2 giugno. Il referendum che unì davvero l’Italia
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(Nell’immagine di apertura, donne al voto nel film di e con Paola Cortellesi “C’è ancora domani”)
È un numero tondo quello che ci fa ricordare quanto tempo è passato dal giorno del referendum che il due giugno 1946 sancì il passaggio dalla monarchia sabauda alla repubblica in Italia: sono 80 anni. Anche per questo, per la rotondità del numero, si è indotti a ricordarne ed a parlarne ancora più che in anni passati.
È bene farlo: per rinfrescare la memoria a chi l’avesse debole e per illustrare l’evento a quei giovani che non ne fossero opportunamente informati. Nel senso che sappiamo di vivere in un Paese che è una Repubblica, ma non so immaginare quanti sanno perché e come ci si è arrivati a questa che è stata una modifica del modo in cui per secoli la storia d’Italia è stata caratterizzata da ducati, granducati e regni che hanno governato questa e quella città/provincia/regione. Il tutto in un Paese a lungo fortemente diviso che fu dichiarato unito solo il 17 marzo 1861.
Come? Con la fine di guerre e guerre le ultime tre delle quali (1848-49, 1859 e 1866,) furono definite guerre di indipendenza e consentirono l’Unità d’Italia con la proclamazione del Regno d’Italia il 17 marzo 1861.
Un cambiamento politico basato sul consenso
Il Regno, appunto, che sino al 1946 è stato la forma di governo della nazione. Nazione che di guerre ne ha combattute “unitariamente” altre: tanto gravi e coinvolgenti da poterle definire “mondiali”, la seconda di queste, terminata con una sconfitta carica di morti e distruzioni, nel suo corso aveva anche gettato le basi di quello che sarebbe stato il cambiamento dall’esito del referendum del 2 giugno 1946. Cambiamento politico che consentì di fare giustizia delle colpe dei governanti che avevano la chiara responsabilità di morti e distruzioni: il fascismo e la monarchia.
Ma in un Paese democratico un cambiamento così drastico non poteva essere realizzato senza il consenso popolare. Per sondarlo e trarne le conseguenze, fu perciò indetto un referendum istituzionale: il “Referendum sulla forma istituzionale dello Stato”, con cui si chiedeva agli italiani di decidere la forma di Stato che si intendeva dare al Paese: Repubblica o Monarchia.

Votò ben l’89 per cento degli aventi diritto. Vinse la repubblica: 12 717 923 voti per la repubblica e 10 719 284 per la monarchia (con una percentuale, rispettivamente, di 54,3% e 45,7%), e non fu quello che si può definire un plebiscito. Ma, soprattutto non si può definire un risultato unitario perché il Paese risultò diviso tra l’Italia centro-settentrionale a netta prevalenza di voti per la Repubblica e la parte meridionale a prevalenza monarchica.
Eppure un’unità concreta il Paese la raggiunse, perché, in seguito all’approvazione del Decreto legislativo luogotenenziale del 2 febbraio 1945, n. Il 23, che riconobbe il diritto di voto alle donne, il 2 giugno del 1946 le donne votarono per il referendum istituzionale e per le elezioni dell’Assemblea costituente. E tra i 24.947.187 votanti, 12.998.131 furono donne e 11.949.056 uomini.
E questo mi sembra un dato ancor più significativo del raggiungimento di un’Italia unita. È quello che oggi si definisce parità di genere.
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- UGO LEONE
- Già professore ordinario di politica dell'ambiente presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Napoli "Federico II". I suoi interessi scientifici e i contenuti delle sue pubblicazioni sono incentrati prevalentemente sui problemi dell'ambiente e del Mezzogiorno. E' autore di numerosi volumi e editorialista dell'edizione napoletana del quotidiano "la Repubblica". Per molti anni è stato presidente del Parco nazionale de Vesuvio.
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