La normalizzazione della guerra
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“Nel 1967 ho mostrato in un libro, La società dello spettacolo, ciò che lo spettacolo moderno era già nella sua essenza: il regno autocratico dell’economia mercantile elevato a uno statuto di sovranità irresponsabile, e l’insieme delle nuove tecniche di governo che accompagnano tale regno.”
Così scriveva Guy E. Débord, nel 1988 nei Commentari sulla società dello spettacolo (tr. it. Commentari sulla società dello spettacolo-La società dello spettacolo, Sugarcoedizioni, Milano, 1990, p. 12). A quasi sessant’anni da La società dello spettacolo e a quasi quaranta dai Commentari non si può che constatare l’inattuale attualità della prospettiva situazionista.
Che ci troviamo, oggi, nel pieno del regno autocratico dell’economia mercantile è difficile negarlo. Basta guardare la situazione mondiale nel suo complesso; le questioni delle materie prime strategiche e delle fonti energetiche strategiche sono questioni di vita o di morte per gli Stati. Infatti, è per esse che si combatte.
Ed è di esse che si fa mercato: la lotta per la spartizione dell’Ucraina e la guerra per lo stretto di Hormuz sono, intrinsecamente, guerre economiche (ammettendo che non lo siano state le guerre che le hanno precedute). Non esiste alcuna istanza superiore ai rapporti di mercato che sono sempre rapporti di forza e non relazioni fra contraenti equipotenti.
Nessun tribunale è in grado di giudicare e sanzionare i crimini contro l’umanità commessi, in definitiva, per ragioni di mercato. Nessuna opinione pubblica mondiale esiste a giudicare – anche soltanto a giudicare- questi crimini.
In compenso sono numerose le trasmissioni delle emittenti televisive, le notizie nel web: la guerra-spettacolo, tra news e fake-news, tutte rese in qualche modo oggetto di una sorta di “estetica del dolore”. Un’estetica della passività posta al di qua (o al di là) del vero e del falso.
Guerra, diritto e impotenza delle istituzioni
Può darsi che l’imbarbarimento delle consuetudini e la passività dell’opinione pubblica mondiale siano, in qualche modo, connesse. Esiste una “opinione pubblica mondiale” come forza in grado di esercitare pressioni significative sulle forze in conflitto? Non quando parlano le armi. Il discorso della guerra è, precisamente l’interruzione, del dialogo razionale, di cui è parte la trattativa diplomatica.
Le istituzioni internazionali, formalmente. costituiscono il tentativo di stabilizzare il dialogo fra gli Stati evitando il ricorso alle armi, il tentativo di affermare il diritto contro la forza. Sia la Società delle Nazioni, sia l’Organizzazione delle Nazioni Unite sono state i più cospicui tentativi di giuridificare i rapporti internazionali, di ridurli a dialogo fondato sul diritto internazionale. I fallimenti di questi tentativi sono troppo noti per essere qui richiamati, anche brevemente.
Gli Stati sono i monopolisti dell’uso ritenuto legittimo della forza fisica non soltanto all’interno dei loro confini, ma anche nei rapporti con altri Stati, La forza fisica presuppone un certo sviluppo delle forze produttive dipendenti, ormai, dai movimenti del credito e degli apparati tecnologici (legati alla produzione di “beni” e alla produzione di orientamenti dell’opinione pubblica).
Ne consegue che i rapporti fra gli Stati sono “rapporti di forza”, non “rapporti di diritto”, che la razionalità che li sostanzia sia una razionalità strumentale, utile a conseguire determinati, concreti, risultati, rispetto alla quale la razionalità dei fini perseguiti non è mai presa seriamente in considerazione (se per fini intendiamo l’attuazione, in ogni angolo della Terra, dei diritti dell’essere umano).
Quale Stato non si è presentato, volta a volta, come difensore dei diritti di una classe sociale, dell’umanità tutta? La Francia napoleonica si presentava come il palladio dei diritti dell’uomo proclamati nel 1789, l’Unione Sovietica come la forza di difesa dei diritti dei lavoratori e gli Stati Uniti d’America come paladini della “libertà” (qualsiasi cosa si volesse intendere con questa bistrattata parola). I risultati dell’azione concreta di questi Stati sono noti.
La guerra come normalità
A partire dagli anni Novanta del secolo scorso, per lo meno, si è affermato, sotto traccia e al di sotto delle dichiarazioni ufficiali, uno strano realismo, strano perché esso suona non soltanto come rassegnazione alla “natura umana”, ma anche come indiretta apologia dell’esistente.
Di qui il passaggio a considerare anche la guerra come interna all’ “ordine delle cose” è stato breve, anche se mai dichiarato. Di fronte alle stragi, alle continue violazioni dei diritti umani, alle azioni piratesche non si oppone nient’altro che il pianto rituale di cui debordano i talk-show e la rassegnata oggettività degli studiosi delle relazioni internazionali.
Se negli anni Settanta le tesi dell’etologo Konrad Lorenz sull’aggressività animale e umana suscitarono (a torto) reazioni indignate, oggi esse fanno parte (sempre nella visione distorta di molti interpreti di allora) di un rassegnato sentire comune, cui si sottraggono soltanto minoranze impegnate nella critica dell’esistente, ma non “pesanti” sul piano della politica effettiva, reale, al di là delle azioni di “testimonianza”.
A differenza dei becchini cui l’abitudine ha indurito il cuore nell’Amleto di Shakespeare, presa dal desiderio di apparire “empatica” la maggioranza dei nostri cospecifici piange sul presente visto come “normale”, come “arido vero”.
La guerra è considerata, oggettivamente, “normale” perché mancano gli strumenti politici per estirparla. Strumenti politici che non possono trovarsi che nella rinascita delle Organizzazioni Internazionali; la chiave per questa rinascita è difficile a trovarsi, perché essa risiede nella cessione di sovranità, da parte degli Stati nazionali, alle Organizzazioni Internazionali consentendo a esse il monopolio dell’uso legittimo della forza fisica per impedire i conflitti.
Quando mai gli Stati nazionali si priverebbero della forza cui ricorrono le élites del potere per giocare le loro partite geoeconomiche? O, più moderatamente: quando mai si farebbero legare le mani dai trattati, oggi che prevalgono orientamenti inclini a proclamare la libertà degli Stati come la suprema libertà? Una libertà che è la formula di due guerre mondiali!
Al presente, non esiste nemmeno un’internazionale degli sfruttati che possa essere in grado di bloccare le guerre, come si proponevano di fare le correnti più radicali della Seconda Internazionale a ridosso della Prima guerra mondiale.
Occorrerebbe l’intervento strategico della “diplomazia solidale” non come affiancamento della tradizionale azione diplomatica, ma come sua sostituzione. Perché la diplomazia tradizionale esiste soltanto in funzione della sovranità degli Stati-nazione e si è dimostrata, fino a ora, incapace di superare effettivamente i limiti di azioni concepite alla luce della “volontà di potenza” (come ha notato, a suo tempo, Luigi Einaudi).
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