In memoria di Edgar Morin
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Il 29 maggio si è spento Edgar Morin, il teorico dell’epistemologia transdisciplinare.
Era nato a Parigi, l’8 luglio del 1921 come Edgar Nahoum, figlio di un commerciante ebreo di Salonicco, Vidal Nahoum, e di Luna Beressi che morì quando Edgar aveva dieci anni. La morte della madre fu per lui- come egli ammette- “una specie di Hiroshima interiore”.
Nel 1941 si iscrive al Partito comunista francese e partecipa alla Resistenza assumendo il nome di battaglia “Morin”. Nel 1945, dopo essersi laureato in Lettere e in Diritto all’Università di Tolosa svolge la funzione di capo dell’ufficio propaganda del governo militare francese in Germania. Nel 1950 entra nel CNRS (Centre National dela Recherche Scientifique) di Parigi e dirige fino al 1989 in Centro Studi sulle Comunicazioni di massa. Nel 1951 è espulso dal partito dopo avere pubblicato un articolo sui processi in Urss. Nel 1969 trascorre un anno presso il Salk Institute for Biological Studies della California. Nel 1973 pubblica Il paradigma perduto nel quale egli teorizza il paradigma transdisciplinare nello studio dell’antropologia cui ha fatto seguito, nel 1977 la vasta opera (in sei volumi) Il metodo. In essa egli mostra come lo specialismo, generando la separazione tra le discipline, svuota, soprattutto per quanto concerne l’antropologia, l’umanità della sua sostanza unitaria. Ne è conseguita la teorizzazione di una riforma radicale dell’educazione concentrata non sull’accumulazione di nozioni, ma sull’organizzazione delle nozioni in un complesso unitario (La testa ben fatta, 1999). A lui si debbono la fondazione della rivista “Arguments” e la co-fondazione (con Roland Barthes) della rivista “Communications”. È stato insignito di ben trentotto lauree honoris causa, oltre che della nomina a Cavaliere della Legion d’Onore.

Dinamica biologica che si individualizza e che si socializza
Morin riprende un paradigma conoscitivo ben preciso: quello dell’unità del sapere antropologico e naturale. Nelle 7 lezioni sul pensiero globale (2015) si legge: “Ciò che si può dire è che l’umano è al 100 per cento individuo, al 100 per cento sociale e al 100 per cento biologia” (7 lezioni sul pensiero globale, tr. it. di Susanna Lazzari, a cura di Mauro Ceruti, Cortina, Milano, 2016, p. 2). L’essere umano è dinamica biologica che si individualizza e che si socializza; se questo è vero, occorre un sapere in grado di cogliere questa globalità e, concretamente, occorre un sapere che sia intersezione di più saperi. Nel 1935 Otto Neurath (1882-1945), filosofo e sociologo appartenente al “Circolo di Vienna” sostiene una posizione analoga nei suoi scritti sulla Einheitswissenschaft, la “scienza dell’unità”; Arnold Gehlen (1904-1976), nel volume del 1940 Der Mensch. Seine Natur und seine Stellung in der Welt (L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo, Mimesis, Sesto San Giovanni (MI), 2018, a cura di Vallori Rasini, con un’introduzione di Karl-Siegbert Rehberg), l’essere umano è inteso come “totalità organica”, un sistema di circuiti a retroazione che comprende le relazioni tra diverse componente organiche, linguistiche e tecniche; l’individuo è parte di un sistema biologico, socio-culturale.
Del resto, non è un caso che Morin evochi il pensiero n. 206 di Blaise Pascal: “Essendo tutte le cose causate e causanti, adiuvate e adiuvanti, mediate e immediate, ed essendo collegate le une alle altre con un vincolo naturale e impercettibile che unisce le più lontane e le più diverse, stimo impossibile conoscere le singole parti senza conoscere il tutto, come conoscere il tutto senza conoscere le singole parti”.
Le basi per una nuova enciclopedia del sapere
Sul piano antropologico non sono utili più saperi privi di relazione reciproca, ma un sapere articolato secondo i diversi aspetti del suo oggetto. La linea di pensiero di Morin si colloca, dunque, nella più vitale tradizione epistemologica del XX secolo e va a porre le basi per una nuova enciclopedia del sapere in grado di mettere capo a un sapere realmente transdisciplinare che riguarda la “doppia identità antropologica e biocosmica” dell’essere umano (7 lezioni, cit., p. 11). Un lungo percorso conduce gli ominidi all’umanità e l’umanità dalla vita separata nelle rispettive identità etniche alla mondializzazione. Ma di fronte all’unificazione economica del mondo e all’unificazione tecnologica del mondo, si para la “balcanizzazione del pianeta”, cioè lo sviluppo di “conflitti intercomunitari” (7 lezioni, cit., p. 56). Sennonché, l’unificazione fattuale del pianeta ha configurato una comunità di destino per tutti i popoli della terra. Il rischio generato dalla minaccia nucleare e dalla minaccia ecologica crea le premesse per una solidarietà oggettiva dell’intera umanità. Non è il destino di una singola nazione a essere decisivo, è il destino di tutti gli esseri umani che compongono ciascuna nazione. Perché questo destino non sia un destino di morte, gli esseri umani devono rinunciare a essere signori e possessori della natura e riconoscere di essere parte della natura, parte cointeressata al benessere del tutto.
Totalità organica “essere umano-natura”
Il nuovo umanesimo non può che essere il sentimento della totalità organica “essere umano-natura”. L’essere umano è sapiens, ma anche demens si legge in Il paradigma perduto. Che cos’è la natura umana (tr. it. di Eugenio Bongioanni, Mimesis, Sesto San Giovanni (MI), 2020): l’intera esperienza cognitiva della specie determina il nostro presente e il nostro futuro, con la sua saggezza conoscitiva e le sue demenze militar-economiche. Qui, un sistema conoscitivo all’altezza della nuova coscienza che emerge dalle cose è decisivo per indirizzare la coscienza umana alla salvezza del pianeta. Perché, ora, possiamo effettivamente parlare di “patria terrestre” e possiamo costituire una nuova identità, l’identità umana: il destino del pianeta abbraccia concretamente i destini individuali e nazionali; manca soltanto la volontà di riconoscere questa nuova realtà che è nei fatti e di costruire una nuova coscienza umanistica. Occorre superare l’obsoleta distinzione fra le due culture, fra natura e cultura per cogliere quell’unità che, sola, può indirizzarci alla tutela della sociosfera universale e della biosfera universale.
Questo è il lascito di Morin, di un’esperienza intellettuale non comune, ma che pare farsi strada nelle nuove generazioni e nella militanza ambientalista.
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- FRANCESCO INGRAVALLE
- Francesco Ingravalle, già ricercatore di Storia delle istituzioni politiche presso l'Università del Piemonte Orientale, saggista e storico del pensiero e delle istituzioni politiche.
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