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Covid-19 ed economia

| FRANCESCO INGRAVALLE

Tempo di lettura: 4 minuti

Covid-19 ed economia
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Il liberismo economico non funziona in situazioni di emergenza. Lo dimostra la storia e lo dimostra il panorama messo in luce oggi dal Covid-19. Per raggiungere un benessere collettivo occorre invece alimentare il dialogo tra economica, scienza e politica e sostenere la solidarietà, poiché l’economia reale vive di relazioni umane. Cosa imparerà il nostro tessuto economico e sociale da questa pandemia?

di Francesco Ingravalle

“Il principio fondamentale, secondo il quale nel gestire i nostri affari dobbiamo fare uso il più possibile delle forze spontanee della società e ricorrere il meno possibile alla coercizione, è suscettibile di una infinita varietà di applicazioni” scriveva Friedrich von Hayek nel 1944 tracciando la formula più generale del liberismo economico. Formula che funziona in modo quasi sufficiente (se non si guarda all’iniqua distribuzione delle opportunità sociali che essa crea) quando “tutto va bene”, ma che non funziona affatto nei momenti di emergenza.

E non lo si nota per la prima volta.

Il liberismo economico non funziona in tempi di crisi

Non funzionò nel 1918, quando si dovettero generalizzare i principi dell’”economia di guerra” per provvedere alle necessità di base di un’Europa distrutta dalla guerra e minata dalla pandemia di “febbre spagnola”, ma soltanto con un ingente flusso di credito in deficit (si veda il piano Young per la Germania) fu possibile riportare le economie europee in condizioni di relativa salute.

Non funzionò nel 1945, quando le notevoli iniezioni di dollari nelle economie europee dovettero essere accompagnate da un mantenimento (e da un’estensione, come in Italia e in Germania) di sistemi di Welfare i cui benefici effetti durarono sino alla metà degli anni Settanta del XX secolo.

Non funzionò nel 2008-2009 quando la crisi dei mutui subprime innescò la più grave crisi finanziaria del dopo-guerra, una crisi che soltanto l’alleanza fra Organizzazioni finanziarie internazionali e Stati (per lo meno, nell’Occidente euro-americano) è riuscita a rendere governabile.

È letteralmente sparito dalle discussioni e dalle pratiche al tempo del COVID-19. Non si parla d’altro che di interventi dello Stato, della Cassa Depositi e Prestiti, del ruolo dell’INPS e della Sanità Pubblica. Sono lontanissimi i tempi della deregulation economica che ci hanno “regalato” la crisi del 2008-2009 (come ci avevano “regalato”, a suo tempo, la crisi del 1929).

Se ne conclude che il liberismo economico è ottimo per i tempi quieti.

Scienza e politica sono necessarie

Ma il COVID-19 sta portando in primo piano un’altra evidenza: il carattere nefasto della separazione fra gestione politica e competenza scientifica. C’è stato un tempo in cui si è detto “la scienza non è neutrale!” Vero. Ma è altrettanto vero che sulle scienze poggia lo sviluppo delle società tecnologiche e che quanto più è educata scientificamente una popolazione, tanto più essa sa distinguere fra un uso della scienza a vantaggio di tutti e un uso della scienza a vantaggio di pochi (o di pochissimi). Non siamo così poveri in spirito da essere obbligati a scegliere fra umanesimo e scienze, se non altro perché uno dei prodotti dell’Umanesimo è stata proprio quella famosa rivoluzione scientifica che ha costituito la premessa per la rivoluzione industriale, se non altro perché è sul terreno scientifico che è nata l’idea di uno “sviluppo sostenibile”; né dovremmo essere così sprovveduti da non sapere, almeno intuitivamente, che il profitto non può essere l’unico obiettivo da conseguire sul piano economico senza porsi l’elementare domanda “Profitto per chi?” Come sapeva bene John Stuart Mill, la felicità individuale non può essere conseguita a spese della felicità collettiva; ma per ottenere una buona armonizzazione delle due felicità occorre un pubblico potere sollecito nel correggere le storture del mercato, nel garantire pari opportunità a tutti, pur senza pretendere che tutti conseguano i medesimi obiettivi, sollecito nel prestare orecchio alle richieste dei governati.

Certo, il panorama messo in luce dal COVID-19 è, per certi aspetti, sconcertante: la fragilità sanitaria degli U.S.A. e la povertà diffusa (chi ricorda più il reportage di M. Harrington, L’altra America, di inizio anni Sessanta?), la superpotenza, il caos sanitario dell’India, uno dei giganti tecnologici dell’Asia, l’iniziale disorientamento (e l’intempestività nell’informare la comunità internazionale) della Cina di fronte all’epidemia, l’improvvisa situazione di povertà emersa in Italia che ha svelato quante persone vivevano di economia sommersa (ora messa in crisi come l’economia ufficiale, dalla pandemia), le difficoltà della Germania, dell’Inghilterra e della Spagna….e si potrebbe continuare.

L’economia reale vive di relazioni umane

La pandemia ha rivelato che l’economia di carta era……. di carta e che al momento della sua conversione in beni sociali (cioè al momento dell’emergenza) si sarebbe rivelata incapace di muoversi; non è strano: il settore del credito è la trascrizione sopravvalutata dell’economia reale; quest’ultima vive di relazioni umane; ma COVID-19 colpisce proprio le relazioni umane e lascia spazio solo alle attività essenziali di mera sopravvivenza; il superfluo, che costituisce larga parte dei riferimenti dell’economia del credito, “chiude”; e il credito entra in sofferenza. Lo Stato deve sostenerlo, così come deve sostenere l’economia reale in sofferenza. Si cercano dunque aiuti internazionali, a livello di Unione Europea e non solo. Solidarietà diventa una parola descrittiva di quello che si fa per fronteggiare le conseguenze della pandemia. La solidarietà non deriva soltanto dal cuore, ma è una necessità oggettiva, perché mai come adesso è stato vero che nessuno può vivere da solo. “Stiamo a casa!”, ma chi lavora nei servizi essenziali deve uscire per noi.

La pandemia sta obbligando a modificare il vissuto (e il tessuto) economico e sociale. Lo stile di vita uscirà cambiato da questa fase sociale e non soltanto in Italia; ma soprattutto ne uscirà modificata la struttura del vissuto economico. Andremo verso una redistribuzione virtuosa dell’essenziale, oltre le fumosità del neo-liberismo del passato? Verso una concezione flessibile del rapporto fra pubblico potere e interessi privati? Verso una concezione scientifica del rapporto fra uomo e ambiente? Verso una concezione realistica del rapporto fra politica e scienza? Lo speriamo vivamente.