Antonio Bossi: l’educazione ambientale come scelta di vita in “.eco” di marzo 2026
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Nel nuovo numero di .eco di marzo 2026 c’è una presenza che attraversa le pagine con discrezione e forza insieme: quella di Antonio Bossi, educatore ambientale, formatore, costruttore di reti, scomparso il 7 gennaio 2026
Il ricordo e l’intervista pubblicati nella sezione Primo piano non sono soltanto un omaggio affettuoso. Sono la testimonianza di un modo di intendere l’educazione ambientale come scelta di vita, pratica quotidiana, responsabilità civile.
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Antonio Bossi, un protagonista dell’educazione ambientale in Italia
Nel profilo tracciato da Maria Antonietta Quadrelli – “Antonio Bossi, un protagonista dell’educazione ambientale in Italia” – emerge una figura che ha attraversato oltre quarant’anni di storia dell’educazione ambientale nel nostro Paese.
Dagli inizi come giovane naturalista e volontario del WWF nei primi anni ’80, fino al ruolo di coordinatore dei programmi educativi e poi di direttore della sezione lombarda della Rete WEEC, Bossi ha contribuito a costruire strumenti, metodologie, percorsi formativi. Tra questi, la collana dei Quaderni di educazione ambientale del WWF, che ha portato nelle scuole italiane contenuti scientifici rigorosi e proposte didattiche fondate sull’“imparare facendo”
Il suo lavoro al Parco del Monte Barro e, successivamente, nella cooperativa Eliante, racconta una professionalità radicata nei territori, capace di coniugare natura, cittadinanza attiva, partecipazione.
Autorevolezza, pacatezza, coerenza, giocosità: così viene ricordato. Ma soprattutto, una costante tensione etica. L’educazione ambientale, per Bossi, non era un ambito specialistico: era un modo di stare nel mondo.
L’educazione come pratica e come responsabilità
Il secondo contributo – “Antonio Bossi, una riflessione che guarda al futuro”, a cura di Elena Pagliarino (che per la nostra collana Effetto farfalla aveva curato un volume di interviste a educatori ambientali noti e meno noti di tutta Italia) – restituisce la voce diretta di Bossi attraverso un’intervista che oggi suona come un lascito.
Nelle sue parole emerge un’idea esigente di professione educativa: fare l’educatore ambientale non è un lavoro come tutti gli altri; richiede competenze scientifiche, pedagogiche, comunicative, progettuali. Ma richiede soprattutto motivazione, scelta consapevole, passione duratura.
Bossi sottolinea la fragilità della professione – spesso poco riconosciuta e poco remunerata – e la difficoltà di costruire un sapere codificato, capace di essere riconosciuto socialmente come forte e autorevole. Eppure, insiste sulla necessità di mantenere vivo il legame tra teoria e pratica, tra progettazione e esperienza diretta sul campo.
L’“imparare facendo” non come slogan, ma come metodo. L’educatore come figura che non abbandona mai il contatto con i gruppi, con i territori, con la natura.
Una vita intrecciata alla natura
Nell’intervista, il racconto delle origini – l’infanzia in campagna, la casa ai margini del bosco, le esplorazioni con il nonno e il padre – illumina le profonde radici della sua scelta.
Non c’è retorica, ma consapevolezza: la relazione tra essere umano e natura è il punto di partenza e di ritorno. Da qui nasce un percorso che attraversa il WWF, le reti educative, le collaborazioni con il mondo della ricerca e della scuola.
E insieme, una preoccupazione per il presente: la trasformazione della società, la velocità, la difficoltà di mantenere profondità e senso critico in un contesto dominato dall’immediatezza.
Un’eredità che interroga il futuro
Questo doppio contributo non chiude una storia: la rilancia.
La domanda che attraversa le pagine è semplice e radicale: quale educazione ambientale per il futuro? Come rendere questa professione solida, riconosciuta, capace di incidere nei processi sociali? Come costruire reti vive, capaci di superare frammentazioni e precarietà?
Antonio Bossi ha vissuto l’educazione ambientale come scelta di vita. Non come parentesi, non come occupazione temporanea, ma come impegno coerente e continuativo.
Il ricordo pubblicato su “.eco”è allora anche un invito. A non disperdere competenze e relazioni. A investire in formazione, comunità, qualità pedagogica. A credere che educare alla sostenibilità significhi, prima di tutto, abitare responsabilmente il presente.
Una testimonianza che resta. Non come nostalgia, ma come orientamento.

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