Padre Camilo Torres, il «prete guerrigliero» e il ruolo sociale dei cristiani

Una nuova edizione degli scritti di padre Camilo Torres, sacerdote, sociologo e rivoluzionario. Che tornano di interesse ora che papa Francesco ha inequivocabilmente rimesso al centro i poveri, richiamando così quella opzione preferenziale che ha caratterizzato, e caratterizza, la teologia della liberazione. Il libro del “prete guerrigliero”, grazie anche alla nuova introduzione, consente al lettore di cogliere elementi generali e peculiari di una società in mutamento nel contesto dell’America Latina.

Di Francesco Tomaso Scaiola

 

Padre Camilo Torres, Liberazione o morte! Introduzione di Giorgio Barberis e Francesco Ingravalle, Milano, Oaks Editrice, 2020 

«Sembra che il progresso etico ed economico che avrebbe dovuto risolvere, o almeno avviare a soluzione, quelle stesse questioni sia in realtà un racconto fantastico, una narrazione destituita di ogni fondamento. Il problema della giustizia sociale, non soltanto in Italia, ma nel mondo intero, è ancora qui, sotto i nostri occhi, più di mezzo secolo dopo che il prete colombiano decise di testimoniare in modo radicale la propria vicinanza agli ultimi della terra.»

Con questa considerazione incisiva i professori Giorgio Barberis e Francesco Ingravalle – il primo professore di Storia del pensiero politico, ed il secondo docente di Storia delle Istituzioni – formulano un garbato, ma pressante, invito alla lettura dell’antologia degli scritti di padre Camilo Torres, contenuti in «Liberazione o morte!» già pubblicato per la Feltrinelli nel 1968, e di cui curano l’introduzione alla nuova edizione pubblicata dalla OAKS Editrice.

Ed è proprio interessante partire dal titolo «Liberazione o morte!» che pone immediatamente di fronte ad una scelta netta e radicale, richiamando l’impegno per la liberazione, nella sua forma più integrale, fino alla morte, interpretabile come una sorta di exit estrema da un sistema diseguale e ingiusto che rievoca il suicidio di antigoniana memoria.

Entrando nella struttura del libro osserviamo tre parti principali: l’introduzione alla nuova edizione che propone – oltre alla sottolineatura delle numerose analogie fra il tempo di allora e quello attuale – numerosi spunti di riflessione; la parte prima in cui sono raccolti alcuni scritti di padre Camilo Torres; e la parte seconda in cui trova spazio un saggio sociologico sulla violenza ed i mutamenti sociali vissuti in Colombia negli anni del protagonista, con una ripartizione articolata dei vari elementi che compongono la società: cultura, politica ed economia.

In sintesi possiamo dire che l’argomento principale del libro è la figura, meglio ancora il pensiero, di padre Camilo Torres – sacerdote, sociologo e rivoluzionario –, che si inserisce nel complesso ed articolato panorama colombiano, divenendo precursore e peculiare interprete di quella corrente di pensiero teologico cattolico, che successivamente prenderà il nome di «teologia della liberazione», sviluppatasi in seno al Consiglio episcopale latinoamericano – proprio in Colombia a Medellín – due anni dopo la sua morte, ovvero nel 1968.

Le molteplici «chiavi di lettura»

L’approccio degli autori della nuova introduzione è prevalentemente teorico-politico, ma viene anche valorizzata l’importanza del contesto storico-politico. Ed è proprio dall’introduzione che vengono offerte numerose chiavi di lettura per rileggere gli scritti di padre Torres: dal ruolo del cristiano al rapporto che intercorre fra cristianesimo e socialismo – in particolare in Colombia ed in generale nel continente latinoamericano -, ma troviamo anche un riuscito tentativo di contestualizzare tali scritti all’interno del contesto ideologico e conflittuale dell’Italia a cavallo tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta del secolo scorso, ricorrendo, anche, all’analisi del pensiero di alcuni autori di riferimento.

Tutto questo avendo sempre cura di evidenziare la sequela di connessioni fra la Colombia di quegli anni – «[u]n Paese attraversato da drammatiche polarizzazioni, da assunti drastici che non ammettevano repliche, in un confuso clima pre-rivoluzionario per gli uni, pre-golpista per gli altri» – ed il nostro tempo, dato che «[…] gli eventi possono assumere oggi contorni analoghi a quelli di mezzo secolo fa.»

La teologia della liberazione ed il ruolo sociale del «cristiano»

«Quando io do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista». La lapidaria riflessione di Hélder Câmara, arcivescovo brasiliano, è rivelatrice della tensione di una parte del clero cattolico latino-americano e ci introduce al tema decisivo sul quale l’interrogativo di partenza è netto: «[…] di fronte all’ingiustizia estrema, a quei crimini di guerra, ma anche ai crimini di pace, quale comportamento deve tenere chi ha fede nel messaggio di Cristo?». Questione non da poco considerato che nella storia, richiamando anche la filosofia nietzscheana, il messaggio cristiano risulti essere eversivo, di conseguenza le relative risposte al sopraccitato interrogativo pongono in differenti campi d’azione, in virtù del fatto che «[…] essere cristiani nel senso autentico della parola ha profonde conseguenze sociali e politiche».

La «teologia della liberazione» – tenendo presente la Violencia e la repressione della Colombia degli anni Cinquanta e Sessanta – è senza dubbio una risposta a tale interrogativo ad opera di una parte della Chiesa che punta a riconciliarsi con gli ultimi, a fronte di un’altra parte che, dietro una presunta imparzialità, perpetua lo status quo.

Nei quasi sessant’anni che separano il presente dai narrati eventi colombiani ed il Concilio Vaticano II, osserviamo ancora, da parte di alcuni segmenti, un certo approccio approssimativo nei confronti di quella che è stata chiamata teologia della liberazione e che i più critici definiscono come «non teologia», riducendola, piuttosto, alla stregua di una riflessione, peraltro contaminata dall’ideologia marxista.

Come si può intuire questa tematica è uno degli snodi più interessanti offerto dall’introduzione che, evidenziando le connessioni fra cristianesimo, socialismo e rivoluzione, offre l’opportunità di un approfondimento cruciale, dato che agli occhi di un lettore italiano, dunque occidentale, la scelta radicale di padre Torres potrebbe apparire contrastante. Gli autori dipanano tale contraddizione facendo immergere il lettore nell’humus sociale e politico dell’America Latina, un contesto in cui il sistema di disuguaglianze era così strutturato che solo un atto radicale avrebbe potuto scardinarlo. Comprendere tale contesto rende possibile interpretare il ruolo di questo movimento teologico, che va letto, appunto, anche sulla base dell’esperienza vissuta da quelle Chiese durante il Concilio.

La teologia della liberazione può essere vista come uno dei tanti semi germogliati dal Vaticano II, sede in cui si coagulò, nella riflessione tra Chiesa e povertà, un gruppo dell’episcopato che diede vita nel 1965 al «Pacto de las Catacumbas», il cui fulcro era quello di rilanciare una sfida potente e suggestiva: la visione di una Chiesa povera e per i poveri. Un impegno netto che ispirò il comportamento di molti vescovi che, tornando nelle proprie diocesi, diedero nuovo significato al loro ministero, vivendo una mistica nuova ed un diverso contatto con la dimensione sociale. Il tema della povertà irruppe nuovamente con quella che fu chiamata «l’opzione preferenziale per i poveri», delineando, così, una Chiesa pronta a condividere lo stesso destino di umiliazione e sofferenza degli ultimi.

Paradigmatico il messaggio di Padre Torres ai cristiani – che peraltro precede di alcuni mesi il Patto – ed in cui afferma: «[l]a Rivoluzione, intanto, è il modo per ottenere un governo che dia da mangiare all’affamato, che dia da vestire all’ignudo, che insegni a chi non sa, che compia le opere di carità, di amore del prossimo, non soltanto in forma occasionale e transitoria, non soltanto nei confronti di pochi, bensí per la maggioranza del nostro prossimo. Per questo la Rivoluzione non soltanto è consentita ma addirittura obbligatoria per i cristiani che vedano in essa l’unica maniera efficace ed ampia di realizzare l’amore per tutti».

Quel che traspare nella filigrana dalle parole di Padre Torres – frutto di quell’ambiente ecclesiale e sociale – è quel sentire profondo che ispira molti esponenti della teologia della liberazione, ovvero la consapevolezza che le dimensioni spirituale e temporale possono essere distinte, ma non separate.

Ed è proprio nello sviluppo di questa rigorosa analisi delle intersezioni che gli autori espongono le connessioni tra cristianesimo e socialismo – ovvero la prospettiva di un cristianesimo radicale che si prefiguri la creazione di una società giusta già sulla Terra – che consentono al lettore di inquadrare in modo puntuale «[…]la controversa scelta di campo orientata a far incontrare il messaggio evangelico di pace e di amore con la lotta armata, o per meglio dire, con la resistenza armata all’oppressione […]». A tal riguardo vale la pena osservare che è proprio nell’America latina di quegli anni – immersa in un quadro politico tutto incentrato sulle logiche della Guerra Fredda – che si moltiplicano le dittature militari, forse anche in risposta a questi fermenti di base.

Con la fine di quel «mondo» – che d’altronde non ha risolto le gravi disuguaglianze socioeconomiche colombiane e sudamericane – certi pregiudizi verso la teologia della liberazione, diminuendo il timore di contagio da parte delle dottrine marxiste, iniziano ad attenuarsi.

Con il suo pontificato, Papa Francesco, che viene da quel mondo e che ha vissuto e respirato quel contesto sociale – anche se più vicino alla teologia del popolo -, ha inequivocabilmente rimesso al centro i poveri, richiamando così quella opzione preferenziale che ha caratterizzato, e caratterizza, la teologia della liberazione. Nell’esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, papa Bergoglio scrive: «[l]’attività missionaria “rappresenta, ancor oggi, la massima sfida per la Chiesa” e “la causa missionaria deve essere la prima”. […] In questa linea, i Vescovi latinoamericani hanno affermato che «non possiamo più rimanere tranquilli, in attesa passiva, dentro le nostre chiese» e che è necessario passare “da una pastorale di semplice conservazione a una pastorale decisamente missionaria”». Parole che richiamano l’essenza del messaggio del movimento teologico e di quella testimonianza sociale del cristiano, tanto è vero che l’impegno della Chiesa bergogliana è orientato all’«inclusione sociale dei poveri», l’esortazione infatti prosegue con «[o]ggi e sempre, “i poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo”. […] Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri. Non lasciamoli mai soli.»

Considerato quanto sopra, la sintesi conclusiva che gli autori offrono su questo tema è concisa ed esplicativa: «[s]oltanto una politica di riforme e di dialogo fra le classi sociali può evitare che quella testimonianza sia costretta a seguire vie estreme».

Padre Camilo Torres, il «prete guerrigliero»

Nell’economia del libro la parte prima è sicuramente quella centrale, quella in cui si può comprendere il pensiero di padre Camilo Torres. Grazie ai suoi scritti e messaggi – che si rivolgono ad un vasto quanto ben suddiviso pubblico – si capisce tutta la sua tensione ideale per emancipare le classi più deboli dal giogo di una «oligarchia» che, di fatto, detiene il potere con ogni mezzo, compresa la violenza. Tali scritti si caratterizzano per uno stile accessibile, asciutto, agevole nella comprensione, i periodi ed il lessico utilizzati sono semplici e da essi emerge padre Torres in tutta la sua intensità e complessità: come sociologo, come cristiano, come sacerdote.

Ed è in virtù dell’interiorità dell’uomo di fede e del pastore – ma anche dell’analisi del sociologo che riconosce i poveri impoveriti da un sistema – che non vuole venire meno all’essenza spirituale del suo mandato, ovvero l’essere al fianco dei più deboli, anche come attuazione operativa delle già richiamate idee riformatrici messe in moto a Roma dal Concilio. A tal proposito è utile richiamare l’incipit della costituzione pastorale Gaudium et spes del 1965: «[l]e gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore». Ed è nel solco di tale orientamento che lo stesso Torres afferma: «[i]l mio dovere di sacerdote, quantunque non eserciti gli atti del culto esterno, è di riuscire a far sì che gli uomini si incontrino con Dio, e, perciò, il mezzo più efficace è fare in modo che gli uomini servano il popolo secondo la loro coscienza». Scelta non facile dato che, «[a] causa della radicalizzazione progressiva delle proprie convinzioni, Torres entrò presto in contrasto con la gerarchia clericale (lasciando infine il sacerdozio)[…]».

Come si evince chiaramente dai suoi scritti egli non intende esaurire la sua azione, approcciando alle problematiche sociali della sua comunità, con la semplice prospettiva caritatevole. La povertà, intesa non solo dal punto di vista economico, ma anche culturale e sociale, necessita, per padre Torres, dapprima della presa di coscienza da parte delle classi deboli, e dappoi dell’impegno attivo e fattivo, per la «presa del potere» da parte del Popolo.

Sempre nel suo messaggio ai cristiani si legge: «[…] se la beneficenza, l’elemosina, le poche scuole gratuite, i pochi piani edilizi, ciò che viene chiamato “la carità” non riesce a sfamare la stragrande maggioranza degli affamati, né a vestire la maggioranza degli ignudi, né ad insegnare alla maggioranza di coloro che non sanno, bisogna cercare mezzi efficaci per dare tale benessere alle maggioranze.» Ed è per questi motivi che egli è persuaso, al fine di instaurare e garantire la giustizia sociale, che i cristiani siano obbligati a partecipare alla lotta armata.

Ciò che, inoltre, appare chiaro nella visione di padre Torres è l’importanza dell’unità. Pur parlando a categorie sociali diverse (contadini, donne, studenti, militari, disoccupati, ecc.), egli evidenzia come solo la coscienza della necessità dell’unità sia lo strumento per superare un sistema di potere oligarchico che l’individualismo, anche contadino, ha consentito. Dunque solo con una nuova unità ricercata e ricostruita il singolo trova la sua dimensione. Ed è proprio questo un tema centrale per cui «[i]l testo vuole evidenziare il profilo ed il contributo rivoluzionario di padre Camilo Torres ed il suo ruolo specifico all’interno del panorama conflittuale che si era creato in Colombia negli anni ‘60, facendone emergere l’aspetto aggregante».

Camilo Torres, figura indubbiamente interessante, complessa e che ha subito il giudizio, influenzato dalla polarizzazione presente nel suo momento storico, ma che ora, anche all’interno della Chiesa, si intende riabilitare e valorizzare in una prospettiva di riconciliazione.

Conclusioni

Il libro, grazie anche alla nuova introduzione, fornisce diversi spunti di riflessione specifici su di una tematica che, come visto, si intreccia con scenari più ampi, dalla lotta di guerriglia per la liberazione da regimi autocratici ed oligarchici alla teologia della liberazione. Nella sua parte scientifica offre una inquadratura ampia e sempre più puntuale sulla situazione colombiana dell’epoca, consentendo al lettore di cogliere elementi generali e peculiari di una società in mutamento nel contesto dell’America Latina.

In conclusione, la scelta del prete colombiano, condivisibile o meno, ci rimanda a quel sussulto scatenato dall’ingiustizia, provato da molti, ma anche troppo velocemente sopito dall’autodistrazione e dall’autoassolvimento. Padre Torres sentì tale sussulto, lo interrogò, lo interpretò e diede la sua risposta, radicale e discutibile, certo, ma che lo condusse a quell’inevitabile dal quale non si è sottratto.

Padre Torres ha pagato con la vita la sua scelta, adempiendo così al suo sacrificio, seguendo una propria linea di azione definitiva, che, però, ci riporta alla mente le parole del Vangelo che sicuramente egli conosceva: «Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Gv 10,11-12).

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