E se l’uomo scomparisse?

Continua la rubrica settimanale di Giorgio Nebbia su questo sito. I lettori possono trovare anche dodici racconti inediti di geni, invenzioni e lotte per la salute e l’ambiente nel volume Erano andati a sciare, dato insieme all’abbonamento alla rivista “.eco” per il 2018

Il bel film L’ultima spiaggia (1959), tratto da un romanzo del 1957 di Nevil Schute (1899-1960), è ambientato in un mondo in cui la maggior parte degli esseri umani è morta in seguito alla contaminazione radioattiva planetaria dovuta ad una serie di esplosioni di bombe nucleari; solo alcune migliaia di persone sopravvivono in Australia, in attesa che la nube radioattiva arrivi anche da loro. Nel racconto un radiotelegrafista crede di captare un segnale radio proveniente da San Francisco, in California. Che ci siano dei sopravvissuti? Per togliere ogni dubbio, un sottomarino, il cui comandante è interpretato da Gregory Peck, viene inviato nel Pacifico per andare a vedere se veramente in California c’è ancora qualcuno vivo. Il sottomarino arriva nel porto, alcuni marinai sbarcano e visitano la città: non trovano nessuno e “la vedono” deserta e abbandonata, con il graduale degrado di una grande struttura umana senza umani.

Ecologia del futuro
Da molti anni un esercizio di fantascienza, ma anche di “ecologia del futuro”, viene praticato sul tema: come diventerebbe la Terra se scomparissero gli esseri umani?

Nel 1949, nel clima della grande paura di una catastrofe dovuta ad una guerra nucleare, Gorge Stewart scrisse il libro Earth abides (tradotto in italiano col titolo: La terra sull’abisso) e negli anni successivi sono apparsi vari
romanzi di fantascienza ambientati in una Terra spopolata. Dal punto di vista ambientale la ricerca di una risposta a tale domanda potrebbe permettere un’esplorazione all’indietro di come era la Terra prima della comparsa di quegli animali “speciali” che siamo noi, qualcosa come poche centinaia di migliaia di anni fa, un periodo brevissimo rispetto all’intera storia della vita sul pianeta che è comparsa milioni di migliaia di anni fa, e potrebbe forse insegnarci qualcosa sui nostri attuali errori nei confronti della nostra casa, la Terra, appunto.
 Nel fascicolo del 12 ottobre 2006 della rivista inglese New Scientist Bob Holmes riferì i risultati delle interviste fatte a biologi, ecologi, geologi, geografi, urbanisti, archeologi, paleontologi e storici su una Terra senza esseri umani, un tema ripreso anche nel libro di Alan Weisman The world without us (2007) (tradotto in italiano da Einaudi col titolo Il mondo senza di noi).
Archeologia ecologica
Nel passato ci sono già state numerose società umane che hanno raggiunto un alto livello di “civiltà” e sono scomparse; è questo il campo di indagine dell’archeologia per quanto riguarda i monumenti e gli edifici, ma anche della “archeologia ecologica” per quanto riguarda le cause della scomparsa degli abitanti e lo studio delle forme di vita oggi presenti nei territori che essi una volta occupavano.

Alcune città sono state divorate dalla sabbia dei deserti o dalle frane e alluvioni, ma alcune sono state divorate “dalla natura”. In molte terre occupate dalle comunità Maya dell’America centrale la vegetazione e la giungla si sono riappropriate delle città e dei monumenti orgogliosamente innalzati al cielo; gli occupanti umani dapprima avevano distrutto dei tratti di foresta per coltivare i terreni da cui trarre il cibo; poi ben presto hanno dovuto constatare che la produzione agricola diminuiva rapidamente per esaurimento della fertilità dei suoli e hanno dovuto tagliare altri pezzi di foresta mentre la foresta si riappropriava, rigogliosa, dei campi abbandonati, e alla fine sono stati gli umani a scomparire. Col procedere dei secoli e della civiltà gli esseri umani sono intervenuti sul pianeta con mezzi sempre più potenti.

La Natura riprenderebbe il suo corso

Che cosa succederebbe degli orgogliosi grattacieli di New York se la popolazione abbandonasse la città? probabilmente le piante spontanee che occupavano la penisola di Manhattan prima dell’arrivo dei coloni olandesi prenderebbero il sopravvento e ripopolerebbero con le loro foglie e radici le strade e gli edifici ricostruendo una foresta sui loro ruderi, come è avvenuto nelle terre dei Maya; la nuova foresta ospiterebbe di nuovo animali e uccelli scomparsi da tempo. Il grande ciclo dell’acqua, con le sue evaporazioni e piogge, continuerebbe inalterato, ma le acque che cadono sui continenti ricostruirebbero le proprie vie “naturali” di scorrimento verso il mare, quelle che erano state ostruite dagli edifici e strade e ponti che, nei secoli recenti, sono state costruite proprio nel corso dei fiumi, provocando le frane e alluvioni che stiamo conoscendo.

La biodiversità si ricostruirebbe

Gran parte dell’agricoltura attuale è basata su poche specie vegetali e animali addomesticate nel corso dell’ultima decina di migliaia di anni. Se i campi venissero abbandonati, probabilmente riprenderebbero il sopravvento le specie originali di grano, patate, viti, rispetto a quelle che sono state scelte e adattate per soddisfare le necessità umane della farina da pane, delle patate fritte e del vino. La fine della caccia riporterebbe il canto degli uccelli nelle terre oggi silenziose. I maiali da allevamento, che abbiamo fatto diventare “macchine per fare salumi”, e i gatti e i cani domestici, ridotti ad animali da compagnia, probabilmente tornerebbero a trasformarsi in animali “selvatici” come li chiamiamo noi, rigenerando rapporti biologici che gli umani hanno alterato. Si ricostruirebbe quella biodiversità di cui adesso stiamo lamentando la perdita, con conferenze, congressi e manifestazioni, dopo averla violata senza tregua per tanto tempo.

La vera civiltà è essere in armonia con le leggi della natura
Se smettessimo di estrarre carbone, petrolio e gas naturale dal sottosuolo per bruciarli, lamentandoci poi che il loro uso immette nell’atmosfera gas che alterano il clima, il flusso di tali gas cesserebbe e, col passare degli anni e dei secoli, la concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera diminuirebbe e tornerebbe verso i valori dell’era “pre-industriale”. Ne conseguirebbero nuovi mutamenti del clima, forse un raffreddamento della superficie dei continenti e degli oceani, forse qualche nuova glaciazione e certamente migrazioni di specie vegetali e animali attraverso i continenti. Dai ruderi delle fabbriche liquidi tossici finirebbero nei mari, forse lentamente degradandosi a molecole innocue. Gli unici residui umani che resterebbero a lungo sarebbero le scorie delle centrali nucleari, radioattive per secoli e millenni; senza esseri umani, in alcune centrali nucleari abbandonate a sé stesse e arrugginite si verificherebbero delle reazioni esplosive come quella di Chernobyl o di Fukushima.
L’uomo forse non è il “biotipo distruttore”, come denunciava un articolo del biologo belga Raymond Bouillenne (1897-1972), pubblicato nella rivista americana Science nel 1962, ma forse uno sguardo al passato e al possibile futuro potrebbe indurci ad un esame di coscienza del nostro comportamento e indurci a riconoscere che la “civiltà” vera è quella che costruisce manufatti e merci e rapporti “umani” in armonia con le leggi della natura, alla quale pure gli umani appartengono e a cui devono ubbidire. Altrimenti continueremo a piangerci addosso per i morti delle frane e alluvioni, per gli incendi o per gli allagamenti anche di grandi città.

Scrive per noi

GIORGIO NEBBIA
Giorgio Nebbia è una delle principali figure del movimento ambientalista. Bolognese di nascita, è stato professore ordinario di Merceologia all’Università di Bari dal 1959 al 1995. Ora professore emerito, è stato insignito dottore honoris causa in Scienze economiche e sociali (Università del Molise) e in Economia e Commercio (Università di Bari; Università di Foggia). Le sue principali ricerche vertono sul ciclo delle merci, sull’energia solare, sulla dissalazione delle acque e sul problema dell’acqua. Per due legislature è stato parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992). L'archivio Giorgio e Gabriella Nebbia è ospitato presso il centro di storia dell'ambiente della Fondazione Luigi Micheletti. La sua email è nebbia@quipo.it

GIORGIO NEBBIA

Giorgio Nebbia è una delle principali figure del movimento ambientalista. Bolognese di nascita, è stato professore ordinario di Merceologia all’Università di Bari dal 1959 al 1995. Ora professore emerito, è stato insignito dottore honoris causa in Scienze economiche e sociali (Università del Molise) e in Economia e Commercio (Università di Bari; Università di Foggia). Le sue principali ricerche vertono sul ciclo delle merci, sull’energia solare, sulla dissalazione delle acque e sul problema dell’acqua. Per due legislature è stato parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992). L'archivio Giorgio e Gabriella Nebbia è ospitato presso il centro di storia dell'ambiente della Fondazione Luigi Micheletti. La sua email è nebbia@quipo.it

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