Dalla Palestina alle carceri italiane: la repressione che non fermerà la lotta per la libertà
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Negli ultimi mesi, l’Italia sta attraversando una fase allarmante di repressione della solidarietà con la Palestina, in un contesto globale sempre più segnato dall’indifferenza verso le violazioni dei diritti umani. Mentre Israele intensifica il suo attacco su Gaza, radendo al suolo interi quartieri e massacrando migliaia di civili innocenti, il nostro governo non solo tace, ma si rende complice criminalizzando chi osa denunciare l’ingiustizia.
L’arresto e la persecuzione di attivisti come Mansour Doghmosh, Ali Saji Rabhi Irar e Anan Yaeesh rappresentano un campanello d’allarme: in Italia si sta cercando di soffocare ogni voce che si oppone al genocidio in corso. Non si tratta più solo di schierarsi o meno con la Palestina, ma di una deriva pericolosa che colpisce la libertà di espressione e il diritto di opporsi alle ingiustizie. La loro incarcerazione, in attesa di un’estradizione che potrebbe condannarli a torture e processi farsa, è un atto di complicità con il regime israeliano e un tradimento dei principi fondamentali di giustizia e umanità.
L’Europa si è dimostrata pavida, incapace di contrastare le atrocità israeliane, mentre l’Italia sceglie il silenzio e la repressione. Ma fino a quando potrà ignorare la crescente indignazione popolare? Le strade si stanno riempiendo di persone che rifiutano di essere complici, che chiedono libertà e giustizia. La solidarietà con la Palestina sta crescendo, nonostante ogni tentativo di soffocarla.
Davanti a questa escalation repressiva, la domanda più inquietante è: chi sarà il prossimo a essere messo a tacere? Non possiamo restare indifferenti alla sorte della Palestina, che continua a lottare per la propria terra e la propria dignità. Secondo Al Jazeera, conglomerato mediatico che fornisce copertura di notizie regionali e internazionali, sono oltre 124.000 gli sfollati dalla ripresa dei bombardamenti nella Striscia di Gaza da parte di Israele. La solidarietà con la Palestina è una battaglia per la giustizia, per la libertà e per i diritti umani, che non può essere fermata dalla repressione.
La repressione degli attivisti palestinesi in Italia
Mansour Doghmosh, attivista palestinese residente in Italia, è stato arrestato con accuse pretestuose di legami con la resistenza armata in Cisgiordania. Nonostante la Corte d’Appello de L’Aquila abbia riconosciuto che, se estradato, Doghmosh rischierebbe torture e un processo militare privo di garanzie, le autorità italiane lo hanno trasferito in un Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR), dimostrando il totale disinteresse per i diritti umani.
Ali Saji Rabhi Irar è un cittadino palestinese arrestato a L’Aquila l’11 marzo 2024 insieme ad altri due connazionali, Anan Kamal Afif Yaeesh e Mansour Doghmosh, con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo internazionale. Secondo le autorità italiane, i tre avrebbero pianificato attentati suicidi contro obiettivi israeliani in Cisgiordania. La Corte d’Appello dell’Aquila ha negato l’estradizione di Yaeesh in Israele, temendo che potesse subire trattamenti disumani, mentre la Corte di Cassazione ha confermato la sua detenzione. Attualmente, Irar è detenuto nella casa circondariale di Ferrara.
Anan Yaeesh, arrestato il 27 gennaio 2024 su richiesta di Israele, ha rischiato l’estradizione nonostante le denunce di tortura nei confronti dei prigionieri palestinesi. Grazie alla mobilitazione popolare, la Corte d’Appello ha respinto l’estradizione, ma invece di rilasciarlo, le autorità italiane hanno avviato un’indagine per terrorismo ai sensi dell’articolo 270-bis del codice penale. Questo processo di criminalizzazione della resistenza palestinese è in aperto contrasto con il diritto internazionale, che riconosce il diritto dei popoli oppressi a resistere all’occupazione.
L’anno scorso la stessa sorte toccava a Khaled El Qaisi, giovane italo-palestinese che è stato arrestato al valico di Allenby mentre rientrava dalla Cisgiordania con la sua famiglia. Senza accuse formali e senza prove, è stato incarcerato in Israele, scatenando proteste in tutta Italia. Il governo italiano si è limitato a deboli dichiarazioni, evitando pressioni diplomatiche su Israele e confermando la sua sudditanza agli interessi colonialisti sionisti.
L’intensificarsi del genocidio a Gaza e la risposta popolare in Italia
Mentre in Italia si perseguitano gli attivisti palestinesi, Israele ha intensificato i suoi bombardamenti su Gaza, con massacri che hanno superato ogni limite di brutalità. La notte tra il 17 e il 18 marzo, l’aviazione israeliana ha sganciato centinaia di bombe su aree densamente popolate, uccidendo oltre 500 persone in sei ore. Scuole, ospedali, rifugi per sfollati: nulla è stato risparmiato dalla furia genocida.
La cosiddetta “tregua” imposta dalla diplomazia occidentale non è mai stata rispettata da Israele, che ha continuato a limitare gli aiuti umanitari, a espandere le colonie in Cisgiordania e a bombardare il Libano e la Siria. La Commissione Europea si è limitata a “deplorare” la ripresa dei bombardamenti, dimostrando ancora una volta la sua ipocrisia. Da oltre 75 anni, i governi occidentali finanziano e armano Israele, contribuendo alla perpetuazione di questo genocidio.
L’atteggiamento dell’Europa è emblematico: mentre si riempie la bocca di dichiarazioni sui diritti umani, continua a supportare economicamente e militarmente Israele. L’Italia, dal canto suo, non solo si accoda alla posizione dell’Unione Europea, ma si rende complice attivamente della repressione. La vendita di armi a Israele, la cooperazione militare e la criminalizzazione della resistenza palestinese in patria sono tutti segnali della volontà di Roma di non ostacolare in alcun modo la politica sionista.
Trump, Netanyahu e il ruolo degli Stati Uniti contro la Palestina
Uno degli elementi chiave della strategia israeliana è il supporto incondizionato degli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump ha apertamente sostenuto le politiche espansionistiche di Netanyahu, nel suo primo mandato spostando l’ambasciata americana a Gerusalemme e riconoscendo le alture del Golan come territorio israeliano, agli inizi del secondo dichiarando di voler trasformare la Striscia di Gaza nella nuova Costa Azzurra. Questo ha dato a Israele carta bianca per intensificare le sue operazioni militari, aggravando ulteriormente la crisi.
Netanyahu, a sua volta, ha sempre cercato di consolidare il supporto americano per giustificare la sua politica di annessione e sterminio. Che sia con l’amministrazione di Trump o l’ex di Biden, la posizione degli Stati Uniti non è cambiata in modo significativo: da sempre forniscono miliardi di dollari in aiuti militari, mentre il Congresso blocca qualsiasi tentativo di condanna internazionale delle azioni di Israele.
A livello geopolitico, la collaborazione tra Israele e Stati Uniti si inserisce in una strategia più ampia di dominio nel Medio Oriente, con il sostegno incondizionato della NATO. La cosiddetta “lotta al terrorismo” è diventata una scusa per giustificare attacchi indiscriminati e il rafforzamento della presenza militare occidentale nella regione.
Il ruolo dell’Italia nella strategia geopolitica occidentale
L’Italia, essendo un membro chiave della NATO, è parte integrante di questa strategia. Il nostro paese continua a finanziare missioni militari nei territori occupati, rafforzando la collaborazione con Israele attraverso accordi bilaterali sulla difesa. Le basi militari italiane ospitano truppe e infrastrutture che supportano le operazioni israeliane, rendendo il nostro governo un attore attivo nella repressione del popolo palestinese.
Nonostante le pressioni dell’opinione pubblica, l’Italia non ha mostrato alcuna volontà di modificare la sua politica estera. La classe politica, da destra a sinistra, evita di criticare apertamente Israele per timore di ritorsioni diplomatiche ed economiche. Questo atteggiamento è evidente nella timida posizione assunta dal governo italiano nei confronti degli attacchi a Gaza: dichiarazioni di circostanza senza alcuna azione concreta per fermare il massacro.
La necessità di una mobilitazione continua contro il genocidio
La situazione che stiamo vivendo in Italia e nel mondo non è solo inquietante, ma profondamente pericolosa. La repressione della solidarietà con la Palestina non è un fenomeno isolato, bensì il sintomo di una deriva autoritaria sempre più evidente. Quando uno Stato criminalizza chi denuncia un genocidio e perseguita chi difende i diritti umani, significa che la giustizia non è più un valore assoluto, ma uno strumento piegato agli interessi politici e diplomatici.
L’Italia, invece di opporsi agli orrori perpetrati a Gaza, ha scelto di voltarsi dall’altra parte, se non addirittura di collaborare con chi li perpetra. Gli arresti di Mansour Doghmosh, Ali Saji Rabhi Irar, Anan Yaeesh e Khaled El Qaisi, non sono episodi isolati, ma segnali chiari di una volontà politica: intimidire, soffocare il dissenso e rendere impossibile l’opposizione a un sistema di oppressione che Israele porta avanti da decenni con la complicità dell’Occidente.
Mentre il governo italiano reprime chi alza la voce, a Gaza si continua a morire. Intere famiglie vengono annientate dai bombardamenti, ospedali e scuole diventano bersagli militari, mentre acqua, cibo e medicinali vengono negati a un popolo che lotta semplicemente per sopravvivere. Di fronte a questo scempio, la comunità internazionale rimane immobile, incapace di fermare Israele, lasciandolo libero di agire senza alcuna conseguenza. L’Europa si limita a dichiarazioni di circostanza, continuando però a intrattenere rapporti economici e militari con Tel Aviv. Gli Stati Uniti forniscono armi e copertura diplomatica, garantendo a Netanyahu la possibilità di portare avanti indisturbato il suo progetto di sterminio.
Ma la repressione non riuscirà a fermare la verità. Ogni arresto ingiusto, ogni manifestazione repressa, ogni tentativo di censura non fa altro che rafforzare la determinazione di chi si rifiuta di essere complice. Le piazze continuano a riempirsi, le voci a moltiplicarsi. La solidarietà con la Palestina non si può arrestare, perché non è solo una battaglia per un popolo oppresso, ma per la giustizia stessa.
La domanda diventa quindi urgente e ineludibile: fino a quando permetteremo che il nostro Paese partecipi a questa vergogna? Fino a quando tollereremo che chi denuncia venga trattato da criminale, mentre i veri responsabili della distruzione di Gaza continuano ad agire impuniti? La storia ci insegna che chi resta in silenzio di fronte all’ingiustizia ne diventa complice. Il tempo di scegliere da che parte stare è adesso.
Se i governi tacciono, il popolo si solleva. Il 18 marzo, a Torino, 2000 persone hanno marciato in solidarietà con la Palestina, denunciando la complicità del governo italiano. A Roma e Milano si sono tenute manifestazioni con migliaia di partecipanti. La campagna per la liberazione di Anan Yaeesh si sta rafforzando, con un grande corteo previsto per il 29 marzo a Roma e una manifestazione nazionale il 12 aprile a Milano.
La situazione richiede una mobilitazione incessante. Non possiamo fermarci finché non si otterrà la liberazione della Palestina e di tutti i territori occupati. La solidarietà con il popolo palestinese deve essere una priorità assoluta: opporsi alle politiche di guerra sostenute dal nostro governo, smascherare l’ipocrisia della diplomazia occidentale e denunciare la complicità con Israele.
Gaza brucia sotto il progetto sionista e ogni secondo che passa significa altre vite spezzate. Ora più che mai, è fondamentale che il popolo italiano scenda in piazza per far sentire la propria voce: contro la rottura del cessate il fuoco, contro la complicità del nostro governo nel genocidio e contro il riarmo della nostra società. La lotta per la Palestina è la lotta per la giustizia, per la libertà e per i diritti di ogni essere umano.
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- Federica Colucci
- Giornalista e project manager con esperienza nella comunicazione ambientale e nell’organizzazione di eventi internazionali. Collabora a progetti che promuovono la sostenibilità e l’educazione ambientale attraverso il giornalismo e la gestione di reti globali.
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