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Dai giovani universitari un grido di dolore e un allarme

| Redazione

Tempo di lettura: 11 minuti

Suicidi, ecoansia, negazione del diritto allo studio, ma anche denuncia di un sistema ipocrita e intenzionalmente insensibile alle disuguaglianze e alle ingiustizie nei discorsi che due studentesse (Alessandra De Fazio e Emma Ruzzon) hanno tenuto alle Università di Ferrara e di Padova per l’inaugurazione dell’anno accademico. Qui i loro testi integrali.

(Nell’immagine di apertura, Alessandra De Fazio durante il suo intervento a Ferrara)

Non è piaciuto alle associazioni universitarie di destra l’intervento che Alessandra De Fazio, presidente del Consiglio degli studenti dell’Università di Ferrara, ha pronunciato in occasione della cerimonia inaugurale dell’anno accademico di fronte al più autorevole degli ascoltatori: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

L’intervento, spiega Alessandra rispondendo alle critiche, nasce anche dai suggerimenti avuti (e che in alcuni punti cita) dagli altri studenti grazie al semplice strumento di un Google form.

«Accedere alla cultura e, conseguentemente, esercitare le proprie facoltà di cittadini, non può essere un privilegio: non ci dobbiamo “meritare” di studiare, di avere una casa, delle cure. Esigiamo questi diritti.» dice la rappresentante degli studenti ferraresi. Sotto accusa sono il cinismo e l’ipocrisia di un sistema che (in violazione dei principi costituzionali) nega di fatto il diritto allo studio e produce emarginazione sociale e disagio mentale.

La sfida più grande consiste nel non adeguarci

Parole analoghe sono state pronunciate a nord del Po da Emma Ruzzon, davanti questa volta alla ministra dell’Università Bernini, durante l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Padova.

Citando Concetto Marchesi (che dell’antico ateneo patavino è stato rettore) Emma ha richiamato i valori della Costituzione e dell’antifascismo e celebrato il coraggio di ribellarsi a un sistema che nega nei fatti il diritto allo studio, così come molti altri diritti sanciti dalla carta fondamentale della Repubblica nata dalla Resistenza.

L’anno prima, per gli 800 anni dell’Ateneo, parlando davanti al Presidente Mattarella e alla presidente del Senato, Casellati aveva chiesto “come possa considerarsi libero un Paese in cui i senatori della Repubblica possono permettersi di applaudire pubblicamente l’affossamento di un ddl che, in minima parte, mirava a tutelare la libertà di esistere di persone, cittadini, di uno Stato che continua a chiudere gli occhi davanti alla sua transomofobia”.

Nel discorso di quest’anno, il suo è stato un grido di dolore e un allarme, allargato alla grande maggioranza dei “chi non ha”: per i molti giovani suicidi vittima del sistema meritocratico che fa della povertà e della debolezza una colpa, ma anche per un sistema che acuisce le disuguaglianze, che ignora la condizione dei carcerati e non fa nulla per l’ambiente e il clima mentre si accanisce contro i migranti  e «i giovani che disobbediscono civilmente e pacificamente per denunciare la catastrofe climatica e che hanno ricevuto poca attenzione sul contenuto, ma tanti commenti riguardo la sfumatura di arancione su quelle pareti».

Ci piace pensare dei loro interventi ci sia traccia anche nelle chiare e nette parole pronunciate il 25 aprile dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Cuneo per l’anniversario della Liberazione.

(M.S)

Bombardati costantemente dal mito della performatività e della competizione.

L’intervento di Alessandra De Fazio all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Ferrara (testo integrale)

“Sono un fallimento, non merito di vivere”, parole con cui la presidente del Consiglio degli studenti dell’ateneo ferrarese ha aperto il suo intervento all’inaugurazione dell’anno accademico di fronte al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Denuncia dell’ipocrisia del mito del merito, di un sistema universitario che promuove l’illusione dell’equità, e denuncia delle colpe dei “cittadini di ieri” fatte pagare ai giovani, cittadini di oggi, non “di domani”.

Porgo un saluto a tutta la comunità accademica, alle autorità presenti e in particolare al nostro Presidente della Repubblica è motivo di forte emozione e orgoglio averla qui con noi.

“Sono un fallimento, non merito di vivere.”

Queste non sono le parole che intitolano l’ennesimo giornale, che riporta quotidianamente accanto alle morti delle nostre compagne, l’esaltazione di una studentessa che riconosce nel sonno un ostacolo per laurearsi nella metà del tempo.

Queste parole sono uscite dalla stessa bocca della persona che oggi sta parlando di fronte a voi.

Queste parole le ha dovute sentire e subire mia madre quando subito dopo il test di medicina ho percepito di non avercela fatta, per la seconda volta.

Che esagerazione per un test che si può (ri)provare l’anno successivo.

Ma come possiamo pensare che il percorso universitario debba essere dettato dai nostri tempi, e che sia di nostra proprietà mentre siamo bombardati costantemente dal mito della performatività e da una competizione illogica che ci sbatte in faccia i successi degli altri e ci fa tirare un sospiro di sollievo quando qualcuna fallisce al posto nostro.

Citando Alessandro Barbero: “In altre epoche credevano nelle streghe e noi crediamo alla meritocrazia”.

Si pensa banalmente che il merito possa essere un criterio equo, sostituto del vecchio “privilegio” dal quale, invece, ha ereditato tutto il divario e la disparità, ma con una mutazione acquisita: l’ipocrisia.

Sbarramenti: burocratici, socioeconomici e meritocratici

“Le borse di studio sono un ricatto: se tutte abbiamo lo stesso diritto perché qualcuna dovrebbe essere costretta a tenere tempi più serrati solo perché più povera? Il sistema universitario è classista.” afferma una studentessa che come noi si ritrova in un’università smembrata dove i saperi non fluiscono, non si differenziano ma si trovano a dover fare i conti con un’istituzione che disconosce la nostra umanità, piegandosi ai ricatti del mercato.

Nel sistema attuale le Università promuovono l’illusione di garantirci pari strumenti attraverso borse di studio e studentati.

Nella realtà accedere a questi servizi diventa molto complesso, a causa di sbarramenti: burocratici, socioeconomici e meritocratici.

Ma badate bene, ci viene data la possibilità di redimerci dalla nostra condizione di povertà, come se fosse una colpa poi, a patto di dimostrare di esserne meritevoli, conseguendo risultati eccellenti, entro periodi di tempo cadenzati e ristretti. Tutto ciò allo scopo di misurare quanto siamo performanti e catalogarci giusti articoli di un’intensa produzione con il risultato di generare grandi bilanci sacrificando il benessere e la qualità del percorso accademico.

Chi detta le regole

Ma chi detta le regole di questa produzione intensiva?

La gestione neoliberale dell’azienda universitaria si traduce nell’applicazione dell’FFO, la cui quota premiale trasforma i finanziamenti in premi per gli atenei più numerosi e performanti, defraudando quelli piccoli e considerati improduttivi che si trovano costretti a decidere se elevare la contribuzione studentesca o ad aumentare il numero di iscritti per diventare eleggibili all’assegnazione dei “premi”.

Le studentesse e gli studenti NON SONO il mezzo per sostentare la formazione

Il diritto allo studio deve risiedere nell’emancipazione collettiva e deve essere parte integrante e inscindibile del welfare sociale pubblico: gratuito e garantito dallo Stato per tutti, come sancito dalla Costituzione che il nostro Presidente ha recentemente definito “riferimento che ci guida nell’impegno comune di consolidare un’Italia fondata su pace, libertà e diritti umani”.

Garantire davvero il diritto all’abitare

Una studentessa ci chiede:

” Perché sono costretta a rinunciare a studiare a Ferrara a causa della mancanza di una casa e a causa delle discriminazioni del sistema affittuario?”

Il territorio ha visto un incremento esponenziale della componente studentesca presente e, nell’agosto 2022, è stato rilevato un aumento dei prezzi di abitazioni del 34% rispetto all’anno precedente.

Il sovraffollamento, sommato ad un mercato immobiliare inflazionato e sregolato, figlio di un assente piano di edilizia pubblica, permette ai privati di lucrare sulla vulnerabile condizione della comunità studentesca e lavoratrice di tutta Italia, anche di Ferrara, costringendola a pagare prezzi spropositati o ad accontentarsi di abitazioni fatiscenti.

Chiediamo a gran voce che l’intera giunta comunale si prenda l’onere di calendarizzarci come punto d’attenzione, ricordandosi il respiro vitale che diamo a questa città. Chiediamo all’attuale ministero dell’Università e della ricerca che ci venga garantito davvero il diritto all’abitare: 390mila posti letto non sono sufficienti a fronte di più di 1 milione e 800 studenti universitari.

Costretti a sacrificare la nostra vita

Senza questi strumenti basilari siamo costretti a sacrificare ciò che resta: la nostra vita, il nostro tempo e la nostra socialità per fare dei lavori che possano permetterci di accedere al titolo terziario.

Noi fortunati fuori sede siamo costretti a rinunciare sia a un doppio domicilio sanitario che ci garantisca un vero accesso alle cure che alla possibilità di votare negandoci di prendere parte alle decisioni di questo Paese.

L’alternativa è rinunciare alla vita accademica o vivere il decantato sogno universitario su mezzi di trasporto, inefficienti e onerosi.

La combinazione di questi aspetti è decisiva nel negare il diritto all’emancipazione.

Come ci si può aspettare che la comunità studentesca possa esprimere al massimo le potenzialità accademiche se privata della possibilità di soddisfare i suoi bisogni fondamentali?

“Ho barattato la mia salute mentale per terminare gli studi”

“Ho barattato la mia salute mentale per terminare in tempo gli studi. inutile dire che non ce l’ho fatta, ho compromesso irrimediabilmente la fiducia in me stesso.” afferma uno studente.

Chiediamo che il nostro Paese consideri il benessere psicologico diritto fondamentale dell’individuo, al pari della salute fisica, sia con l’introduzione della figura dello psicologo di base ma soprattutto con una riforma sistemica che decostruisca i pilastri meritocratici. Non siamo più disposti ad accettare senso di inadeguatezza, depressione, o perfino suicidi a causa delle condizioni imposte da un sistema malato che baratta la persona per la performance.

Accedere alla cultura e, conseguentemente, esercitare le proprie facoltà di cittadini, non può essere un privilegio: non ci dobbiamo “meritare” di studiare, di avere una casa, delle cure. Esigiamo questi diritti.

Concludo aggiungendo che non sono sono d’accordo a definirci ogni volta cittadini del domani, una scusa per procrastinare gli errori che voi, cittadini di ieri, avete fatto e le cui conseguenze le stiamo pagando noi cittadini di oggi. Abbiamo fretta e vogliamo mettervi fretta, più di quella che mettete voi a noi per laurearci, di restituirci un mondo che possa davvero appartenerci.

Buon anno accademico a tutti.

Stanchi di piangere i nostri coetanei in una realtà che fa male

L’intervento integrale di Emma Ruzzon, presidente del Consiglio degli studenti padovani.

Nascosta dalla narrazione mediatica, la realtà di una generazione vittima di un sistema merito-centrico e competitivo che, come dimostrano le citazioni di titoli giornalistici con cui Emma Ruzzon ha aperto il suo intervento all’Università di Padova per l’inaugurazione dell’anno accademico, produce anche suicidi.

 

«20 anni, è il più giovane laureato d’Italia»

«Studente trovato morto, da mesi non dava esami»

«Gemelli laureati insieme “il segreto? Una sana competizione”»

«Si suicida all’università: aveva mentito alla famiglia, gli esami erano inventati»

«23 anni è medico “Per me il sonno è tempo perso”»

«Cinque lauree in sei anni. Studente dei record racconta il suo metodo geniale»

«Studentessa di 19 anni si suicida nella sua Università “la mia vita è un fallimento”»

 

Cara comunità studentesca, Magnifica Rettrice, Ministro Bernini, autorità, cara comunità dell’Università di Padova:

Credo siano evidenti a tutti le profonde contraddizioni della narrazione mediatica intorno al percorso universitario. Ci viene restituito il quadro di una realtà che fa male.

Celebrate eccellenze straordinarie facendoci credere che debbano essere ordinarie, facendoci credere che siano normali.

Sentiamo il peso di aspettative asfissianti che non tengono in considerazione il bisogno umano di procedere con i propri tempi, nei propri modi.

Siamo stanchi di piangere i nostri coetanei e vogliamo che tutte le forze politiche presenti si mettano a disposizione per capire, insieme a noi, come attivarsi per rispondere a questa emergenza, ma serve il coraggio di mettere in discussione l’intero sistema merito-centrico e competitivo.

Con quale coraggio possiamo ascoltare il bisogno umano di rallentare? Ci viene insegnato che fermarsi significa deludere delle aspettative, sociali e molto spesso familiari. Fermarsi vuol dire rimanere indietro.

Ma quand’è che studiare è diventato una gara? Da quando formarsi è diventato secondario rispetto al performare? Tutto quello che sappiamo è che una vita bella, una vita dignitosa, non ci spetta di diritto, ma è qualcosa che ci dobbiamo meritare.

Discriminare colpevolizzando che non ce la fa

Notoriamente il merito è inteso quale fattore garante di un percorso equo per tutti, capace di appianare ogni differenza, in nome di un impegno personale che viene riconosciuto e premiato. Quindi il mancato raggiungimento di un risultato è da attribuirsi esclusivamente alla colpa del singolo di non essersi “impegnato abbastanza”.

Ricordiamoci però che molti degli ostacoli che incontriamo nel nostro percorso accademico sono strutturali e sono, per esempio, non potersi permettere una casa da fuori sede, non poter frequentare le lezioni, non avere una borsa di studio, ed è codardo che si deleghi al singolo studente la responsabilità di trovare un modo per arrivare alla fine del percorso indenne, superando degli ostacoli che è compito delle istituzioni rimuovere.

Quest’anno a Padova 2.426 studentesse e studenti avevano diritto a ricevere una borsa di studio che non è mai stata erogata. Mi chiedo come si possa immaginare che vivano serenamente il loro percorso universitario quando la preoccupazione principale diventa come sostenersi economicamente. Come possano avere fiducia nel loro Ateneo, nella loro regione, nel loro Stato, se vedono non rispettato un loro diritto costituzionale, quello di poter studiare.

Domande che esigono risposta

Sono domande che esigono risposta, e vorrei porle direttamente a Lei, assessora Donazzan, alla luce della mancata copertura delle borse di studio che la nostra Regione reitera da anni, così come da anni non si impegna in una reale azione di residenzialità pubblica studentesca.

Queste politiche di disimpegno e trascuratezza colpiscono sempre e solo chi è già condizioni precarie, spesso quegli stessi studenti che non si sono potuti adeguare a un mercato immobiliare che specula sulle carenze del pubblico.

Quella abitativa, così come quella economica, sono emergenze, e come tali vanno affrontate. Dal 2018 il nostro Ateneo si è impegnato nell’anticipare i fondi destinati alle borse di studio che la Regione manca di stanziare, dimostrando di riconoscere l’importanza di garantire il Diritto allo Studio: ci aspettiamo che alla luce dei finanziamenti del PNRR in arrivo, questo impegno venga nuovamente mantenuto.

Una richiesta di aiuto

Non godere di un reale diritto allo studio pesa sul percorso universitario, così come insiste sulle nostre spalle la costante competizione corrosiva a cui siamo sottoposti e un ragionamento sul benessere psicologico ancora in fase embrionale, che non fornisce nemmeno a tutte le Università uno sportello di assistenza e ascolto, e che dove è presente lo vede sottofinanziato e di conseguenza mal funzionante. Vogliamo lo psicologo di base.

Anche se sentiamo solo il contrario, ricordiamoci che non è una sessione o la nostra media a definire chi siamo, ricordiamoci che è legittimo chiedere aiuto e pretendere che ci siano delle strutture adeguate a darcelo.

Tra competizione, precariato e incertezza

La corona d’alloro non deve significare l’eccellenza, la competizione sfrenata. Deve essere simbolo del completamento di un percorso che è personale, di liberazione attraverso il sapere. Abbiamo scelto di mostrarla qui con un fiocco verde, quello del benessere psicologico, per tutte quelle persone che non potranno indossarla, per tutte le persone che sono state o stanno male all’idea di raggiungere questa corona.

Stare male non deve essere normale.

Se però si aspira a proseguire il proprio percorso accademico, è d’obbligo prendere atto di come il nostro Paese consideri l’istruzione e il mondo della ricerca.

Il 55% tra dottorandi e dottorande non riesce a risparmiare nemmeno 100 euro al mese.

Una volta conseguito il titolo, ciò che li attende in Italia è l’incertezza. Saltare da un assegno all’altro, senza possibilità di accedere ai basilari diritti dei lavoratori, come maternità e tredicesima. Nessuna possibilità di accedere a un mutuo vista la difficoltà a mantenersi autonomamente nelle principali città italiane. All’infuori del nostro paese la ricerca viene riconosciuta come un impiego e i cosiddetti “cervelli in fuga” sono di fatto persone colpevoli di non aver accettato la precarietà radicata nella scelta di una carriera accademica in Italia.

L’assenza di tutele limita la libertà

Pochi mesi fa, Ministro Bernini, lei riportava alle Camere che sarebbe un contratto lavorativo a limitare la libertà di un ricercatore. Ebbene no: è l’assenza di tutele che limita la libertà, impedendogli di immaginare un progetto di vita stabile nelle attuali condizioni.

In tal senso la proroga di un anno degli assegni di ricerca non deve mettere in dubbio la necessità di una tempestiva riforma del pre-ruolo, che garantisca stabilità e futuro nel nostro Paese a chi fa ricerca.

In questo contesto di precarietà ci viene richiesto di eccellere, con i mezzi a disposizione, qualunque essi siano, dentro e fuori l’Università. Sempre di più, sempre meglio, sempre più veloci, senza arrestarsi mai, nemmeno davanti alle difficoltà. Chi vuole può, giusto?

Grida d’allarme deliberatamente ignorate

Dobbiamo chiederci se è vero che tutti abbiamo la possibilità di arrivare ovunque e accettare che la risposta, per quanto possa fare paura, è no. Non finché mancherà la volontà politica di costruire una società priva di pregiudizi, attenta alle differenze, che livella le disuguaglianze. Ma noi ci troviamo davanti un Governo che sceglie deliberatamente di ignorare le grida di allarme dei suoi giovani, gli stessi che chiedono più fondi all’istruzione pubblica e che invece vedono in legge di bilancio aumentare il finanziamento alle private, oppure i giovani che disobbediscono civilmente e pacificamente per denunciare la catastrofe climatica e che hanno ricevuto poca attenzione sul contenuto, ma tanti commenti riguardo la sfumatura di arancione su quelle pareti.

La civiltà e la forza di uno Stato si misurano su come questo tratta chi è messo ai margini dalla società stessa: come osano mentire raccontandoci che non toccheranno il diritto all’aborto?

Non avete paura di cosa ne sarà dopo i tre disegni di legge che lo mettono in discussione?

Non vi indigna il silenzio delle istituzioni davanti agli 84 suicidi dei detenuti in carcere nel 2022? Oppure che, in questo momento, alla Camera si stia proponendo l’aberrante tentativo di legittimare l’omissione di soccorso?

Accanimento verso gli ultimi

L’accanimento verso gli ultimi e il calpestamento dei diritti civili e sociali sono atteggiamenti che appartengono ad uno dei periodi più bui della storia del nostro Paese. Ma dalle sue macerie è nata la nostra Costituzione, costruita sulle fondamenta della democrazia, dell’uguaglianza, della libertà e dell’antifascismo. Principi che oggi dobbiamo al coraggio ed al sacrificio delle giovani generazioni di allora, anche studenti come noi, che si schierarono con coraggio contro l’oppressione del regime.

Lo stesso coraggio con cui l’Università di Padova ha ottenuto la medaglia d’oro al valore per il ruolo avuto nella Resistenza al Nazifascismo, che dobbiamo ricordare oggi con grande orgoglio: esattamente ottant’anni fa, nel 1943, l’allora Rettore Concetto Marchesi prendeva una posizione chiara. Cacciava i fascisti dalla cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico, in nome della Patavina Libertas.

“Per la fede che ci illumina e per lo sdegno che ci accende”

Questi continueranno ad essere i principi su cui si fonda il nostro Ateneo e, nel ribadirlo, vorrei concludere questo mio contributo rivolgendomi alla comunità studentesca:

Il presente non è facile e altrettanto avere fiducia nel futuro. Forse la sfida più grande consiste nel non adeguarci al poco che ci viene concesso, pretendendo sempre di più.

Possiamo esserne in grado solo mettendo da parte gli individualismi, in un’ottica di solidarietà, come disse Marchesi “Per la fede che ci illumina e per lo sdegno che ci accende”.

Buon inizio dell’anno accademico.