L’interfaccia che stiamo perdendo

L’Italia ha ottomila chilometri di coste: la metà circa di queste coste è costituita da spiagge sottili, coperte di sabbia o piccoli ciottoli, l’altra metà è costituita da coste rocciose. La costa, l’interfaccia fra mare e terra, è uno dei più straordinari ecosistemi: punto di incontro fra le acque dolci dei fiumi e del sottosuolo e l’acqua salina del mare, possiede, nelle sue rocce e spiagge e dune, una ricca, spesso quasi invisibile, vita di vegetali e animali, un patrimonio di biodiversità.
Le spiagge, in particolare, sono “esseri” in continuo movimento; le coste sono battute dalle onde marine provocate dal vento, che spostano continuamente la sabbia e la ghiaia e, nello stesso tempo, sono lambite da continue correnti di acqua di mare, in genere parallele alla costa, le quali spostano anch’esse la sabbia. A guardare il mare anche quando è calmo, non si immagina da quali forze sia continuamente mosso anche in profondità.
Granuli che parlano
Le coste sabbiose offrono, a chi le vuole guardare, innumerevoli sorprese. La sabbia che troviamo in riva al mare è un insieme di granuli, aventi diametro variabile fra sei centesimi di millimetro fino a due millimetri. Nel corso di millenni la forza di urto dell’acqua delle piogge ha disgregato le rocce delle montagne e colline; i frammenti, rotolando verso valle, si frantumano in pezzetti sempre più piccoli che vanno a creare l’alveo dei fiumi, le pianure alluvionali, e le parti più “leggere” di tali frammenti sono arrivate fino al mare depositandosi sulle coste.
I principali costituenti delle sabbie sono materiali calcarei o silicei, spesso miscelati, a seconda del percorso dei fiumi o delle direzioni del vento che li ha trasportati; talvolta si incontrano sabbie di cui è facile riconoscere l’origine sapendo quali rocce sono state attraversate dai fiumi che le hanno trasportate al mare. Si può quasi dire che i granuli di sabbia “parlano”, raccontano la propria storia: i granuli scintillanti di quarzo vengono da rocce granitiche; su alcune coste laziali e pugliesi si trovano sabbie contenenti magnetite i cui cristalli vengono attratti da una calamita. Durante l’autarchia fascista qualche bella mente aveva proposto di recuperare ferro da tali sabbie.
La trilogia di Rachel Carson sul mare
Uno dei più bei racconti di questa interfaccia è contenuto nel libro The edge of the sea, pubblicato nel 1955 dalla famosa biologa americana Rachel Carson (1907-1964), l’autrice del più noto libro Primavera silenziosa, del 1962. The edge of the sea, che non è stato tradotto in italiano, è il terzo di una trilogia cominciata nel 1941 con Under the sea wind, e continuata con Il mare intorno a noi, pubblicato nel 1951, tradotto e pubblicato in italiano dall’editore Casini e poi da Einaudi.
La riva del mare, pur meno noto, è il libro che meriterebbe di essere conosciuto e studiato proprio in un paese come l’Italia che ha una così lunga estensione di coste, tutte in pericolo.

L’Italia si è ristretta

Nel corso del Novecento l’Italia, rispetto ad una superficie totale di circa 300.000 chilometri quadrati, ha perduto da 200 a 400 chilometri quadrati di coste sabbiose, si è ”ristretta”, di un millesimo della sua superficie. Questo restringimento della superficie italiana, più rapido da un ventennio a questa parte, sta preoccupando amministratori pubblici e operatori turistici. Il fenomeno sta interessando le coste di tutte le regioni italiane, dalla Toscana, alle isole, alla Basilicata e alla Puglia, alle regioni adriatiche e tirreniche: dovunque si vedono sparire spiagge e crollare edifici costieri e pezzi di strade. Sarà anche un po’ colpa dei cambiamenti climatici, ma ci deve pur essere qualche altra ragione per questa rapida perdita di ricchezza ecologica ed economica. Le ragioni dell’erosione sono abbastanza note: la spiaggia è un ecosistema di grande bellezza, e anche di grande valore economico per il turismo che attrae. Purtroppo nell’uso delle spiagge a fini ricreativi, l’intervento umano apporta inevitabili modificazioni che possono compromettere la stabilità di tale ecosistema.

Le cause, dirette e indirette 

Dapprima si insediano delle cabine con gli ombrelloni, poi le cabine diventano di cemento e si trasformano in palazzine, poi nascono ristoranti e alberghi e per raggiungere la spiaggia e i ristoranti e i nuovi edifici vengono realizzate strade per le automobili e parcheggi e porticcioli turistici, addirittura piscine in riva al mare, spianando le dune, quelle ondulazioni sabbiose formate ad opera del vento e del moto ondoso che garantiscono la sopravvivenza della spiaggia, con distruzione della vegetazione spontanea che la natura ha predisposto proprio a difesa della costa. Se su una costa si interviene creando ostacoli stabili, come la diga di un porto, il movimento delle acque viene frenato e le sabbie si accumulano da una parte della diga e vengono asportate dalla parte opposta. Molti porti o porticcioli turistici, insediati nel posto sbagliato, ben presto si riempiono della sabbia asportata dalle coste vicine, e così si spendono soldi per svuotare i porti dai depositi e si spendono soldi per ricostruire le spiagge erose. Oltre agli interventi “economici” diretti che alterano i caratteri, la forma, le dimensioni e l’ampiezza delle spiagge, l’altra importante causa dell’arretramento delle spiagge è rappresentata dagli interventi sui fiumi, come la creazione di sbarramenti artificiali che trattengono le sabbie e ne impediscono l’arrivo sulla costa, o l’escavazione dal greto dei fiumi della sabbia occorrente per le costruzioni di edifici e strade o per la produzione di materiali industriali.

 

Rimedi: ne hanno tentati di tutti i colori

Per frenare l’erosione delle spiagge o la loro ricostruzione sono state proposte varie procedure. Una soluzione consiste nel prelevare la sabbia dove è abbondante e nello spostarla nelle zone in cui scarseggia; il “ripascimento” può essere fatto con sabbia aspirata dai depositi formati al largo o nei porti, o con sabbia trasportata con camion, in una specie di esportazione e importazione di questa ricchezza ambientale. Talvolta si tratta di una fatica di Sisifo, perché il mare si riprende la sabbia faticosamente depositata e la sposta al largo o lungo altre coste. Ne sono state tentate di tutti i colori. Sono stati costruiti dei “pennelli”, massi affioranti sulla superficie del mare, disposti perpendicolarmente alla spiaggia; in questa maniera si ricostruisce una qualche forma di spiaggia artificiale a forma circolare fra i pennelli. Se ne vedono esempi in molte parti d’Italia, per esempio lungo le coste marchigiane e abruzzesi. Un’altra soluzione consiste nel predisporre delle barriere di grandi massi disposti parallelamente alla costa, a qualche decina di metri di distanza, Ce ne sono esempi ben visibili sulla costa marchigiana. Le barriere parallele alla costa possono anche essere sommerse, suffolte, come le chiamano, talvolta realizzate con massi o pietre poste in tubi di plastica che presto si stracciano inquinando la spiaggia sabbiosa con pietre e pezzi di plastica.

Ma non esistono ricette sicure

Non esiste nessuna ricetta sicura; alcune hanno dato buoni risultati in qualche zona o sono fallite in altre; il successo dipende dalla conoscenza di che cosa sono e di come “funzionano” e si comportano, le coste sabbiose in ciascuna località. Davanti ai costi per riparare i danni dell’erosione delle coste ci sarebbe da aspettarsi che ci fossero decine di università e di centri di ricerca e documentazione sull’erosione costiera ma non è così, purtroppo, anche se la dinamica delle spiagge sarebbe un argomento di ricerca e di esplorazione di enorme interesse anche internazionale perché l’erosione costiera tende a manifestarsi in tutto il mondo. Forse la vera soluzione sarebbe una svolta nella politica degli insediamenti. Nel 1985 fu emanata una legge, che porta il nome dello storico Giuseppe Galasso che ha fissato un divieto di costruzioni entro una fascia di trecento metri dalla riva del mare e dei fiumi. Guardatevi in giro e osservate come questa legge è stata sistematicamente violata; non possiamo allora lamentarci se l’Italia si restringe, con l’assalto edilizio delle coste che c’è stato, sempre più arrogante e sempre più condonato.

I danni delle privatizzazioni
Da secoli, e fino a pochi anni fa, le coste “appartenevano” allo stato che ne consentiva, nel bene e nel male, l’uso da parte dei privati, con vincoli e cautele. Col trasferimento del demanio marittimo dagli organi centrali dello stato alle Regioni e ai Comuni, la domanda di “concessioni” si è fatta sempre più pressante. La ancora più recente politica di privatizzazione dei beni dello stato, pur di ricavare un po’ di soldi, indebolisce ulteriormente qualsiasi controllo pubblico su un bene, la spiaggia e la costa, che è (dovrebbe essere), per eccellenza, bene comune. Come se non bastasse le norme comunitarie prevedono che le concessioni sulle coste siano messe in gara aperta anche a concorrenti internazionali e i vincitori si può ben immaginare che cercheranno di trarre il massimo profitto, e di assicurare pertanto il massimo danno ecologico alle nostre povere spiagge. Per una più rispettosa utilizzazione delle coste forse occorre una maggiore conoscenza della loro importanza, ecologica e umana: penso ad un libretto di informazione popolare proprio sull'”interfaccia” fra mare e terra per aiutare soprattutto i ragazzi a riconoscere la bellezza, spesso silenziosa e poco vistosa, delle coste e per far capire che è possibile trarne benefici economici senza distruggerne il valore.

Scrive per noi

GIORGIO NEBBIA
Giorgio Nebbia, scomparso all'età di 93 anni il 3 luglio 2019, è stato una delle principali figure del movimento ambientalista. Bolognese di nascita (nel 1926), è stato professore ordinario di Merceologia all’Università di Bari dal 1959 al 1995, poi professore emerito, insignito anche dottore honoris causa in Scienze economiche e sociali (Università del Molise) e in Economia e Commercio (Università di Bari; Università di Foggia). Le sue principali ricerche vertono sul ciclo delle merci, sull’energia solare, sulla dissalazione delle acque e sul problema dell’acqua. Per due legislature è stato parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992). L'archivio Giorgio e Gabriella Nebbia è ospitato presso il centro di storia dell'ambiente della Fondazione Luigi Micheletti.

GIORGIO NEBBIA

Giorgio Nebbia, scomparso all'età di 93 anni il 3 luglio 2019, è stato una delle principali figure del movimento ambientalista. Bolognese di nascita (nel 1926), è stato professore ordinario di Merceologia all’Università di Bari dal 1959 al 1995, poi professore emerito, insignito anche dottore honoris causa in Scienze economiche e sociali (Università del Molise) e in Economia e Commercio (Università di Bari; Università di Foggia). Le sue principali ricerche vertono sul ciclo delle merci, sull’energia solare, sulla dissalazione delle acque e sul problema dell’acqua. Per due legislature è stato parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992). L'archivio Giorgio e Gabriella Nebbia è ospitato presso il centro di storia dell'ambiente della Fondazione Luigi Micheletti.

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