TURISMO POST CORONAVIRUS. “Io viaggio in Italia”: perché prediligere mete italiane quando torneremo a viaggiare.

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Il settore turistico rappresenta per l’Italia un’importante risorsa. Potrebbe essere lo strumento cardine per risvegliare il nostro Paese “dallo stato di catalessi in cui è piombato”, una volta passata l’emergenza. Secondo un sondaggio gli italiani non vedono l’ora di ripartire, ma: come, dove e con che consapevolezza?

di Irene Pinto

“Come viaggiare comodamente dal divano di casa”, “Esplora gratuitamente i capolavori dei Musei Vaticani grazie ai fantastici tour virtuali a 360°”, “Musica in 8D, che figata!”, “Scopri mete da sogno grazie alla fantastica raccolta di documentari di viaggio offerta da pinco pallo”, diciamolo, sono formule ultimamente un po’ abusate. Se qualche settimana fa costituivano uno spiraglio di luce, oggi diventano ridondanti. La verità è che non siamo fatti per stare 24 ore su 24 dentro casa, e tutto questo viaggiare virtuale dopo un po’ finisce per farci scoppiare la testa. E allora smaniamo per prendere in prestito il cane della vicina di casa e portarlo a fare il giro del palazzo, pur di uscire e respirare un po’ d’aria. Passeggiando col cane della vicina, guardiamo il cielo sopra di noi, tra “interminati spazi” e “sovrumani silenzi”. E il pensiero del domani, quando tutto questo sarà finito, comincia a farsi strada. Perché ci sarà un domani. Iniziamo a prefigurarci un’epoca di graduale riacquisizione delle nostre libertà. E tra queste, la libertà di viaggiare.

Il settore turistico in Italia

Sarà dura ripartire. Sarà dura per noi in Italia e per tutti i Paesi coinvolti nella pandemia. Il turismo è uno dei settori che più tende a crescere a livello mondiale. Il Wttc (World Travel and Tourism Council) riporta che nel 2018 il settore turistico è cresciuto in Italia del 3,2%, laddove il tasso di crescita complessivo dell’economia rasentava l’1%. Se il 2020 sarà certamente segnato da un generale rallentamento nell’incremento del Pil globale, l’Italia, come riportato dall’Ocse, avrà una crescita pressoché nulla. Il Sole 24 Ore, rifacendosi ai dati del Wttc, riporta un dato non sottovalutabile: il 13,2% del Pil italiano deriva dal turismo, ma il turismo è inevitabilmente uno dei settori che più risentiranno degli effetti della crisi.

Senso civico dopo l’emergenza

Fino a ieri, la componente internazionale del turismo incoming era estremamente rilevante in Italia: secondo i dati Istat, costituiva nel 2018 oltre la metà del numero totale di turisti presenti nel Bel Paese. Ma per un po’ ce li potremo scordare i turisti stranieri. Ci temeranno, oppure li temeremo noi, visto che abbiamo passato loro la “patata bollente”. Ci saremo solo noi, che fino a ieri ci professavamo cittadini del mondo, che oggi ci ritroviamo prigionieri delle nostre mura domestiche, ma che un domani sicuramente ne usciremo; in Italia saremo soli però, soli, noi cittadini di questo Paese. Vacanze italiane sono quelle che si prospettano nei prossimi mesi. Il nostro senso civico, che abbiamo recentemente scoperto di avere più di quanto potessimo immaginare, non deve abbandonarci proprio adesso, o non appena terminerà l’emergenza. Perché i suoi effetti si faranno sentire prepotentemente su tutti noi e, ahimè, per lungo tempo. È fondamentale impegnarci a scegliere destinazioni italiane per far ripartire la nostra economia turistica, e non solo. Abbiamo la fortuna di vivere in un Paese che riserva una quantità inesauribile di meraviglie, la maggior parte delle quali sono ignote ai più. Oggi gli italiani hanno molta voglia di viaggiare. Ce lo conferma un sondaggio di Confturismo-Confcommercio in collaborazione con SWG effettuato tra il 18 e il 23 marzo. E tra gli intervistati, l’83% afferma che, finita l’emergenza, farà vacanze in Italia. Una volta usciti dalle terapie intensive, dovremo reimparare a respirare, a reggerci sulle nostre gambe e muovere i primi passi in un mondo nuovo, ridotto all’osso.

Viaggiare in Italia costerà meno, e potremo permettercelo più agilmente. Pensiamo a un turismo in linea con le nostre possibilità economiche, ma che al contempo supporti le realtà più danneggiate. Viaggiare in Italia significherà partecipare in prima persona alla ricostruzione, dare una spinta solidale alla ripresa economica del nostro Paese. Non dimentichiamo che l’impatto economico di un viaggio si estende ben oltre il settore turistico in sé. Un turista non apporta ricavi soltanto a trasporti e strutture ricettive, ma anche a ristoranti, attività commerciali, culturali, ricreative, e molto altro ancora. L’Istat parla chiaro: 100 euro di transazioni nel turismo ne generano ulteriori 86 in altri settori. Gli impatti della mobilità umana sono enormi, e lo sono ancor più se questa mobilità la concentriamo nel nostro Paese.

Alcune domande da farci

Ripartire dunque dal turismo, e da un turismo local. Ma forse è il caso di porci delle domande prima di premere l’acceleratore, quarta marcia e via. Prima domanda: che tipo di turismo vogliamo? Potremo rimettere in moto un Paese che le sue immense risorse e potenzialità le conserva ancora, intatte. Abbiamo carta bianca dunque. E ciò ci dà l’opportunità di ripensare gli equilibri precedenti; di fermarci a riflettere su che mondo vogliamo davvero. Cerchiamo di essere lungimiranti.

In fondo, fino a ieri Greta Thunberg ci supplicava di rinunciare quando possibile all’aereo, mezzo che tramite la produzione dei gas serra contribuisce sensibilmente all’incremento del riscaldamento globale. Risvegliava le nostre coscienze spesso dormienti sugli attuali e incombenti danni al pianeta da noi continuamente provocati. E di quanto il pianeta, e con esso l’umanità, siano vulnerabili, ne abbiamo appena avuto una degna dimostrazione. Vietato dunque adagiarsi sugli allori, quando l’emergenza sarà superata.

Ci siamo resi conto in queste ultime settimane di quanto il nostro spirito di autoconservazione ci induca a rimanere attaccati con tutte le forze alla vita. Chi l’avrebbe mai detto che noi esseri umani, in continuo movimento per natura, che dalla nostra stessa mobilità traiamo forza vitale, saremmo stati in grado di rimanere immobili, rintanati nelle nostre dimore, per tutto questo tempo, e chissà per quanto altro tempo ancora? Non dimentichiamo ciò di cui siamo stati capaci, quando tutto questo finirà. Abbiamo imparato a non dare nulla per scontato; e da tempo sappiamo che la salute del nostro pianeta è tutt’altro che scontata. Lo stiamo sperimentando proprio adesso. “Fondamentale non abbassare la guardia” è diventato un must degli ultimi giorni. Sembra un ossimoro, viaggiare, con tutto ciò che comporta, e salvaguardare il pianeta. Invece è nel concetto stesso di viaggiare che può avvenire un cambio di paradigma. Che tipo di turismo vogliamo, ci chiedevamo. Ecco, è questo il momento di scoprire un nuovo modo di viaggiare, che riduca gli impatti. Possiamo imparare a viaggiare responsabilmente, senza che il turismo responsabile rimanga appannaggio di una fetta di popolazione minimale e particolarmente sensibile a questi temi? Sicuramente sì, almeno in parte. La crisi epocale che stiamo vivendo ci aiuterà in questo senso. Stiamo maturando una maggiore consapevolezza dell’importanza dell’impegno collettivo e della responsabilità individuale per un fine comune. E questo impegno deve continuare, non possiamo mollare adesso. Un impegno nei confronti dell’umanità, ma anche dell’ecosistema, del pianeta.

Non possiamo non tener conto che il ritorno alla normalità sarà graduale in ogni ambito; un distanziamento sociale sarà probabilmente imposto o caldamente consigliato ancora a lungo. A maggior ragione, è questa l’occasione giusta per scoprire un modo di viaggiare che fino a ieri era parzialmente di nicchia. Itinerari in mezzo alla natura, come la via Francigena, o la via degli Dei, ad esempio. Vacanze in agriturismi immersi nella natura, piccoli borghi che conservano un’autenticità impagabile. Camminiamo dunque, usiamo la bici, per citare i mezzi a impatto zero per eccellenza. Ma anche il treno, la barca a vela, e chi più ne ha più ne metta. Ciò ci permetterà anche di limitare i contatti ravvicinati, e la frequentazione di luoghi affollati e chiusi, come musei, ma anche pub e discoteche delle grandi città.

Riscoprire i luoghi

Viaggiare in Italia, ma dove? Questa, la seconda domanda. Prima di rispondere, consideriamone una terza: che non sia arrivato il momento di sfoderare un poker d’assi e battere sul tempo l’overtourism? Certo, ora come ora il problema sembra essersi azzerato. Venezia, Firenze, Roma, cluster turistici per eccellenza, conservano oggi solo il loro fascino originario. Le loro armonie così perfette sono miracolosamente intatte nonostante i danni che il turismo di massa ha arrecato loro nel corso dei decenni. Ma, dopo l’emergenza, vogliamo davvero rivederle straripanti di turisti, affossate nella loro stessa bellezza? Sarebbe auspicabile che vi fosse una volontà comune da parte dei residenti di riappropriarsi dei propri luoghi natali, che proprio in questo periodo drammatico hanno (ri)scoperto. E ciò potrebbe avvenire in parte spontaneamente, nei centri storici spopolati, agli inizi della ripresa. Basti pensare a tutti gli appartamenti destinati alle locazioni turistiche, o trasformati in piccole pensioni, che per forza di cose rimarranno vuoti. Pensiamo anche ai negozi, ai ristoranti, ai bar ad uso pressoché esclusivo dei turisti, presenti in tutte le città d’arte. Chissà per quanto tempo rimarranno chiusi, chissà se alcuni di questi mai riapriranno. Che non sia l’occasione per un ripopolamento dei centri storici da parte degli ex-residenti? Gli stessi che qualche anno fa si erano trasferiti nelle periferie o in città minori, a causa dell’inaccessibilità dei prezzi degli immobili in affitto e della scarsa disponibilità di appartamenti destinati ai residenti. Potrebbe essere un’occasione unica, da non sprecare, per una sorta di “migrazione di ritorno”, e di riacquisizione dei propri spazi. Ridistribuire i flussi diventerebbe così una priorità, ripartendo da zero nel disegnare la mappa delle destinazioni turistiche del nostro Paese; nel rivalutare le zone meno conosciute, considerate fino ad ora di serie B, o solo per viaggiatori esperti o alternativi: dalle colline dell’Appennino tosco-emiliano, alle montagne dell’Aspromonte, alle calette più nascoste del Cilento, raggiungibili solo in barca.

Costruire un turismo resiliente

Ebbene, se oggi ci sembra impossibile anche solo immaginare turisti in visita nei nostri luoghi deserti, un giorno saranno proprio loro, i turisti, a risollevare le sorti del nostro Paese, risvegliandolo dallo stato di catalessi in cui è piombato. Un settore fragile e permeabile il turismo, ma anche un settore chiave; una leva economica fondamentale per una futura ripresa. E lo dobbiamo ripensare in maniera più coerente, più responsabile e sostenibile. Un turismo che guardi oltre la gestione dell’emergenza in sé e i buchi economici che ne derivano, e che si interroghi sugli scenari futuri. Un turismo che magari cresce meno, ma il cui raggio d’azione si allarga. Un turismo resiliente, che guarda avanti, oltre l’orizzonte; e cammina lentamente, verso un futuro a cui non vuole rinunciare.

Scrive per noi

Irene Pinto
Sono Irene Pinto e ho 24 anni. Veneziana di origine, vivo da sei anni a Bologna, dove mi sono laureata in Lingue e diplomata in pianoforte al Conservatorio. Sono attualmente laureanda in una magistrale di management della cultura in inglese.
Nonostante il mio forte legame con Venezia e con Bologna, ho sempre tenuto uno sguardo aperto sul mondo, che a poco a poco ho cominciato ad esplorare, come turista, ma anche come volontaria e lavoratrice. Sono da sempre appassionata di viaggi e di turismo responsabile, un turismo sensibile ai temi della sostenibilità ambientale e dell’interculturalità. In questa direzione va la mia collaborazione, attiva ormai da un paio d’anni, con la redazione del Festival IT.A.CA’, festival sul turismo responsabile, per il quale, dopo aver svolto un tirocinio curricolare nel 2018, scrivo articoli e interviste.

Irene Pinto

Sono Irene Pinto e ho 24 anni. Veneziana di origine, vivo da sei anni a Bologna, dove mi sono laureata in Lingue e diplomata in pianoforte al Conservatorio. Sono attualmente laureanda in una magistrale di management della cultura in inglese. Nonostante il mio forte legame con Venezia e con Bologna, ho sempre tenuto uno sguardo aperto sul mondo, che a poco a poco ho cominciato ad esplorare, come turista, ma anche come volontaria e lavoratrice. Sono da sempre appassionata di viaggi e di turismo responsabile, un turismo sensibile ai temi della sostenibilità ambientale e dell’interculturalità. In questa direzione va la mia collaborazione, attiva ormai da un paio d’anni, con la redazione del Festival IT.A.CA’, festival sul turismo responsabile, per il quale, dopo aver svolto un tirocinio curricolare nel 2018, scrivo articoli e interviste.

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