono riversati nelle casse dell’industria bellica, gli studenti scendono in piazza, le università si spaccano, le voci dissidenti vengono zittite sotto il peso di accordi industriali che vendono come progresso ciò che, in realtà, è solo business travestito da sicurezza.
Questa rincorsa al riarmo europeo — che viene presentata come inevitabile, quasi naturale — è un’operazione che cancella il futuro in nome di un presente fatto di paura e interessi economici. È uno schiaffo in faccia a chi, nelle università, si batte ogni giorno per un sapere libero, per la ricerca civile, per un’Europa capace di essere laboratorio di pace, non fabbrica di armi. I miliardi investiti in missili, droni e caccia da guerra non ci renderanno più sicuri: costruiranno muri, alimenteranno tensioni, soffocheranno ogni possibilità di immaginare un futuro diverso.
Fa rabbia vedere che gli atenei — spazi che dovrebbero coltivare il pensiero critico — diventano complici silenziosi di un sistema che fa del conflitto la propria ragione di esistere. Fa rabbia e preoccupa che la voce degli studenti venga ignorata, criminalizzata, schiacciata sotto la narrazione tossica della “difesa necessaria”. Ma la sicurezza non si compra a colpi di miliardi. La sicurezza si costruisce investendo nella giustizia sociale, nella cultura, nella cooperazione tra i popoli. Se la pace ha un costo, il prezzo che stiamo pagando oggi rischia di essere troppo alto. Un prezzo che non si misura solo in denaro, ma in futuro rubato, in diritti.
Leggi anche: Europa armata. O no? di Francesco Ingravalle
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- Federica Colucci
- Giornalista e project manager con esperienza nella comunicazione ambientale e nell’organizzazione di eventi internazionali. Collabora a progetti che promuovono la sostenibilità e l’educazione ambientale attraverso il giornalismo e la gestione di reti globali.
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