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Il silenzio di Dio, la voce di Giovanna d’Arco

| TIZIANA CARENA

Tempo di lettura: 3 minuti

Il silenzio di Dio, la voce di Giovanna d’Arco
A 17 anni, Giovanna d’Arco impugna le armi, guida un esercito, vince battaglie decisive. A 19 viene processata e arsa viva. Una vita pubblica brevissima, eppure capace di lasciare un segno indelebile.

Dall’alto pendono aste quadrangolari di legno e pali a sezione circolare tenuti insieme da una leggera catena dorata a formare una sorta di tronco composito; una sorta di rogo dove possiamo. Sullo sfondo cinque riflettori proiettano una luce opaca sulla scena dove, all’angolo destro, sta seduta una ragazza. Si alza. Cammina verso sinistra, in diagonale. Respira faticosamente, boccheggia, tossisce, emette suoni gutturali come chi stia soffocando per il fumo del rogo o come vomito secco. Le luci dello sfondo si intensificano e sorgono effetti musicali elettronici, suoni “bianchi”, “gassosi” in un crescendo che si unisce ai lamenti della giovane, sempre più forti.

Giovanna d'Arco

Questa giovane è Giovanna d’Arco, Jeanne D’Arc, la “pulzella di Orléans”, nata a Domrémy il 6
gennaio 1412, protagonista del recupero alla Francia di parte del territorio occupato dagli Inglesi
durante la guerra dei Cento Anni guidando alla vittoria le armate francesi e bruciata sul rogo il 30
maggio 1431. Al Teatro Astra di Torino è andato in scena “Giovanna D’Arco“, un’ideazione e messa in scena di Paolo Costantini.

Le luci si fanno fioche, la musica sfuma in un suono di tamburi che diminuisce fino a tacere. “Dove sei?” grida Jeanne; “Rispondetemi!” “Perché avete smesso di parlarmi? Sono tanto stanca…” Le voci celesti che l’hanno convinta a farsi, da contadina, guerriera ora tacciono e la solitudine è assoluta.

Come le fa dire Charles Péguy (Jeanne d’Arc. Drame en trois pièces (1897), Paris, Gallimard, 1948, p. 18) “Soffro ancora di una sofferenza, una sofferenza sconosciuta, al di là di tutto quello che tu potresti immaginare.” In questo vuoto assoluto Jeanne elenca le etichette che le hanno dato: “pulzella d’Orléans”, “strega” e la corona degli epiteti accresce il senso di radicale solitudine, come i ricordi d’infanzia, i ricordi della mamma che la chiamava “Jeannette”. Le voci si risvegliano, la chiamano per nome; Jeanne recita l’ “Ave Maria”.

Una voce ripete il suo nome: Jeanne ricorda come la voce le abbia ordinato: “Tu devi partire!” Ricorda come ha liberato Orléans. Torna l’opprimente silenzio. Si volge verso l’insieme di assi di legno che pendono dall’alto, sorta di albero scenico, ma anche di “albero delle fate” e lo fa a pezzi disperdendo i molti legni a raggera sul palcoscenico.

“Legno della mia infanzia e legno della mia fine! Ora siamo solo io e te!”

Poi il processo che vede in modo opposto ai suoi accusatori: “Processatemi per le persone che ho ucciso, non perché porto abiti maschili!” In fatti tra le accuse c’era quella di avere violato il principio veterotestamentario secondo il quale “la donna non indosserà abiti maschili”. Ma viene messa sul rogo pretestuosamente come strega.

Ma è mai stato diversamente? Jeanne e Dio, Jeanne e le “voci celesti”, Jeanne e l’albero delle fate, Jeanne e gli uomini armati che la seguono, Jeanne e il re di Francia, Jeanne e….il silenzio assoluto che la circonda. Jeanne è sempre stata sola come è solo ognuno di noi di fronte alla morte. La solitudine che traspare è intensa, è il vuoto che opprime, è la disperazione dell’essere stata abbandonata. Anche dalle “voci celesti.” Eppure, ha chiesto aiuto alla Vergine Maria prima di partire per la guerra!

Jeanne afferra uno schioppo, spara furiosamente contro il rogo e lo abbatte. Soltanto la rivolta individuale sembra pagare di fronte al sopruso radicale.

“Nel fuoco siamo fuoco!”

Questo connubio, legno e fuoco, fa parte della sua identità, soprattutto per i posteri, nel silenzio di ogni segno divino. “L’uomo moderno soffre di amnesia dell’eternità”, come ha scritto Péguy: forse Jeanne è il simbolo dell’essere umano moderno?

Il suo tormento visionario, allucinatorio e delirante riporta a quell’immagine eroica della donna che
si veste da uomo e diventa un cavaliere protetto dalla sua corazza e viaggia nel tempo per il tempo.
In tante narrazioni, sia in Occidente, sia in Oriente, ricorre la vicenda della donna che si veste da
uomo e combatte. Nella rappresentazione riuscita magnificamente nello scomporre il tempo, non
c’è più quasi uno spazio, non c’è più il tempo stesso.

Quello che racconta l’esperienza di Giovanna d’Arco è un evento trascendente che, nella sua stregonesca apparizione e fine, rivela continuamente o attesta prepotentemente l’essere fata, la sua visionarietà. Le luci hanno un valore semantico deciso nella rappresentazione: la luce opaca accompagna il silenzio di Dio e la luce viva accompagna il ricordo narrato dalla protagonista.

“Giovanna d’Arco”, regia e ideazione di Paolo Costantini, con Federica Rosellini. Produzione TPE – Teatro Piemonte Europa. Teatro Astra (Torino), 2-11 maggio 2025.

L’interpretazione di Federica Rosellini, allieva di Luca Ronconi, è energica, a tratti androgina, certamente riesce a rappresentare una sua parte segreta maschile, ricordiamo la sua interpretazione intensa in un film di successo, Confidenza (1924) per la regia di Daniele Luchetti. Attrice di teatro, di cinema, musicista, regista: il “mestiere dell’arte a tutto tondo”.

Scrive per noi

TIZIANA CARENA
TIZIANA CARENA
Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.