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E poi… crisi idrica tra economia, clima e futuro dell’acqua

| Michele Lo Cicero

Tempo di lettura: 13 minuti

E poi… crisi idrica tra economia, clima e futuro dell’acqua
Comprendere la crisi idrica, oggi, significa andare oltre la semplice, drammatica mancanza d’acqua. È uno sguardo necessario nelle complesse trame che legano il pianeta a noi, alle nostre società. L’acqua, essenziale per la vita, diritto primario che rischia di diventare privilegio, è al centro di tensioni socio-economiche crescenti.

Ogni 22 aprile celebriamo la Giornata della Terra. Ma il giorno dopo, cosa resta? Le crisi ambientali non aspettano ricorrenze: avanzano ogni giorno. Questa rubrica è un invito a guardare in faccia la realtà e agire. Non un simbolo, ma un cambiamento.

In cinque articoli, proveremo a raccontare l’intreccio tra crisi climatica, perdita di biodiversità, inquinamento, emergenza idrica e impatti sociali della crisi ambientale. Non come compartimenti stagni, ma come facce di uno stesso sistema in crisi. Perché non ci sarà una soluzione “tecnica” se non sarà anche culturale, politica, collettiva.

Leggere è già un primo atto di resistenza. Comprendere, un primo passo verso il cambiamento.

Questo articolo è parte del percorso “Giornata della Terra 2025? E poi?”. Perché non basta un giorno per parlare di Terra, scopri la rubrica e le altre tappe del percorso.

Crisi idrica tra economia, clima e futuro dell’acqua

Comprendere la crisi idrica, oggi, significa andare oltre la semplice, drammatica mancanza d’acqua. È uno sguardo necessario nelle complesse trame che legano il pianeta a noi, alle nostre società. L’acqua, essenziale per la vita, diritto primario che rischia di diventare privilegio, è al centro di tensioni socio-economiche crescenti.

Non solo per gli sconvolgimenti climatici – che pure amplificano tutto – ma, soprattutto, per come la trattiamo, per chi ne detiene il controllo, per come viene trasformata in merce dalla logica implacabile del mercato. È una situazione che possiamo definire una “normalità patologica”, un distorcente specchio del nostro tempo che ci impone di ripensare radicalmente il rapporto con questa risorsa vitale.

Questa tappa della nostra indagine vuole esplorare i legami tra la crisi idrica, le dinamiche economiche e i modelli di gestione che scegliamo (o subiamo). L’ipotesi è chiara, e la realtà ce la rende sempre più manifesta ogni giorno: la mercificazione e la privatizzazione, unite agli eventi climatici estremi che si fanno sempre più feroci, non solo minacciano di non garantire l’accesso universale all’acqua, ma rischiano di causare impatti sociali ed economici devastanti, alimentando conflitti latenti o aperti.

Viviamo pienamente nell’Antropocene, l’era in cui l’impronta umana ridisegna il pianeta. E l’acqua non fa eccezione: la sua disponibilità, la sua qualità, sono plasmati dalle nostre interazioni sociali, dalle nostre scelte economiche, dalle tecnologie che applichiamo.

L’accesso iniquo all’acqua dolce non è un’ipotesi: è una realtà che grida giustizia e che dobbiamo affrontare se vogliamo anche solo immaginare un futuro più equo. Le cause della crisi sono note e si intrecciano in un quadro più complesso: aumento demografico, inquinamento che soffoca, gestione inefficiente, consumo eccessivo. Si combinano, creando dei nodi che portano a conseguenze concrete, devastanti: alluvioni che spazzano via tutto, siccità che prosciugano terre e causano distruzioni per gli ecosistemi e disuguaglianze sempre più crescenti. 

E in questo scenario, il sistema economico attuale, con la sua ricerca malata di crescita infinita, agisce da acceleratore, da amplificatore di crisi.

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Le radici profonde delle crisi idrica

Per capire davvero perché siamo arrivati a questo punto con l’acqua, dobbiamo fare un passo indietro ed esplorare concetti affascinanti come la “frattura metabolica” (o Stoffwechsel, termine tedesco utilizzato da Marx). Immaginiamo il metabolismo come lo scambio di materia ed energia tra l’uomo e la natura. Marx osservò come il sistema capitalistico, separando l’uomo dalla terra e dai mezzi di produzione, rompesse questo ciclo naturale, in particolare quello tra città e campagna.

Ciò che veniva prodotto in campagna e consumato in città, anziché tornare alla terra per nutrirla (come accadeva in un’agricoltura tradizionale), diventava rifiuto o veniva disperso, esaurendo il suolo e le risorse. Oggi, questa frattura si manifesta anche nella gestione dell’acqua: la preleviamo, la usiamo intensivamente e la restituiamo spesso inquinata o non la restituiamo affatto, senza permettere al ciclo naturale di rigenerarsi completamente.

Capire questa disconnessione è il primo passo per ricostruire un legame armonioso tra umanità e ambiente, un compito non facile ma fondamentale per garantire un futuro sostenibile per tutti. Le analisi ci aiutano a comprendere come la crisi ecologica sia profondamente intrecciata con le dinamiche del capitalismo e, soprattutto, a individuare percorsi alternativi per una relazione più equilibrata con la natura.

Accanto a questa frattura macroscopica, c’è una violenza più subdola, quasi invisibile nel suo avanzare quotidiano: la slow violence. Cambiamenti ambientali lenti, graduali, che non fanno notizia come un terremoto, ma che nel lungo periodo causano danni enormi, spesso irreversibili. La crisi idrica ne è un esempio perfetto: l’inquinamento che avvelena lentamente i fiumi, l’erosione del suolo che degrada il paesaggio e contribuisce ad aumentare il rischio idrogeologico, il consumo eccessivo che svuota le falde. Questi eventi, pur con una componente naturale innegabile, sono spesso “socialmente costruiti”: non sono incidenti, ma il risultato diretto di scelte politiche ed economiche che, nel tempo, hanno aumentato la nostra vulnerabilità, la vulnerabilità delle comunità.

Riconoscerlo ci impone di smettere di rincorrere l’emergenza e investire, davvero, nella prevenzione, nella resilienza, nell’ascolto di chi vive i territori. Le grandi opere idrauliche, spesso celebrate come simbolo di progresso, ci ricordano in modo lampante che le decisioni umane hanno conseguenze pesantissime sul ciclo dell’acqua e sulle vite. Una gestione del rischio efficace non può ignorare la conoscenza profonda degli ecosistemi, delle comunità locali, la loro storia, i loro bisogni. Ripensare le infrastrutture idriche, i nostri rapporti con fiumi e falde, è cruciale.

E la “slow violence” ci obbliga anche a confrontarci con un’altra violenza: quella delle disuguaglianze nella distribuzione e nel consumo dell’acqua, un bene che, ripetiamolo, dovrebbe essere un diritto. Comprendere queste dinamiche complesse non è un lusso accademico, è fondamentale per una gestione che sia davvero sostenibile e giusta. Anche l’urbanizzazione ha un impatto enorme sul ciclo dell’acqua; capire la connessione vitale tra noi, le città in cui viviamo e l’acqua che le attraversa è essenziale per costruire spazi urbani più vivibili, più equi, più resilienti.

Gestire (o non gestire): governance, mercificazione e la speranza di cambiare rotta

La gestione ambientale, oggi, si muove in contesti dove potere e mercato non sono sullo sfondo, ma al centro. E promuovere lo “sviluppo sostenibile” in questo scenario è una sfida impegnativa. Il cambiamento climatico ci spinge verso approcci più integrati, ma la strada è lunga. Le iniziative globali, come l’Agenda 2030, sono importanti, segnano una direzione, ma rischiano di restare parole se non affrontano di petto le cause profonde delle crisi e le disuguaglianze che le alimentano, promuovendo finalmente una gestione dell’acqua che sia equa e realmente partecipata.

Storicamente, l’acqua era percepita diversamente: spesso vista come un bene pubblico, quasi un diritto naturale legato alla terra, come ricordano i diritti ripariali.

Questa idea, che affonda le radici in un rapporto diverso con la natura, ci ricorda che l’acqua non è sempre stata trattata come una merce. Questo controllo diffuso, legato ai territori e alle comunità, è stato progressivamente eroso da tecnologie sempre più “estrattive” e dalle dinamiche imposte dal mercato globale.

Oggi, il controllo delle risorse idriche è una leva di potere immensa. La privatizzazione, spesso proposta come panacea per l’efficienza, solleva domande inquietanti sui costi, sulla qualità del servizio, sull’accesso. Colpisce, inevitabilmente, le fasce più deboli della popolazione. Il dibattito è acceso: si cercano alternative, modelli che sappiano bilanciare la necessaria efficienza con l’equità e la sostenibilità.

Approcci come l’IWRM (Integrated Water Resources Management) provano a costruire una gestione integrata, ma si scontrano con le dinamiche di potere consolidate e le disuguaglianze strutturali. La sicurezza idrica non è un problema di un futuro lontano; è una sfida globale che richiede l’impegno di tutti, qui e ora.

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Significa investire in infrastrutture che non crollino alla prima piena, nella conservazione degli ecosistemi che producono e filtrano l’acqua, nella protezione dall’inquinamento che la avvelena, nel rafforzamento di una governance che sia trasparente e risponda ai bisogni collettivi. L’urbanizzazione crescente ci impone di pensare modelli di gestione idrica sostenibile, adesso, per le città del futuro che stiamo costruendo.

La trasformazione dell’acqua in merce solleva un interrogativo etico fondamentale, che non possiamo più eludere: un bene così essenziale, vitale, dovrebbe seguire la nuda logica del profitto? La privatizzazione, spinta da questa logica, può portare a esiti problematici in termini di accesso universale e di controllo pubblico su un bene comune.

Le società di consulenza, spesso, propongono piani che enfatizzano la sostenibilità finanziaria, ma è cruciale bilanciare questi aspetti economici con le esigenze sociali e ambientali, garantendo che le soluzioni adottate non finiscano per aumentare, invece di ridurre, le disuguaglianze.

In Italia, il nostro sistema idrico è un caso emblematico di questa crisi, con le sue fragilità e le sue contraddizioni: perdite d’acqua che sono quotidiane e richiedono investimenti massicci e urgenti. Il riutilizzo delle acque reflue è un potenziale enorme, ancora troppo inespresso. Le differenze regionali sono abissali. Ma c’è una crescente consapevolezza nei cittadini, una pressione che può diventare un motore potente di cambiamento.

È fondamentale capire che la mercificazione non cattura, non può catturare, i benefici “non di mercato” degli ecosistemi legati all’acqua. Questa tendenza, portata all’estremo dalla finanziarizzazione dell’acqua stessa, solleva interrogativi profondi sul vero valore, sul valore complesso e multidimensionale, di questa risorsa.

La governance in Italia, inoltre, è una stratificazione complessa di livelli, con una gestione spesso affidata a privati o a forme manageriali che replicano logiche di mercato. Le leggi hanno provato a superare la frammentazione, ma il dibattito sul modello ideale è ancora apertissimo. E in questo scenario, il ruolo dei cittadini, delle associazioni, dei comitati che si battono per l’acqua pubblica, in difesa di un bene comune, è assolutamente fondamentale.

Acqua, eventi estremi e la nostra vulnerabilità (e resilienza)

L’acqua non è solo una risorsa statica in un grafico; è un elemento dinamico, potente, che modella costantemente i nostri sistemi socio-economici, le nostre infrastrutture, persino la nostra cultura. È, simultaneamente, fonte di vita e forza trasformativa, a volte devastante.

La sua gestione richiede una visione olistica, una capacità di vedere l’acqua nel suo ruolo centrale, nelle dinamiche sociali, culturali e ambientali – quello che potremmo chiamare un sistema idrosociale.

Gli eventi estremi – alluvioni, siccità prolungate – sono i promemoria più brutali della potenza della natura e della nostra intrinseca vulnerabilità. Ma sono anche, paradossalmente, un invito urgente a riscoprire la nostra capacità di adattamento, di reazione. L’aumento della loro frequenza e intensità, legato indissolubilmente ai cambiamenti climatici in atto, non è un rischio futuro: è il presente che ci impone di sviluppare strategie efficaci di adattamento e mitigazione, subito.

Investire in sistemi di allarme precoce che funzionino, in infrastrutture resilienti che non crollino alla prima pioggia intensa, in piani di emergenza che coinvolgano e proteggano tutti, è cruciale, è un’azione che non possiamo più rimandare.

C’è una correlazione diretta, scientificamente provata, inequivocabile, tra l’aumento delle temperature globali e l’intensità e la frequenza degli eventi estremi legati all’acqua. Un legame che la scienza ci conferma ogni giorno. L’impatto varia regionalmente, richiedendo azioni mirate, specifiche per i diversi contesti. Ma le cause complesse evidenziano la natura globale del problema, che non può essere risolto da un singolo Paese o da un singolo attore: richiede un governo internazionale efficace, coordinato, lungimirante.

E in tutto questo, i cambiamenti indotti dal clima colpiscono in modo sproporzionato chi è già più fragile, le comunità più vulnerabili, ampliando disuguaglianze che erano già inaccettabili. È un imperativo morale e pratico integrare le politiche climatiche con azioni concrete per ridurre le disuguaglianze sociali ed economiche, costruendo resilienza a partire proprio dalle fasce più deboli, da chi ha meno strumenti per difendersi.

La vulnerabilità al rischio idrogeologico dipende certo dalla natura del terreno, ma in larga parte dipende da noi, dalle nostre scelte sul territorio, dai fattori antropogenici. L’elevata instabilità in Italia è un esempio lampante che richiede una pianificazione integrata seria, una gestione del rischio che non sia solo reattiva, ma preventiva, come, almeno sulla carta, è promosso dalla Direttiva Alluvioni e sostenuto dal PNRR.

Un caso che illustra perfettamente le sfide legate agli eventi estremi e alla nostra vulnerabilità, è l’alluvione che ha devastato l’Emilia-Romagna nel maggio 2023 (episodio non isolato e che si è ripetuto negli ultimi anni). Questo evento non è stato solo “maltempo eccezionale”; ha mostrato la forza distruttiva dell’acqua che si abbatte su un contesto reso fragile da una combinazione letale di fattori naturali (la geomorfologia del territorio, certo) e, soprattutto, fattori umani: la cementificazione selvaggia, l’alterazione dei corsi d’acqua, un uso del suolo insostenibile.

Purché tutto non “torni come prima”. L’alluvione in Emilia-Romagna segna un punto di svolta – .eco

La portata e l’intensità di fenomeni come l’alluvione in Emilia-Romagna ci urlano in faccia la necessità non più negoziabile di una pianificazione territoriale attenta, di interventi di prevenzione – strutturali e non – urgenti, e di una maggiore, diffusa, consapevolezza dei rischi da parte di tutta la popolazione.

Le conseguenze devastanti di eventi come quello in Emilia-Romagna sottolineano come la “normalità patologica” di una gestione inadeguata del territorio, troppo spesso influenzata da logiche di profitto a breve termine e interessi economici specifici, possa avere impatti catastrofici quando si confronta con fenomeni climatici estremi, ormai la nostra realtà.

Questo caso specifico è un esempio paradigmatico della stretta, tragica interrelazione tra il degrado ambientale (causato in parte proprio dalla frattura metabolica e dalla “slow violence” esercitata sul territorio per decenni), la vulnerabilità sociale delle comunità colpite e le criticità nei modelli di governance e pianificazione del rischio che non funzionano più.

Affrontare sfide come queste non può limitarsi a gestire l’emergenza, ad asciugare il fango dopo che è successo; significa agire alla radice delle cause profonde della vulnerabilità e promuovere, finalmente, una resilienza a lungo termine che metta al centro le persone e il territorio.

Le soluzioni, dunque, devono considerare il ruolo attivo dei cittadini, promuovere la tutela degli ecosistemi non come un costo, ma come un investimento essenziale, e adottare, finalmente, un’ottica preventiva. Ripristinare gli ecosistemi fluviali, migliorare la qualità dell’acqua che beviamo, gestire il rischio di inondazioni con soluzioni basate sulla natura, sono azioni concrete, possibili, necessarie. Investire nella protezione dell’intero ciclo idrico significa, semplicemente, investire nel nostro futuro.

Richiede un ripensamento profondo del sistema economico-produttivo, per superare quella “frattura metabolica” che ci sta costando carissima e costruire un equilibrio diverso tra i bisogni umani e quelli della natura, riconoscendo in questo percorso il ruolo fondamentale che possono e devono avere i lavoratori, le classi popolari, chi vive e lavora il territorio.

Il futuro dell’acqua: un impegno che non possiamo rimandare

Analizzare la crisi idrica attraverso la lente dell’economia e della governance non è solo un esercizio intellettuale; è una bussola che deve guidarci verso un futuro che non sia solo più resiliente, ma soprattutto più giusto, più equo. I problemi non sono solo “naturali”, non sono un destino ineluttabile; sono intrecciati, in modo indissolubile, con le dinamiche economiche dominanti, con una gestione inefficiente, con una mancanza di pianificazione che aggrava, ogni giorno, la crisi.

La governance multilivello, pur necessaria in un mondo complesso, manca troppo spesso di quel coordinamento, di quella visione, di quella capacità di risposta integrata che servirebbe. Le decisioni continuano a essere influenzate da interessi economici di breve termine, e l’esternalizzazione dei costi – i costi ambientali, i costi sociali – ricade, come sempre, sulle comunità più vulnerabili. La crisi idrica non è un problema settoriale; è sistemica, è una faccia evidente di quel tessuto logoro di cui parlavamo, ed è accelerata, in modo crudele, dalle disuguaglianze che noi stessi non riusciamo o non vogliamo colmare.

Eppure, proprio in questa crisi profonda, in questa consapevolezza del tessuto che si strappa, risiede un immenso, forse inaspettato, potenziale di trasformazione. La reazione dei cittadini, anche quando appare frammentata, anche quando sembra una goccia nel mare, ha in sé una forza mobilitante immensa. È qui, forse, la vera speranza per il futuro dell’acqua.

Un impegno congiunto, tenace, di cittadini e attori sociali organizzati può spingere, può costruire un sistema diverso, un’alternativa basata sulla progettazione pubblica, sulla gestione partecipata, su un modello che metta al centro i bisogni umani e la tutela ambientale, superando finalmente quelle logiche di profitto che hanno trasformato l’acqua, la vita, in merce.

Questa è la strada. È la sola per garantire la sostenibilità del ciclo idrico, per proteggere questa risorsa vitale per le generazioni che verranno. Un obiettivo ambizioso? Forse. Ma raggiungibile. Serve collaborazione, serve innovazione, serve un impegno condiviso. Soprattutto, serve agire, ogni giorno. Perché il tempo dell’attesa è finito. E l’acqua non ci sta più aspettando.

Questo articolo è parte del percorso “Giornata della Terra 2025? E poi?”. Perché non basta un giorno per parlare di Terra, scopri la rubrica e le altre tappe del percorso.

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LETTURE CONSIGLIATE

Foster J.B. Marx’s Ecology: Materialism and Nature. Monthly Review Press, New York. 2000 e Foster J.B., Marx and the Rift in the Universal Metabolism of Nature, Brill, 2021. Le opere di John Bellamy Foster sull’ecologia di Marx e il concetto di “frattura metabolica” analizzano profondamente il rapporto tra capitalismo, natura e società, offrendo una critica delle dinamiche sociali ed economiche che portano al degrado ambientale.

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Huber A., Santiago Gorostiza, Panagiota Kotsila, María J. Beltrán & Marco Armiero (2017). Beyond “Socially Constructed” Disasters: Re-politicizing the Debate on Large Dams through a Political Ecology of Risk. Capitalism Nature Socialism, 1 28(3), 48-68. DOI: 10.1080/10455752.2016.1225222. Questo testo utilizza esplicitamente un quadro di ecologia politica per analizzare le grandi dighe, evidenziando le dimensioni sociali e politiche degli interventi ambientali e il concetto di rischio. 

Marino G., La Casta dell’acqua. Come la privatizzazione sta assetando l’Italia. Nuovi Mondi. Modena, 2010. Questo libro affronta direttamente le implicazioni sociali ed economiche della privatizzazione della gestione delle risorse idriche in Italia, toccando temi di accesso, equità e controllo sociale di un bene fondamentale.

Shiva, V. (2002). Water Wars: Privatization, Pollution and Profit. Cambridge, MA: South End Press. Sebbene sia un libro e non un articolo di rivista, il lavoro di Vandana Shiva è incentrato sui conflitti sociali, politici ed economici relativi alle risorse idriche, in particolare per quanto riguarda la privatizzazione e i suoi impatti sulle comunità.

FONTI

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Michele Lo Cicero
Appassionato di sviluppo sostenibile e innovazione sociale, con un solido background in governo del territorio e rigenerazione urbana. Attualmente volontario presso l'Istituto Scholé Futuro - Rete WEEC, si dedica con entusiasmo alla comunicazione e alla gestione di eventi, promuovendo iniziative che valorizzano l’ambiente e la comunità. La sua visione integra cura del territorio, partecipazione attiva e sensibilizzazione, contribuendo a costruire un futuro più equo e resiliente.