Torino accende i riflettori sulla comunità Yezida: una mostra tra sacralità, memoria e resistenza
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A partire dal primo marzo 2025, Torino è il palcoscenico di un evento culturale di grande importanza, concepito per illuminare la situazione attuale della comunità yezida. Intitolata “Luoghi di memoria. Comunità yezida e spazio sacro”, la mostra, ospitata presso il Polo del ‘900, rimane aperta fino al 22 marzo. Questa iniziativa mira a sensibilizzare l’opinione pubblica su una minoranza religiosa che si trova ad affrontare una crisi di identità e integrazione, un tema di straordinaria attualità.
Mostra e occasione di riflessione. Luoghi di memoria. Comunità Yezida e spazio sacro
A Torino, a partire dal 1 marzo, sarà possibile visitare una mostra sulla situazione particolare del “popolo yezida”, una minoranza di circa un milione di unità concentrata soprattutto in nord Iraq e con presenze nei vicini territori di Iran, Turchia e Siria. Una comunità “simbolo” di come si possa professare una propria fede (Yazidismo, sincretismo di Zoroastrismo, Sufismo e antiche tradizioni mesopotamiche) e mantenere una propria cultura nonostante pressioni e difficoltà di ogni tipo.
In un’epoca segnata da conflitti identitari e crisi migratorie, la città di Torino si trasforma in un palcoscenico di dialogo interculturale con la mostra “Luoghi di memoria. Comunità yezida e spazio sacro”, in programma dal 1° al 22 marzo al Polo del ‘900. L’evento, curato dall’associazione Laboratorio Synthesis con il sostegno di ISMEO e Università La Sapienza, non è solo un’esposizione, ma un atto di resistenza: un invito a conoscere una comunità che ha sfidato secoli di persecuzioni preservando una spiritualità unica, oggi minacciata dall’oblio.
Le diverse realtà promotrici ringraziano l’Ismeo (Istituto Studi Medio Oriente di Roma) e l’Università La Sapienza di Roma per l’importante supporto fornito e la qualità della proposta.
Una civilità con caratteristiche uniche tramandate nei millenni

I santuari yezidi, evidenziando come le visite e i rituali associati riflettano una combinazione di tradizioni locali e influenze secolari. Questi santuari non sono solo luoghi di culto, ma anche spazi sociali dove la comunità si riunisce per condividere esperienze e risolvere problemi collettivi. Un elemento comune è il Micêwir, il custode del santuario, che collega la comunità alle pratiche religiose e rituali, preservando l’identità culturale e trasmettendo la conoscenza alle generazioni future.
Il percorso espositivo esplora il profondo vincolo che lega la comunità yezida della Regione Autonoma del Kurdistan in Iraq ai luoghi sacri ancestrali. Il mosaico di volti e paesaggi dispiega la memoria di una tradizione autoctona che ha profonde radici nella storia culturale dell’area, ma che a causa del suo particolarismo religioso è stata oggetto di emarginazione e violenza.
Nelle sue diverse declinazioni lo spazio sacro possiede una connotazione del tutto speciale rappresentando il fulcro dell’identità yezida, elemento connettivo tra individuo e territorio, scrigno di continuità devozionale e rituale. La mostra sui santuari yezidi offre la possibilità di volgere uno sguardo intimo alla cultura e alla vita della comunità contemporanea, trovando quei punti di contatto che caratterizzano universalmente l’esperienza del sacro ed emozioni condivise.
Chi sono e dove si trovano gli Yezidi
Gli Yezidi costituiscono una minoranza religiosa di etnia curda, principalmente situata in Iraq, con comunità minori in Medio Oriente, Europa e Nord America. La comunità Yezida ha radici storiche profonde, situate nella regione dell’alta Mesopotamia, nei pressi delle montagne degli Zagros e del Tauro.

Questo territorio è stato un crocevia di culture e civiltà, ospitando antiche comunità semitiche, anatoliche, greco-romane e iraniche. I Yezidi si identificano con il termine Êzidi, che potrebbe derivare da un antico etimo iranico avestico, sottolineando la loro venerazione per una divinità. La maggior parte degli Yezidi, oggi, vive in Iraq e precisamente nella regione autonoma del Kurdistan e nel nord ovest del paese; comunità più piccole sono attestate anche in altri stati del Medio Oriente (Siria, Turchia, Armenia e Georgia), in Europa (soprattutto in Germania, dove vive oggi più della metà della diaspora) e in Nord America (Stati Uniti e Canada).
L’area storica di insediamento yezida si situa nella regione dell’alta Mesopotamia a ridosso delle catene montuose degli Zagros e del Tauro. La regione in passato fu un importante crocevia di culture, luogo di contatto fra le antiche civiltà semitiche, anatoliche, greco-romana e iranica. Prima della diffusione dell’Islam queste terre furono sede di importanti comunità cristiane, zoroastriane e manichee.
Origini e storia
Gli Yezidi si definiscono Êzidi, Ézí o Izidi, termini che potrebbero derivare da un antico etimo iranico avestico Yazata, medio-persiano Yazd dal significato di “entità venerabile; divinità”, formatosi sulla radice verbale antico iranica yaz “adorare, venerare, sacrificare”.
Per tale ragione in Curdo Ezidi indicherebbe “coloro che venerano Dio”. Le origini dello Yezidismo risalgono al XII secolo, influenzate dal pensiero sufi e da antichi culti iranici e mesopotamici. Le prime notizie storiche sullo Yezidismo nella sua forma attuale risalgono al XII secolo, quando gli Yezidi costituivano una comunità isolata sulle montagne del Kurdistan, profondamente influenzata dal pensiero e dalla tradizione sufi. Gli Yezidi costituiscono ancora oggi una minoranza religiosa monoteista che presenta tratti eterogenei con tracce di credenze e pratiche cultuali fecondate dall’apporto di antichi culti iranici e mesopotamici.
L’ipotesi maggiormente sostenuta dagli studiosi sulla natura dello Yezidismo è quella enunciata dall’accademico olandese Philip G. Kreyenbroek, che collega il sostrato di questa religione alle antiche tradizioni iraniche e ai culti astrali tardo-mesopotamici. L’ipotesi più accreditata collega lo Yezidismo alle antiche tradizioni iraniche e ai culti astrali tardo-mesopotamici.
Molti dei tratti dello Yezidismo riflettono la stratificata storia della regione di insediamento e il fecondo incontro tra molteplici culture. Evidenti sono gli influssi del pensiero ellenistico e di quello gnostico, così come particolarmente pervasivi sono gli apporti delle grandi religioni monoteistiche, Ebraismo, Cristianesimo ed Islam.
Una storia travagliata tra pregiudizi e discriminazioni
Il rapporto fra comunità yezida e mondo esterno è stato, nel corso della storia, piuttosto travagliato. Il pregiudizio delle comunità vicine e il sensazionalismo di letterati e viaggiatori occidentali hanno favorito una visione distorta dello Yezidismo, i cui fedeli furono spesso etichettati come “adoratori del diavolo”. Il rapporto tra la comunità yezida e il mondo esterno è stato storico travagliato, con pregiudizi e una visione distorta che li etichettava come “adoratori del diavolo”.

Questa connotazione negativa si radica su una travisata interpretazione del rispetto o timore che gli Yezidi nutrono per il principio del male, sul quale gravitano diversi tabù. Altra fonte di incomprensione e pregiudizio negativo è l’adorazione da parte degli Yezidi di un’entità intermediaria dai tratti demiurgici, l’Angelo Pavone (Tawūsi Melek).
Tuttavia la civiltà yezida ha dei tratti molto più complessi e difficili da analizzare. Il patrimonio culturale, materiale e immateriale, degli Yezidi è costituito principalmente da santuari e luoghi di venerazione, dalla letteratura religiosa orale e da ataviche pratiche cultuali che contraddistinguono l’unicità di tale tradizione.
Il patrimonio culturale yezida si basa su santuari, letteratura orale e pratiche cultuali, tramandate oralmente dai cantori specializzati (qewal). È perlopiù attraverso la trasmissione orale che lo Yezidismo perpetua conoscenza e memoria dei propri elementi costitutivi e identitari. Miti, leggende, preghiere ed inni devozionali vengono infatti assimilati con mnemotecniche antiche di secoli da un gruppo di cantori specializzati (i qewal) che ricoprono importanti ruoli nella comunità.
Questo senso di continuità e devozione è un segno tangibile di resilienza e di coesione tanto familiare quanto comunitaria. Attraverso le pratiche rituali connesse alla venerazione dei xas, le comunità yezide strutturano la propria memoria collettiva rafforzando senso di appartenenza e identità culturale.
A causa della guerra, della persecuzione e della conseguente diaspora, numerosi Yezidi sono stati costretti ad abbandonare in maniera definitiva le proprie residenze per cercare rifugio altrove. La sfida legata alla conservazione del patrimonio culturale è oggi acuita dalla spinta delle nuove generazioni verso l’emigrazione nei paesi occidentali.
Un popolo in cerca di riconoscimento
La comunità yezida, composta da circa un milione di persone sparse principalmente nel Kurdistan iracheno, ma presente anche in Siria, Turchia, Armenia, Georgia e in diaspore in Europa e Nord America, ha una storia segnata dalla resilienza e dalla tolleranza. Negli ultimi decenni, tuttavia, hanno subito persecuzioni devastanti, culminate nel genocidio del 2014 perpetrato dall’ISIS nella regione di Mossul. Questo tragico evento ha trasformato migliaia di yezidi in profughi, costringendoli a lasciare le loro terre e le loro tradizioni. La mostra si propone di portare alla luce queste esperienze e le storie di una cultura in pericolo, attraverso un racconto visivo e informativo che riverbera le lotte e la spiritualità di questo popolo.

Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, prima del 2010 circa 550.000 Yezidi vivevano in Iraq. Di questi, circa due terzi risiedevano nella provincia di Sinjar, gli altri in quella di Sheikhan. Questi dati sono stati confermati nel 2021 dalla Direzione degli Affari Yezidi di Duhok, anche se dal 2014 almeno 100.000 persone hanno lasciato definitivamente l’Iraq a causa delle devastazioni e violenze perpetrate dai gruppi ISIS. Negli ultimi anni, la distribuzione geografica degli Yezidi ha subìto significativi cambiamenti a causa di vari conflitti e persecuzioni, in particolare l’assalto dell’ISIS nel 2014.
A seguito di questa crisi, e a causa della guerra, della persecuzione e della conseguente diaspora, numerosi Yezidi sono stati costretti ad abbandonare in maniera definitiva le proprie residenze per cercare rifugio altrove. Oggi, la comunità yezida conta circa un milione di persone nel mondo, con una significativa popolazione in Germania e in altri paesi occidentali, mentre le comunità rimanenti in Iraq continuano a fronteggiare povertà, disoccupazione e marginalizzazione politica. Nella totalità gli aderenti a questo culto corrispondono a poco meno di un milione.
La resistenza alla diaspora dopo la persecuzione dell’Isis
Nonostante la diaspora, le autorità yezide stanno cercando soluzioni innovative, come il potenziamento dei servizi a Lalish e l’apertura di nuovi santuari nelle comunità in diaspora, come il Quba Mërë Diwanë in Armenia. La disconnessione con la società tradizionale rende sempre più complesso coinvolgere i giovani nell’adempimento delle funzioni religiose quali quelle dei micêwir (custodi dei santuari) o dei qewal (cantori di inni sacri).
Di fronte a tali difficoltà, le autorità yezide stanno cercando soluzioni innovative investendo nel potenziamento dei servizi e nell’accessibilità ai luoghi sacri della valle di Lalish, nonché inaugurando nuovi santuari nelle comunità in diaspora. Nel 2019 è stato raggiunto in Armenia un significativo traguardo con l’apertura del luogo di culto yezida di Quba Mërë Diwanë. L’evento rappresenta uno storico passo poiché il Quba Méré Diwanë è la prima struttura religiosa yezida nel paese caucasico e il più grande tempio al mondo di questa tradizione religiosa.
La mostra torinese nasce per rompere questo silenzio. «Vogliamo trasformare la ricerca accademica in uno strumento di sensibilizzazione», spiega Ghiath Rammo, antropologo e curatore, che ha basato l’esposizione sulla sua tesi di dottorato. La mostra curata da Ghiath Rammo si basa sulla sua tesi di dottorato e sulla ricerca sul campo nella zona dello Sheikhan, nel Kurdistan iracheno. La ricerca ha schedato santuari yezidi e raccolto testimonianze per documentare la cultura, l’architettura e l’antropologia dei luoghi sacri. La divulgazione dei risultati mira a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla conservazione dell’identità culturale delle minoranze etnico-religiose. «Gli Yezidi insegnano che la difesa della diversità è possibile, anche nelle avversità».
Un appello alla consapevolezza
La mostra “Luoghi di memoria. Comunità yezida e spazio sacro” è coordinata dalla libera associazione “Laboratorio Synthesis”, e ha come obiettivo primario quello di invitare alla riflessione e al dialogo con la società civile. Come sottolineato nei materiali promozionali, l’evento si propone di veicolare i risultati ottenuti tramite ricerche scientifiche condotte sul campo, trasformandoli in un linguaggio accessibile a un pubblico ampio. “Questo non è solo un esercizio di memoria,” affermano i curatori, “ma anche un invito a tutti a riconoscere e proteggere il patrimonio culturale di una minoranza a rischio.” La mostra “Luoghi di memoria. Comunità yezida e spazio sacro” è un appello volto al dialogo con la società civile e alla sensibilizzazione verso il patrimonio culturale di minoranze religiose “a rischio”.
L’intento primario dell’evento è di veicolare con immediatezza i risultati maturati nel corso della ricerca scientifica sul campo e tradurli in un linguaggio espressivo capace di raggiungere un ampio pubblico. Introduzione alla Mostra. La mostra “Luoghi di Memoria. Comunità Yezida e Spazio Sacro” è un appello al dialogo e alla sensibilizzazione verso il patrimonio culturale di minoranze religiose “a rischio”. L’intento è di comunicare i risultati della ricerca scientifica sul campo di Ghiath Rammo in modo accessibile al grande pubblico.
Informazioni pratiche
Polo del ‘900
Orari di apertura Lunedì – Sabato: 9:00 – 20:00
Date: La mostra sarà visitabile fino al 22 marzo
Eventi speciali:
8 marzo: proiezione del documentario “Sinjar, il grido di un popolo”. Dettagli della Mostra. Dettagli della Mostra:
15 marzo: tavola rotonda “Minoranze religiose e diritti umani” con esperti internazionali. Le Voci dei Testimoni. Adriano V. Rossi, Presidente dell’ISMEO (Istituto Studi Medio Oriente di Roma), e Gianfilippo Terribili, Vice-Direttore della Missione Archeologica Italiana in Kurdistan, sono tra i relatori che parteciperanno all’inaugurazione. Essi apporteranno la loro esperienza e la loro ricerca sull’argomento, offrendo un contesto storico che è fondamentale per capire le complesse dinamiche che avvolgono la comunità yezida nel presente.
La mostra è a ingresso libero. È consigliata la prenotazione per i gruppi.
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- Appassionato di sviluppo sostenibile e innovazione sociale, con un solido background in governo del territorio e rigenerazione urbana. Attualmente volontario presso l'Istituto Scholé Futuro - Rete WEEC, si dedica con entusiasmo alla comunicazione e alla gestione di eventi, promuovendo iniziative che valorizzano l’ambiente e la comunità. La sua visione integra cura del territorio, partecipazione attiva e sensibilizzazione, contribuendo a costruire un futuro più equo e resiliente.
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