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La forza della simbiosi: una lezione per l’educazione ambientale

| Elena Pagliarino

Tempo di lettura: 4 minuti

La forza della simbiosi: una lezione per l’educazione ambientale
La complessità deve essere abitata con strumenti culturali adeguati, e lo studio delle relazioni e della comunicazione nel mondo vegetale e animale invita a concepire la sostenibilità non come uno stato ideale privo di conflitti, ma come costruzione continua di relazioni equilibrate. Dalla simbiosi ci arriva una vera e propria proposta civile: una “grammatica della convivenza complessa”.

In un tempo segnato da conflitti geopolitici durissimi, crisi climatiche e trasformazioni tecnologiche accelerate, parlare di ambiente significa sempre più parlare di relazioni. È questo il messaggio centrale della lectio magistralis “La forza della simbiosi: dal dialogo molecolare alla cooperazione tra le nazioni”, tenuta da Cristina Prandi in occasione dell’inaugurazione del 241° anno accademico dell’Accademia di Agricoltura di Torino.

Cristina Prandi è professoressa ordinaria di chimica organica all’Università degli Studi di Torino. Dal 2025 è la Magnifica Rettrice dell’ateneo torinese.

L’Accademia di Agricoltura di Torino è una delle istituzioni scientifiche più antiche del Piemonte e d’Italia dedicate alle scienze agrarie. Fondata il 24 maggio 1785 per volontà di Vittorio Amedeo III di Savoia, in un contesto illuminista in cui si voleva modernizzare l’agricoltura e migliorarne la produttività, ha sede a Torino in Palazzo Corbetta Bellini di Lessolo. Tra i suoi membri storici figurano figure come Camillo Cavour, Amedeo Avogadro, Galileo Ferraris e Luigi Einaudi. Oggi è un’accademia scientifica e culturale, punto di riferimento non solo per l’innovazione agronomica e tecnica, ma anche per la sostenibilità ambientale e sociale dell’agricoltura, per la valorizzazione del paesaggio agrario e del patrimonio storico e culturale dei territori rurali.

«L’idea di relazione come principio generativo della complessità […] relazione come condizione costitutiva della vita»

La prolusione propone una riflessione che attraversa biologia, chimica, sostenibilità, governance e diplomazia scientifica, offrendo una chiave interpretativa particolarmente significativa anche per il mondo dell’educazione ambientale: la simbiosi come paradigma della complessità e della convivenza.

Un principio strutturale della complessità biologica

La relazione mette in discussione una lettura dell’evoluzione centrata esclusivamente sulla competizione. Riprendendo la teoria endosimbiotica di Lynn Margulis, Prandi ricorda come la vita si sia sviluppata anche grazie a processi di cooperazione e incorporazione reciproca tra organismi differenti. La simbiosi non viene presentata come semplice metafora positiva, ma come principio strutturale della complessità biologica: la capacità di costruire relazioni stabili diventa condizione di evoluzione e resilienza.

«La cellula eucariotica stessa, fondamento della complessità multicellulare, è il prodotto di un evento endosimbiotico: l’integrazione stabile di partner batterici che hanno cessato di essere soltanto entità autonome per diventare organelli, e dunque funzioni, di un nuovo ordine biologico. La simbiosi non è qui un fatto accessorio: è un salto ontologico.»

Questa prospettiva appare particolarmente rilevante in ambito educativo. Da anni l’educazione ambientale cerca infatti di superare approcci frammentati e disciplinari per promuovere una comprensione sistemica delle interdipendenze tra ecosistemi, società ed economie. La lectio di Prandi si colloca in questa direzione mostrando come la vita stessa sia fondata su reti di cooperazione, segnali, adattamenti reciproci e coevoluzione.

Uno dei passaggi più efficaci riguarda il microbiota e la definizione dell’essere umano come “olobionte”: non un individuo biologicamente autosufficiente, bensì un sistema composto da cellule umane e comunità microbiche in continua interazione. Ne emerge un’idea di salute non come proprietà individuale isolata, ma come equilibrio relazionale. È una visione che dialoga direttamente con gli approcci educativi ispirati a One Health e all’ecologia integrale, nei quali ambiente, salute e giustizia sociale risultano profondamente intrecciati.

«Questo dato biologico ha anche un’importante conseguenza epistemologica. Se la vita è profondamente relazionale, allora per comprenderla non bastano modelli lineari o rigidamente riduzionistici. Diventa necessario pensare in termini di sistemi, di interazioni, di reti, di segnali, di feedback.»

Un’economia biologica dello scambio

La parte centrale della prolusione approfondisce il tema del “dialogo molecolare” attraverso gli studi sugli strigolattoni, ormoni vegetali, molecole segnale prodotte dalle piante e rilasciate nel suolo per comunicare con i funghi micorrizici arbuscolari che si avvicinano alle radici, entrano in contatto con la pianta e avviano lo stabilirsi della simbiosi.

«Il meccanismo è straordinariamente sofisticato. Un messaggio chimico viene emesso da un organismo, riconosciuto da un altro, interpretato in modo funzionale e tradotto in una risposta biologica. Da questa sequenza prende forma una relazione mutualistica in cui i partner si scambiano risorse: la pianta fornisce carbonio, il fungo mette a disposizione nutrienti, in particolare fosforo e altri elementi minerali. È un processo che può essere descritto come una vera economia biologica dello scambio, regolata non dalla coercizione ma dalla reciprocità.»

Qui la scienza viene raccontata come linguaggio della relazione: le molecole diventano segnali, la chimica si trasforma in “semiotica della vita”. Il messaggio educativo è forte: comprendere la natura non significa soltanto accumulare dati, ma imparare a leggere connessioni, feedback, vulnerabilità e processi cooperativi.

Ma c’è anche il rischio del parassitismo e dello squilibrio

Particolarmente interessante è anche l’insistenza sull’ambivalenza delle relazioni. La stessa connessione che permette cooperazione può infatti esporre al rischio del parassitismo e dello squilibrio.

«Ma gli stessi segnali vengono percepiti anche dalle piante parassite, che li usano come indizio della presenza di un ospite da colonizzare. È un esempio straordinario di equilibrio biologico: la stessa relazione che apre alla cooperazione può anche esporre alla minaccia. E ci ricorda che, nei sistemi viventi, la comunicazione non è mai neutra, ma genera sempre un campo di possibilità in cui beneficio e vulnerabilità convivono».

«La connessione non produce automaticamente armonia: produce possibilità».

La simbiosi non coincide quindi con un’idea ingenua di armonia naturale. Al contrario, richiede riconoscimento reciproco, regole condivise, adattamento e capacità di correggere gli squilibri. È un passaggio di grande valore pedagogico, perché invita a concepire la sostenibilità non come stato ideale privo di conflitti, ma come costruzione continua di relazioni equilibrate.

«Come l’olobionte, un’istituzione non è riconducibile al suo organigramma. La sua efficacia dipende interamente dalla qualità delle relazioni generate tra le sue unità.»

La riflessione si allarga poi ai sistemi organizzativi, alla cooperazione scientifica internazionale e alla diplomazia della conoscenza. Le istituzioni vengono descritte come ecosistemi complessi la cui qualità dipende dalla fiducia, dalla circolazione delle informazioni e dalla capacità di integrare competenze differenti. In questo senso, la prolusione suggerisce anche una visione dell’università come spazio di connessione tra discipline, culture e società, chiamato a formare persone capaci di “navigare nelle scale della complessità”.

Una lezione preziosa per la scuola, l’università e tutti i contesti educativi

Per chi si occupa di educazione ambientale, il valore più significativo della lectio sta forse proprio qui: nell’idea che la complessità non debba essere semplificata artificialmente, ma abitata con strumenti culturali adeguati. La sostenibilità, sembra suggerire Prandi, non è soltanto una questione tecnica o normativa, ma una competenza relazionale e cognitiva.

Nelle conclusioni, la simbiosi diventa così una vera e propria proposta civile: una “grammatica della convivenza complessa” fondata sulla capacità di mettere in relazione differenze, conoscenze e sistemi diversi. In un’epoca segnata dall’interdipendenza globale, la lectio ricorda che nessun sistema — biologico, sociale o istituzionale — può sopravvivere nell’isolamento.

È una lezione preziosa anche per la scuola, l’università e tutti i contesti educativi: educare all’ambiente oggi significa educare alla relazione, alla cooperazione critica e alla responsabilità condivisa.