Non è più tempo di perder tempo

Anche la XVIII Conferenza dell’ONU sui cambiamenti climatici svoltasi a Doha nel Qatar a fine novembre del 2012 si è conclusa con un deludente nulla di fatto. Deludente per chi ingenuamente si aspettava che gli oltre 200 “eco diplomatici” partecipanti sarebbero riusciti a dare un senso e un seguito al vecchio Protocollo di Kyoto per ridurre le emissioni di gas serra in atmosfera, ma scontato per chi realisticamente non si illude che questi incontri raggiungano risultati concreti. D’altra parte l’incontro di Doha nasceva come riunione interlocutoria dal momento che solo nel 2015 si dovrebbe avere una Conferenza in grado di assumere importanti decisioni.

 

Già avvisaglie premonitrici sulla scarsa importanza risolutiva di questi incontri al vertice si erano avute a Rio + 20, la Conferenza sullo sviluppo sostenibile svoltasi a Rio de Janeiro dal 20 al 22 giugno 2012 ennesimo summit al quale hanno partecipato circa 50.000 persone di 192 paesi per “riconfermare” quanto deciso, sempre a Rio, venti anni prima.
Nelle 49 pagine del documento finale, come scrive Gwynne Dyer sul kenyota The Star (Perché aspettare il peggio per fare qualcosa?, “l’Internazionale” 29 giugno 2012) il verbo riconfermare si ripete 59 volte. Ma vi sono da registrare anche passi indietro. Per esempio sono stati bloccati – da Usa, Russia e Canada – gli auspicati provvedimenti contro l’abuso degli oceani. Né risulta fatto alcun passo avanti sui mutamenti climatici. E i mutamenti climatici, al di là delle volgari ironie di chi ritiene di poter svillaneggiare gli scienziati sostenitori del ruolo colpevole delle azioni umane, sono sempre più evidentemente un rischio di eccezionale gravità, anche se per molti è più comodo ed economico tacere.

 

Eppure è sotto gli occhi di tutti che il clima stia cambiando con effetti talora disastrosi e con prospettive allarmanti. Il problema non consiste tanto nell’aumento delle temperature, che è stato di circa un grado rispetto al secolo scorso, ma nelle evidenti conseguenze che questo aumento provoca e si prevede possa provocare in un non lontano futuro. Gli scenari più allarmanti prevedono il progressivo ritiro dei ghiacciai in gran parte della superficie terrestre e, con riguardo alle immense aree polari dove si registra e si registrerà il più vistoso incremento delle temperature, l’innalzamento del livello dei mari che oggi è già di una ventina di centimetri. Ma, al momento, la conseguenza più preoccupante è l’incremento, per frequenza e intensità, degli eventi meteorologici estremi.
Pietro Greco  (La febbre del pianeta che Doha (non) curerà, “L’unità” 27.11.2012) ricorda che le “bombe di calore” e le “bombe d’acqua” sono diventate, anche in Italia, tanto frequenti da rasentare la continuità. Quando a fine novembre del 2012 una eccezionale tromba d’aria si è abbattuta sulla già martoriata città di Taranto e sullo stabilimento dell’ILVA, tutti hanno detto e scritto che una cosa del genere non si era mai vista. E, qualche giorno dopo, una simile si è vista a Genova, anche se, per fortuna, ha scaricato in mare il suo potenziale distruttivo.

 

 

 

La cecità dell’ecopragmatismo

 

Tutto ciò, dicevo, è sotto gli occhi di tutti, ma non tutti sanno o, peggio, vogliono vedere. In Italia è il caso dei negazionisti dell’evidenza, guidati sulla stampa da quotidiani come “Il giornale”, “Libero” e, soprattutto, “il Foglio” che ironizzano sugli allarmi di moltissimi scienziati e, è il caso del Foglio, invitano all’ecopragmatismo. Secondo questo pragmatismo (ne ha scritto Carlo Pelanda – L’ecopragmatismo ovvero la nuova Via per sconfiggere i catastrofisti climatici – su “il foglio” del 28 novembre 2012) l’abbattimento delle emissioni di gas serra come rimedio per prevenire catastrofi ambientali “pregiudicherebbe lo sviluppo, scatenando un conflitto tra sicurezza ambientale e lavoro, e non fermerebbe i cambiamenti per altri fattori”. Di conseguenza molto più pratico e conveniente sarebbe ridurre l'”ecovulnerabilità” affinchè le attività umane “restino operative anche in presenza di cambiamenti estremi e imprevisti, quali desertificazione e alluvioni, caldo e freddo”.

 

Mi sembra una posizione di comodo che non tiene conto di altri modi di produrre sviluppo proprio “sposandolo” con sicurezza ambientale e produzione di lavoro. Ed è una posizione che esclude assolutamente il cambiamento innovativo nei modi di produzione, nei beni da produrre, negli stili di vita. Dà, fra l’altro per scontato, che la produzione industriale, i mezzi di circolazione, la climatizzazione degli ambienti debbano e possano ancora a lungo basarsi sulla disponibilità di combustibili fossili, primo fra tutti il petrolio (si vedano anche le riflessioni che facevo sul n.22 di “Rocca” dello scorso anno Il petrolio sta morendo viva il petrolio). Esistono invece realistiche alternative di non lungo periodo basate, come sostiene Jeremy Rifkin (L’incubo di 7 gradi in più, ora ci serve una rivoluzione, “la repubblica” 26 novembre 2012), su fonti rinnovabili, idrogeno, smartgrid, edifici intelligenti, mobilità sostenibile. Sono cinque voci che possono sembrare altrettanti slogan, ma sono, invece cinque possibili soluzioni integrate per fermare in tempo i gravi rischi legati alla politica del lasciar correre.

 

Estinzione di massa senza “rigoglio evolutivo”?
D’altra parte bisogna anche affrontare il problema con un approccio realistico e non catastrofistico.
Il climatologo della Stanford University Ken Caldeira ha scritto in conclusione del suo articolo sul numero di novembre 2012 di “Le Scienze” (Il grande esperimento del clima): «Se continueremo a bruciare combustibili fossili e a emettere gas serra a questo ritmo, il livello del mare potrebbe salire di 120 metri e le regioni polari diventerebbero più calde. Qualsiasi civiltà umana ancora esistente dovrà adattarsi a queste condizioni». Anche se i metri fossero 12 sarebbe una tragedia che dovrebbe indurre/obbligare all’adattamento a queste così  mutate condizioni ambientali.
Adattarsi significa proporsi di gestire il mutamento per evitare la, pure questa temuta, sesta estinzione di cui non pochi paventano la possibilità. La riduzione della superficie forestale, lo sfruttamento degli oceani, la diffusione delle culture intensive, il surriscaldamento del pianeta con i mutamenti climatici conseguenti sono gli elementi che alimentano  l’ipotesi.
Nella lunga storia della vita sul pianeta si sono già verificate, e superate, cinque estinzioni di massa. L’ultima fu quella che provocò la scomparsa dei dinosauri. Ma a quelle crisi seguì sempre un periodo, come lo definisce Danilo Mainardi,  di “rigoglio evolutivo” favorito dalla scomparsa della causa che le aveva prodotte. Ebbene e questo è il punto, l’estinzione verso la quale staremmo andando si differenzia dalle precedenti per un motivo importante: per la prima volta nella storia della vita è  la specie umana la causa della crisi. E il successivo “rigoglio evolutivo” si otterrebbe con la scomparsa delle cause che avevano prodotto la crisi, cioè della specie umana. La quale, dunque, è come se stesse organizzando il proprio suicidio.Io non credo alla sesta estinzione, al suicidio dell’umanità, ma capisco la preoccupazione e capisco perché si sia dato tanto peso mediatico alla cosiddetta “profezia dei Maya” sulla fine del mondo alla fatidica data del 21.12. 2012.
Ma, proprio con riguardo alle influenze climatiche,  forse i Maya, inconsapevolmente, un messaggio ce lo hanno mandato. Lo possiamo ricavare dai risultati di una équipe di ricercatori pubblicata su “Science” a novembre 2012 secondo i quali le piogge sarebbero state la causa principale della fortuna come della decadenza dei Maya. Sembra (La lezione dei Maya, “l’Internazionale”  16 novembre 2012) che tra gli anni 440 e 660 le piogge e i raccolti siano stati molto abbondanti e questo fu anche il periodo della espansione demografica e politica dei Maya. Poi seguì un lungo periodo di siccità e di contrazione delle rese agricole che potrebbe essere stata una delle cause del collasso demografico culminato nella grande siccità tra il 1020 e il 1100.
La storia dei Maya potrebbe insegnare che esistono possibili e importanti interazioni tra mutamenti climatici provocati dalle azioni umane, produzione agricola e impatto sulla società. E allora non una profezia di fine del mondo sarebbe quella dei Maya, ma un avvertimento per evitare il suicidio.

 

Ugo Leone

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