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IGirl a teatro: anamnesi remota dell’antropocene

| TIZIANA CARENA

Tempo di lettura: 3 minuti

IGirl a teatro: anamnesi remota dell’antropocene
Dalla preistoria all’Antropocene, IGirl è un viaggio sciamanico tra mito e realtà storica. La performance di Federica Rosellini trasforma il corpo in una mappa tatuata per narrare le ferite del progresso e il sacrificio del femminile.

Immagine in evidenza: Dall’antica Britannia all’Antropocene, il corpo tatuato come alternativa all’arte parietale. Un’immagine che anticipa la natura sciamanica e viscerale della performance di IGirl. (Immagine: Theodor de Bry, incisioni per A Briefe and True Report di Thomas Harriot, 1590 – via The Public Domain Review)

Lo spettacolo è tratto da un’opera di Marina Carr, drammaturga irlandese, scritta durante la pandemia: un poema drammatico in ventuno quadri che attraversa le diverse epoche del femminile sino a culminare nell’antropocene.

In esso mito e riferimenti alla realtà storica del femminile si intrecciano in una trasfigurazione del complesso edipico e della vicenda del progresso.

Si parla tanto delle nostre capacità sociali/ fare rete/ l’ultima specie sopravvissuta del/ genere homo/ come ratti/restiamo aggrappati/ con ferocia/ e astuzia/ È un bagno di sangue/ così dicono i fossili”.

Lo sguardo lascia intendere dietro il progresso della civiltà il primitivismo dei rapporti tra i sessi e fra le specie.

IGirl

Performance e regia di Federica Rosellini

Video Rä di Martino
Musica originale di Daniela Pes

Sound designer G.U.P. Alcaro
Disegni, tatuaggi e costumi di Simona D’Amico
Dramaturgia di Monica Capuani

Coproduzione TPE-Teatro Piemonte Europa, Teatro Stabile di Bolzano, Elsinor Centro di Produzione Teatrale

Il corpo della protagonista (grande la performance di Federica Rosellini) è tatuato. Il tatuaggio come alternativa all’arte della pittura parietale con il medesimo scopo: narrare la storia. Il corpo diventa, così, una mappa, la mappa di un viaggio nel tempo. Tutto quello che la protagonista narra è scritto sulla sua pelle. Il mito si identifica con la corporeità.

IGirl, intenso e carnale“, scrive Maura Sesia in La Repubblica, “il rito sciamanico si fa contemporaneo”. Come contro-canto, la rasatura dei capelli della protagonista riporta agli skin-heads degli anni Sessanta del XX secolo in Inghilterra.

Compagna di questo rito e di questo viaggio è una gallina meccanica che rinvia all’animale vivente, l’unico in grado di piangere: copiose scendono le lacrime dagli occhi della gallina nel filmato proiettato sulla scena a commento della vicenda umana. La gallina ci riporta nello scenario dei riti sciamanici, in una cultura dove i riferimenti individuali e i riferimenti sociali si perdono nella notte dei tempi.

Dal ghiacciaio preistorico alla desertificazione dell’antropocene l’intero percorso della dialettica negativa non della sola modernità, ma dell’intera storia umana vista come uno sprofondamento nell’elemento liquido, nell’acqua che, alla fine dello spettacolo, tutto avvolge e tutto cancella.

La narrazione coinvolge anche i corpi che la marcia del progresso umano ha sacrificato: i corpi femminili, i corpi degli animali, tutti i corpi che non potevano coincidere con l’affermazione della macchina e del profitto. Potrebbe sembrare la narrazione di una idealistica Odissea dello Spirito; sennonché, al termine di questa Odissea non assistiamo alla sintesi che armonizza lo spirito inconscio (la natura) con la natura conscia (l’essere umano maschile e femminile), ma alla polverizzazione dell’intero mondo vitale in una sorta di deserto post-atomico.

Accanto al femminile che tutti conosciamo o crediamo di conoscere, c’è il femminile mostruoso, come la Sfinge che prende la parola in nome di un femminile selvaggio.

Nella narrazione scenica, in questo passaggio dalla natura alla cultura, per evocare un classico dell’antropologia culturale, Claude Lévy-Strauss. dove i miti sono rappresentati, pur nella loro diversità, dagli stessi soggetti, i miti si intrecciano a esporre le ferite del percorso umano.

Capisci/ che la specie sbagliata/ si è fatta largo/ umano significa/ l’ultimo della tribù degli ominidi/ primati/ bipedi/ amanti del fuoco e degli utensili/ dita efficienti/ su terra e acqua.
Eppure, ora, regna il deserto.

Tutte le ferite della marcia della civilizzazione appaiono sul palcoscenico: nessuna di esse è chiusa, tutte le contraddizioni si danno convegno in un intreccio di parola mitica e di parola razionale.

Come ha affermato il sociologo Max Weber, l’essere umano è impigliato nelle reti di significato che egli stesso ha tessuto.

iGirl

Marina Carr

Traduzione di Monica Capuani e Valentina Rapetti

Postfazione a cura di Federica Rosellini

Einaudi

Torino

2026

Scrive per noi

TIZIANA CARENA
TIZIANA CARENA
Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.