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Guerra e pace. E l’ambiente?

| UGO LEONE

Tempo di lettura: 4 minuti

Guerra e pace. E l’ambiente?
Al genocidio occorre aggiungere l’ecocidio, il più grave omicidio perpetrato dall’umanità. È un reato da aggiungere ai crimini di guerra che Stop Ecocide International ha definito giuridicamente. Soprattutto nel Sud globale, stiamo assistendo a una massiccia distruzione dei sistemi naturali in nome dello sviluppo. Per interrompere questa spirale distruttiva, serve un impegno politico ed educativo globale.

(Dalla guerra tra Russia e Ucraina, ai bombardamenti israeliani su Gaza e Libano, dall’aggressione israelo-statunitense all’Iran alle decine di guerre in corso in tutto il mondo, missili, droni e cannoni provocano gigantesche emissioni di gas serra, inquinamento di acque e suolo, sversamenti di petrolio – come, nell’immagine satellitare di apertura, la chiazza di petrolio comparsa nel Golfo Persico -. Sono solo i più evidenti impatti degli apparati bellici sia in tempo di pace sia, a maggior ragione, quando le armi vengono usate. Pubblichiamo qui un editoriale di Ugo Leone, condirettore di “.eco”)

Il più grave omicidio perpetrato dal genere umano è quello che si definisce ecocidio, perché è l’equivalente del suicidio, dal momento che l’uomo, in questo modo, uccide al tempo stesso l’ambiente e lo spazio in cui vive.

Ritenendo che questo reato si possa aggiungere ai crimini di guerra, ai crimini contro l’umanità, al genocidio di cui si occupa la Corte penale internazionale (CPI) dell’Aja, nel 2021 un gruppo di esperti indipendenti, convocato dalla Stop Ecocide International, ha concordato sulla definizione giuridica di ecocidio, definendolo come “atti illegali o sconsiderati compiuti con la consapevolezza di una significativa probabilità che tali atti causino danni all’ambiente gravi e diffusi o di lungo termine”.

Noi, nel Sud globale, stiamo assistendo a una massiccia distruzione dei sistemi naturali in nome dello sviluppo, contro la quale i sistemi giuridici nazionali non rispondono adeguatamente. Se non si proteggono le foreste, non si limitano le emissioni di gas serra e non si previene l’innalzamento del livello del mare, la prossima generazione dovrà disegnare le mappe del Bangladesh e di altri Paesi dell’Asia meridionale in modo diverso. Abbiamo bisogno del riconoscimento dell’ecocidio nel diritto internazionale, per difendere la Madre Terra, la natura e le generazioni presenti e future“, ha dichiarato Syeda Rizwana Hasan, direttore dell’Associazione di diritto ambientale del Bangladesh.

Disattenzione per la devastazione ambientale, attenzione per le vittime se sono ricche

È già molto e molto chiaro. Ma nel 2021 non erano ancora avvenuti l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 e la conseguente distruzione di Gaza da parte di Israele; non erano ancora avvenute l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel febbraio 2022 e la conseguente guerra tra i due Stati. E non c’era ancora stato l’attacco israelo-americano contro l’Iran del 2026. Dopo tutto ciò anche trascurando la sessantina di altre belligeranze in corso da ancora più tempo nel Sudan, nel Congo, nello Yemen, in Somalia e via elencando; in seguito a tutto ciò la attenzione generale dei mezzi di informazione di qualunque tipo e, conseguentemente, della popolazione terrestre, è stata rivolta prevalentemente al drammatico quotidiano di distruzioni di cose e di uccisioni di esseri umani tra i quali in enorme numero anche i bambini che sarebbero la base delle future generazioni (altro che sostenibilità…).

Era ed è naturale che sia così, ma così l’attenzione generale trascura di riflettere su un’altra situazione devastante che riguarda l’ambiente. Cioè, ciò che ci sta intorno e nel quale viviamo in oltre otto miliardi di persone.

Di più, l’attenzione, anche se rivolta e assorbita dalle guerre in corso, è anche orientata a dare pesi e importanza diversi a seconda dei belligeranti e dei luoghi dei massacri.

Ne ha scritto sottolineando questo aspetto nel suo editoriale (“Attenzione”) del numero 1660 di “Internazionale” (10 aprile 2026) il direttore Giovanni De Mauro: “Nel 2025 ci sono state 59 guerre, il numero più alto dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ma solo poche sono finite in prima pagina, almeno sui giornali dei paesi occidentali. Intervistata da Matthew Leake del Reuters Institute, la ricercatrice Chloe Yarnell ha spiegato che spesso questo è dovuto alla rilevanza geopolitica, reale o presunta, più che, per esempio, alla gravità della situazione umanitaria. Yarnell ha calcolato che nelle guerre in cui sono coinvolti paesi ad alto reddito si registrano oltre 1.600 articoli per ogni vittima civile, contro i 17 articoli dei paesi a basso reddito”.

Le guerre distruggono anche l’ambiente planetario

Inoltre “i conflitti nelle regioni con minore influenza economica tendono a passare inosservati, indipendentemente dalla loro gravità”, nota ancora Yarnell. Ma sforzarsi di spiegare ai lettori occidentali l’importanza di un argomento a volte rischia di suggerire che un conflitto sia rilevante solo se in qualche modo li riguarda o incide sui loro interessi.”

Se, com’è evidente, così stanno le cose, si capisce anche perché nelle cronache del quotidiano disastro planetario tra morti e distruzioni l’impatto di tutto questo sull’ambiente viene tenuto in nessuna o scarsissima considerazione.

Eppure, le guerre non distruggono solo vite umane e abitazioni e infrastrutture e luoghi riconosciuti come patrimonio dell’Umanità. Le guerre distruggono anche l’ambiente planetario con effetti devastanti, contribuendo all’inquinamento atmosferico, alla distruzione degli ecosistemi, alla contaminazione delle risorse idriche e al rilascio di sostanze tossiche con impatti a lungo termine sulla salute pubblica.

Con un paradosso: dopo tre/quattro anni (più o meno quelli delle due guerre mondiali) di combattimenti si arriva ad armistizi e pace. Si contano i morti, si ricostruisce il patrimonio distrutto (e c’è chi fa grossi affari economici) e si riprende la vita. Dopo tre/quattro anni. Ma la qualità dell’ambiente, sempre più drammaticamente compromessa si recupera – se si riuscisse a recuperarla – in molte, molte decine di anni. Come dimostra l’inarrestabile avanzata del mutamento climatico.

Allora? L’imperativo morale, certamente, ma anche nell’interesse collettivo, è fermare le guerre per salvare la nostra casa, la Terra.

Insomma – come ci invita a notare Antonella Litta, dirigente nazionale di ISDE- Medici per l’ambiente, che da anni studia e denuncia l’impatto ambientale e sanitario delle attività belliche – la devastazione ambientale causata anche dalle guerre dimostra che la pace non è solo un obiettivo politico e umanitario, ma anche una necessità ecologica. Senza un’inversione di rotta, il futuro delle prossime generazioni sarà segnato non solo dalla minaccia delle guerre, ma anche dall’eredità tossica che queste lasciano sul pianeta.

La comunità scientifica e le organizzazioni internazionali chiedano azioni concrete: la riduzione delle spese militari, il divieto dell’uso di armi tossiche, la protezione dei teatri di guerra e la trasparenza sulle emissioni belliche. Serve un impegno politico globale per interrompere questa spirale distruttiva e costruire nelle scuole, nelle università e in qualunque altro luogo in cui ci si riunisce, la consapevolezza su un tema, come questo, che non può più essere ignorato.

Scrive per noi

UGO LEONE
UGO LEONE
Già professore ordinario di politica dell'ambiente presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Napoli "Federico II". I suoi interessi scientifici e i contenuti delle sue pubblicazioni sono incentrati prevalentemente sui problemi dell'ambiente e del Mezzogiorno. E' autore di numerosi volumi e editorialista dell'edizione napoletana del quotidiano "la Repubblica". Per molti anni è stato presidente del Parco nazionale de Vesuvio.