Periplo. Merci e natura attraverso gli oceani, oggi come duemila anni fa

Il racconto di un anonimo mercante greco-egiziano di duemila anni fa, che commerciava, avanti e indietro, fra Egitto, Somalia, Arabia e India, disegna una mappa di porti, di rotte, di rapporti economici e di risorse preziose valida ancor oggi (magari le merci sono cambiate, ma il meccanismo dei rapporti è sempre uguale) e ci insegna a essere curiosi (proprio come i mercanti antichi e medievali) dei popoli e paesi e delle lingue e culture di chi oggi ci vende camicette, carbone e computer – e adesso anche aglio! -, come dei tanti cittadini stranieri che sono intorno a noi, figli delle terre bagnate dagli oceani e attraversate dai deserti d’Africa e Asia, dai quali avremmo tanto da imparare.

Giorgio Nebbia
nebbia@quipo.it

«In aprile a Alessandria d’Egitto comincia a fare caldo e spero di non soffrire troppo nel lungo viaggio che mi aspetta. Un tratto lungo il Nilo fino a Coptos, poi 350 chilometri di deserto, per raggiungere Baran, o Berenice come la chiamano, sul Mar Rosso, per imbarcarmi sulla nave che ho noleggiato, insieme a sei marinai. Da Berenice i venti ci spingono lungo il Mar Rosso, verso sud-est. Un po’ di mirra conviene comprare a al-Bahr, la bianca Come, sulla costa dell’Arabia, perché è di buona qualità e posso venderla bene in India. Per comprare un po’ d’avorio (che però non è tanto buono) bisogna invece che arrivi a Porto Sudan. La tappa successiva è Massaua, sulla costa dell’Eritrea, dove si trova avorio migliore e anche gusci di tartaruga e conchiglie con la cui madreperla si rivestono mobili pregiati. Al largo di Massaua ci sono le isole vulcaniche Dahlak in cui viene scavata l’ossidiana, pietra nera e dura, molto ricercata. Dopo 700 chilometri, attraversato lo stretto di Bab el-Mandeb, si arriva a Aden dove si acquistano mirra, cinnamomo e altre spezie. Adesso comincia la traversata dell’oceano, verso l’India, la parte più dura del viaggio. Da Aden mi conviene navigare per 500 chilometri lungo le coste inospitali dell’Arabia meridionale fino ai pozzi del golfo di al-Qamar per rifornirmi di acqua e acquistare incenso di buona qualità; le popolazioni non sono cordiali e il clima è molto caldo perché è cominciata l’estate.»

In mare aperto

«Da al-Qamar ho davanti a me 1800 chilometri di mare aperto; so che il vento mi spingerà facilmente verso l’India ma devo usare tutta la mia pazienza per tenere buoni i marinari che sono egiziani e percorrono questo oceano indiano per la prima volta. Finalmente arriviamo in vista del grande golfo in cui sfocia il fiume Indo e in cui si trova il porto di Karachi (i greci lo chiamano Barbaricon), una grande città abituata ai traffici. I miei marinai trovano un po’ di distrazione anche con le belle ragazze che qui sono numerose e abbastanza disponibili. Io preferisco ascoltare i racconti delle terre interne, anche perché spero di avere informazioni per gli acquisti in un viaggio futuro. Sapendo che sono “un greco” mi raccontano, con rispetto, che un altro greco, tre secoli prima, aveva sconfitto un grande re della Battriana (un paese che sarebbe stato chiamato Afghanistan) e aveva fondato una città chiamata Alessandria, proprio lo stesso nome della città egiziana da cui vengo io. Vendo facilmente avorio, incenso e mirra e compro ferro, cotone e seta che vengono da un paese ancora più lontano che chiamano Cina ma in cui pare che non sia arrivato nessuno.»

«Tengo per me un po’ di mirra e cinnamomo, le preziose spezie che avevo comprato in Arabia, che occupano poco spazio ma valgono molto, da vendere a Bharuch, alla foce del grande fiume Narmada, a Bombay, altro importante porto, e, sempre lungo la costa indiana, a Cochin, ancora più a sud. A rigore potrei ancora visitare la grande isola di Taprobane (che sarebbe stata chiamata Ceylon, o Sri Lanka) e anche un’altra terra favolosa per i commerci, una ancora più lontana penisola “d’oro” che chiamano Chersoneso, la Malesia. Ma per questa volta ne ho abbastanza. È già novembre e, se parto da Cochin con i venti che mi spingono verso occidente, riesco ad arrivare al Capo Guardafui, in Somalia: questa traversata dell’Oceano Indiano è più lunga di quella dell’andata; 2500 chilometri tutti in mare aperto, senza possibilità di approvvigionamento di acqua. Se va bene, circa due mesi senza vedere nessuno, ma i marinai sono contenti pensando al ritorno a casa e al guadagno che li aspetta. Ci riforniamo di acqua e carichiamo le merci indiane che venderò bene in Egitto, al mio ritorno. Conto di arrivare a marzo».

1200 anni prima di Marco Polo

I lettori, e soprattutto gli studiosi, perdoneranno se mi sono preso molte libertà nell’identificare i luoghi e i tempi e le merci, per dare un po’ di vivacità a un racconto redatto duemila anni fa da un anonimo mercante greco-egiziano che davvero commerciava, avanti e indietro, fra Egitto, Somalia, Arabia e India.

Una antica mappa dell’Oceano Indiano (o “Mare Eritreo”)

La descrizione del viaggio è contenuta in un manoscritto greco, chiamato “Il periplo del mare eritreo”, ed è quasi un’anticipazione della narrazione che Marco Polo avrebbe fatto, milleduecento anni dopo, del viaggio dal Mediterraneo alla Cina per via di terra, con ritorno a Venezia per via mare, più o meno toccando gli stessi porti in cui si era fermato l'”anonimo”.
Una traduzione italiana del “Periplo” era stata fatta molti secoli fa e finalmente la Società Geografica Italiana ha voluto offrire ai lettori italiani una bella traduzione in italiano moderno con molte note e integrazioni, curata da Stefano Belfiore (Roma, 2004).
Il “Periplo” descrive, uno dopo l’altro, i molti porti che il mercante ha visitato, le popolazioni incontrate, il loro carattere – alcune sono ospitali, altre sono cattive e aggressive – e si presenta quasi come la sceneggiatura di un film o di un documentario televisivo. Mi immagino l’autore del Periplo seduto fra i commercianti di Bombay ad ascoltare i racconti di altri mercanti (che lingua avranno usato per intendersi?) arabi, greci, egiziani, indiani, afghani, malesi, cinesi. Che cosa si saranno detti dei rispettivi paesi e delle mogli e dei figli lontani migliaia di chilometri? Come avranno riempito le lunghe noiose giornate di viaggi per mare fra un porto e l’altro?

Materie naturali strategiche e preziose, le forze che muovono persone e popoli

Con un poco di pazienza e una buona carta geografica non è difficile riconoscere, nei nomi citati dall’anonimo autore del Periplo, i porti che sono oggi apprezzate località turistiche sul Mar Rosso, o grandi centri commerciali internazionali. Per ciascuno sono indicate le merci che potevano essere acquistate o vendute, la loro qualità, i prezzi, le frodi che venivano praticate: un contributo molto importante anche alla storia della botanica e della zoologia. Appare così che anche duemila fa le grandi forze che muovevano le persone e i popoli (e anche provocavano invasioni e guerre) erano materie naturali strategiche e preziose: incenso e mirra, avorio e ferro, cotone e seta, il colorante lacca e la cassia, i minerali agata e ossidiana.
Oggi le merci contese sono petrolio, cromo, uranio, grassi vegetali, silicio, eccetera, ma il meccanismo dei rapporti è sempre quello, la speranza di guadagno. Con la differenza, forse, che i mercanti antichi e medievali nei loro traffici mettevano anche curiosità. Forse faremmo bene anche noi a essere curiosi dei popoli e paesi e delle lingue e culture di chi ci vende camicette e carbone e computer – e adesso anche aglio! – dei tanti cittadini stranieri che sono intorno a noi, figli delle terre bagnate dagli oceani e attraversate dai deserti d’Africa e Asia, dai quali avremmo tanto da imparare.

Scrive per noi

GIORGIO NEBBIA
Giorgio Nebbia è una delle principali figure del movimento ambientalista. Bolognese di nascita, è stato professore ordinario di Merceologia all’Università di Bari dal 1959 al 1995. Ora professore emerito, è stato insignito dottore honoris causa in Scienze economiche e sociali (Università del Molise) e in Economia e Commercio (Università di Bari; Università di Foggia). Le sue principali ricerche vertono sul ciclo delle merci, sull’energia solare, sulla dissalazione delle acque e sul problema dell’acqua. Per due legislature è stato parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992). L'archivio Giorgio e Gabriella Nebbia è ospitato presso il centro di storia dell'ambiente della Fondazione Luigi Micheletti. La sua email è nebbia@quipo.it

GIORGIO NEBBIA

Giorgio Nebbia è una delle principali figure del movimento ambientalista. Bolognese di nascita, è stato professore ordinario di Merceologia all’Università di Bari dal 1959 al 1995. Ora professore emerito, è stato insignito dottore honoris causa in Scienze economiche e sociali (Università del Molise) e in Economia e Commercio (Università di Bari; Università di Foggia). Le sue principali ricerche vertono sul ciclo delle merci, sull’energia solare, sulla dissalazione delle acque e sul problema dell’acqua. Per due legislature è stato parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992). L'archivio Giorgio e Gabriella Nebbia è ospitato presso il centro di storia dell'ambiente della Fondazione Luigi Micheletti. La sua email è nebbia@quipo.it

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