La politica “muscolare” e l’opposizione morale nelle relazioni internazionali
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L’azione morale si giustifica per sé stessa, non rivestendo in alcun modo la funzione di mezzo; l’azione dimostrativa che può essere derivata dagli obiettivi morali presuppone una sfera pubblica incline ad accoglierla e ad agire nel senso indicato dall’azione dimostrativa.
In altri termini, il politico spunta anche in mezzo alla più pura assunzione del valore morale come movente dell’azione. Perché la morale deve diventare ordinamento concreto, vita vissuta; ma non può diventare vita vissuta senza l’operare politico.
Che cos’è l’“operare politico”?
Iniziamo con un’osservazione nota, ma spesso lasciata nella penombra:
“La guerra non è semplicemente un atto politico, ma un vero strumento politico, una continuazione dell’interscambio politico, una prosecuzione dello stesso con altri mezzi. Ciò che rimane di specifico alla guerra si riferisce semplicemente alla natura specifica dei suoi mezzi”
(Carl von Clausewitz, Sulla guerra (1832), a cura di G. E. Rusconi, Einaudi, Torino, 2000, p. 38)
La prospettiva kantiana e il problema della realizzazione
La politica, nella visione kantiana, che riassume l’intera impostazione dell’Illuminismo europeo, attinge le proprie finalità dalla morale che, a sua volta, si fonda sulla capacità dell’essere umano di imporre a sé stesso un dovere, anche quando esso contrasti le tendenze e i bisogni naturali, cioè sulla libertà umana e sull’uguaglianza di soggetti tutti ontologicamente liberi.
Tuttavia, già Hegel notava che questa visione della realtà rimaneva comunque isolata rispetto al “corso del mondo” la cui razionalità trascende l’atto morale, trascende ogni ideale particolare per realizzare quello che Hegel denomina lo “spirito oggettivo”, cioè la dimensione sociale e politica della vita fondata sull’uguaglianza dei diritti.
Se l’uguaglianza giuridica, tuttavia, non riesce a divenire uguaglianza sociale, osserva Karl Marx, la sua esistenza è soltanto formale, per non dire fantasmatica; se le forze sociali della libertà e dell’uguaglianza non riescono a rovesciare concretamente il regno della disuguaglianza che, dopo la distruzione dell’Antico Regime si sta consolidando in Europa nella economia del Terzo Stato, cioè il modo capitalistico di produzione, la loro esistenza è limitata a una vana, per quanto ricorrente – e, talora, rumorosa – aspirazione.
Soltanto individuando le linee di sviluppo per il superamento dialettico del capitalismo e costruendo lo strumento politico che gestisca la transizione al socialismo, il “partito comunista”, la libertà potrà divenire concreta. Non in modo indolore, ma con una rivoluzione sociale generata dall’acuirsi delle contraddizioni interne all’economia capitalistica.
La situazione contemporanea
Noi ci troviamo, oggi, al punto di maggiore distanza concreta dalla prospettiva qui sunteggiata: nel XXI secolo prosperano regimi concretamente oligarchici dagli Usa, alla Russia, alla Cina, la politica fondata su rapporti di forza viene riconosciuta per quello che è senza esitazioni (esitazioni: cose da tempi di “coesistenza pacifica”) nella continuità storica dei conflitti interimperialistici apertasi con la Prima Guerra mondiale e oggi sempre più sotto i nostri occhi.
Ci troviamo, come ha scritto Francesco Strazzari (“Il Manifesto”, 16 giugno 2026, p. 11), a proposito della guerra statunitense contro l’Iran, nell’“anticamera della guerra che verrà”: il memorandum sulla pace contiene “una contraddizione esplosiva: Washington ha raggiunto un’intesa con il nemico senza aver prima costruito un consenso con il proprio alleato”; un alleato che afferma che continuerà a occupare i territori libanesi conquistati, oltre a continuare a occupare, naturalmente, la striscia di Gaza.
La definizione weberiana di politica
Come ha scritto Max Weber, la politica è “ogni sorta di attività direttiva autonoma” che si concretizza nello Stato, cioè in “quella comunità umana, che nei limiti di un determinato territorio – questo elemento del territorio è caratteristico – esige per sé (con successo) il monopolio della forza fisica legittima” (M. Weber, La politica come professione in Id. Il lavoro intellettuale come professione, tr. it. di Antonio Giolitti, Einaudi, Torino, 1983, p. 47 e p. 48).
Robert Michels aggiunge che ogni Stato segue la “legge di trasgressione” e dopo aver conseguito l’indipendenza si dà alla conquista dei territori altrui.
Le voci critiche e il loro limite
Di fronte a questo concreto abbiamo voci e azioni critiche: la Global Sumud Flotilla, iniziativa umanitaria internazionale che, nell’agosto del 2025, ha tentato di rompere il blocco israeliano della Striscia di Gaza per rifornire di viveri e di medicinali la popolazione palestinese stabilendo, così, un corridoio umanitario; il variegato movimento Pro-Pal che contesta la mancanza di pressioni efficaci sul governo israeliano per fermarne la politica genocida.
Ma queste voci critiche mancano di un corpo politico, come ne mancavano le organizzazioni del socialismo utopistico prima del 1848 in Europa. All’essere si oppone il dover essere che manca degli strumenti politici per essere efficace. Si riproduce, così la situazione e la condizione psicologica dell’utopismo europeo della prima metà del XIX secolo.
Anche le voci che si levano in difesa dell’ambiente minacciato dal cambiamento climatico e dalle modificazioni della biosfera generate dallo sviluppo tecno-capitalistico mancano di un corpo politico. Può la testimonianza, da sola, generare l’intervento della società civile internazionale?
Se lo potesse e se lo attuasse, quest’intervento sarebbe la novità assoluta nella storia umana, la vera apocalisse nel senso etimologico: il disvelamento dei rapporti internazionali di potere, della loro negatività e il loro superamento.
Ma quante testimonianze sono necessarie prima che giunga l’apocalisse?
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