Merci e natura: non è il denaro, ma la materia alla base dell’economia
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Il PIL non misura veramente cosa accade in concreto. Il denaro che attraversa un’economia è solo una frazione del reale benessere di un popolo. Nulla sfugge, invece, a una contabilità che misuri della massa dei materiali che “attraversano” un’economia: non ammette evasioni, o frodi. È il PIML, il “prodotto interno materiale lordo”
Non è vero che le merci si producono a mezzo di denaro, e neanche a mezzo di merci; si producono a mezzo di natura e solo capendo come la materia circola in una economia dai corpi naturali ai processi di produzione e di consumo, e poi come e dove la materia ritorna nei corpi naturali come scorie e rifiuti, solo così si può capire come funziona una economia.
Lo dimostra la fallacia di tutti gli altri indicatori, a cominciare dal prodotto interno lordo, quel numero che dovrebbe misurare la quantità di denaro che attraversa un’economia in un anno sotto forma di merci, di salari, di consumi, di imposte, di servizi. Solo per fare un esempio nel prodotto interno lordo dell’Italia, circa 1.600 miliardi di euro nel 2017, non figurano circa 300 miliardi di euro di denaro che non viene contabilizzato, ma circola ugualmente sotto forma di evasione fiscale, di profitti di attività criminali, corruzione nazionale e internazionale, eccetera. E nei 1.600 miliardi di euro non sono compresi i costi personali, i dolori, le perdite dovuti ad alluvioni, incidenti stradali e sul lavoro.
Tutte le cose che il PIL non misura
No, mi sbaglio, alcuni di questi costi, figurano, ma dalla parte rovesciata: il reddito degli sfasciacarrozze e dei fabbricanti di casse da morto per le vittime di incidenti e frane e avvelenamenti fanno aumentare il PIL “grazie” a dolori e perdite umani. E nel PIL non figurano tutte le cose che i governi non misurano, la sabbia estratta abusivamente dai fiumi, i rifiuti tossici nascosti nel sottosuolo, i gas velenosi immessi nell’aria, eccetera. C’è quindi seriamente da chiedersi che cosa intende dire un governo quando afferma che il PIL è aumentato del mezzo o del due “per cento” in un anno, dal momento che non sa a che cosa si riferisce il “cento” e che tale “cento” comprende soltanto una frazione del denaro che attraversa un’economia e comunque una frazione del reale benessere di un popolo.
La critica al reale significato del PIL come indicatore dello stato di salute e benessere degli umani e della natura, della felicità e di più equi rapporti nazionali e internazionali, risale a molti decenni fa; così come agli anni sessanta del Novecento risalgono dei tentativi di sostituire la contabilità nazionale in unità monetarie con una contabilità in unità fisiche, cioè con la misura della massa dei materiali – tratti dalla natura, trasformati dal lavoro umano e restituiti poi come scorie alla natura – che “attraversano” un’economia.
Unità fisiche per la contabilità nazionale
Tale contabilità deve essere in pareggio: non ammette evasioni, o frodi perché anche il denaro illegale, che sfugge al PIL, viene pure investito in edifici, macchinari, merci, automobili, battelli, eccetera, che richiedono un movimento fisico di pietre, cemento, mattoni, minerali, fonti di energia, acciaio, plastica, eccetera, movimento che può sfuggire nei conti in denaro ma non può sfuggire nella sua forma fisica, naturale. Non a caso Marx, nella “Critica del Programma di Gotha”, ricorda che la natura è la fonte dei valori di uso e che di essi consta la reale ricchezza.
La redazione di una contabilità nazionale in unità fisiche richiede la soluzione di grossi problemi pratici. Per far quadrare i conti bisogna avere informazioni statistiche sulle entrate e uscite di materiali, in unità di chili o tonnellate, per ciascun settore di attività: agricoltura, industrie, servizi, trasporti, consumi finali delle famiglie, comprese le materie tratte (gratis) dall’aria o dal suolo o sottosuolo, comprese le materie immesse come rifiuti o scorie nell’aria, nelle acque, nel suolo.
Le informazioni fondamentali che ci servono
Per definizione, in ciascun settore economico entra esattamente la stessa quantità di materia che esce dallo stesso settore economico verso gli altri settori, verso i consumi finali e verso i corpi naturali, tenendo naturalmente conto delle importazioni ed esportazioni e della massa di materiali a vita lunga – edifici, macchinari, arredi domestici – che restano “immobilizzati” come stocks “dentro” l’economia, dentro la “tecnosfera”, per un periodo di tempo più lungo dell’anno a cui si riferisce generalmente l’analisi.
Per farla breve, è possibile redigere delle tavole intersettoriali, o input-output, come si suol dire, simili a quelle della contabilità monetaria, nelle quali peraltro sono aggiunti i flussi di materiali estratti dai corpi naturali – aria, acqua, suolo, sottosuolo – e i flussi di materiali che ritornano nei corpi riceventi naturali.
L’esame delle tavole input-output in unità fisiche spiegano bene fenomeni noti spesso solo qualitativamente: le attività “economiche” comportano un impoverimento delle riserve di beni “naturali” – materiali di cava e miniera, fertilità del suolo, risorse idriche – e un peggioramento della qualità dei corpi riceventi ambientali: aria, acqua, suolo. Informazioni fondamentali per la politica ambientale, per identificare i settori da cui provengono le scorie inquinanti e per fargli pagare i danni ambientali, per incentivare usi e materiali alternativi a quelli esistenti, divieti di scaricare rifiuti nei corpi riceventi naturali, per orientare produzione e consumo di materiali e merci, eccetera.
L’origine delle disuguaglianze
Nonostante le difficoltà pratiche, tavole input-output in unità fisiche sono state redatte per alcuni paesi. Alcuni addirittura hanno proposto di misurare la massa “prodotto interno materiale lordo” (PIML), formalmente simile al prodotto interno lordo in unità monetarie. In Germania addirittura, insieme alle tavole intersettoriali in unità fisiche, sono state redatte anche tavole intersettoriali in unità “di lavoro” – quante ore di lavoro sono associate a ciascuno scambio monetario, o di materia.
Dalle prime analisi effettuate sulla massa di materiali estratti dalla natura e importati che alimenta i consumi finali e i servizi, e che viene immobilizzata in beni a vita lunga, tenuto conto delle importazioni ed esportazioni, risulta che ogni persona in Italia, per mangiare, abitare, muoversi, lavorare, guardare la televisione o andare a spasso, richiede ogni anno circa duecento volte il proprio peso di materiali, provenienti dall’aria, dalle cave, dalle attività agricole e industriali e dalle importazioni, poi restituiti come gas, liquidi o rifiuti solidi nell’ambiente naturale, o immobilizzati “dentro” l’universo degli oggetti materiali, che così si dilata, anno dopo anno.
Non solo; la conoscenza del flusso di materiali fra paesi del Nord del mondo e paesi del Sud del mondo aiuta a comprendere l’origine di molte disuguaglianze negli scambi internazionali, la forma in cui un paese porta via da un altro paese, in cambio di limitate quantità di denaro o magari anche in cambio di niente, grandi masse di materiali – acqua, prodotti agricoli, o forestali, minerali – che trasforma in merci e macchinari e in ricchezza monetaria.
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- GIORGIO NEBBIA (1926-2019)
- Giorgio Nebbia, scomparso all'età di 93 anni il 3 luglio 2019, è stato una delle principali figure del movimento ambientalista. Bolognese di nascita (nel 1926), è stato professore ordinario di Merceologia all’Università di Bari dal 1959 al 1995, poi professore emerito, insignito anche dottore honoris causa in Scienze economiche e sociali (Università del Molise) e in Economia e Commercio (Università di Bari; Università di Foggia). Le sue principali ricerche vertono sul ciclo delle merci, sull’energia solare, sulla dissalazione delle acque e sul problema dell’acqua. Per due legislature è stato parlamentare della Sinistra indipendente alla Camera (1983-1987) e al Senato (1987-1992). L'archivio Giorgio e Gabriella Nebbia è ospitato presso il centro di storia dell'ambiente della Fondazione Luigi Micheletti.
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