Parliamo di democrazia: non ci può essere se la disuguaglianza cresce

Democrazia sotto esame, con l’aiuto di pensatori di oggi e del passato. Nel mondo globalizzato non si globalizzano i diritti, lo spirito critico declina e l’aumento delle disuguaglianze vanifica la possibilità di una vera democrazia. La democrazia moderna va ripensata ed è compito della scuola creare il cittadino democratico.

Complessivamente, “il patrimonio combinato delle 100 persone più ricche del mondo è quasi due volte quello dei 2,5 miliardi di persone più povere” (Z. Bauman “La ricchezza di pochi avvantaggia tutti”: ovviamente è falso).
L’esordio di Bauman ci cala immediatamente in un contesto di disuguaglianza sociale accresciutosi con lo sviluppo della globalizzazione e del “nuovo ordine liberistico del mondo”. Grosso modo dal tempo dell’abbattimento del Muro di Berlino.
La disuguaglianza sociale è un problema: nella Dichiarazione di Indipendenza americana e, poi nel Discorso alla nazione del presidente Roosevelt si leggeva che nessuno il quale sia afflitto dal bisogno può dirsi, né essere detto, libero. Nel 1942 Otto Neurath faceva di questo principio che lega disuguaglianza e mancanza di libertà la base per una critica degli ordinamenti nazionali e internazionali nel suo noto saggio International Planning for Freedom (tradotto in italiano Pianificazione internazionale per la libertà, Quaderni di Scholè n. 2, Torino, 2010, riediti da Mimesis, Milano, 2016 con il titolo L’utopia realmente possibile) ancora oggi di bruciante attualità.

Nesso fra uguaglianza sociale e libertà

La Carta dei Diritti dell’Uomo del 1948 ha avuto come una delle sue basi proprio il saldo nesso fra uguaglianza sociale e libertà; e già la Carta delle Nazioni Unite lo riconosceva come elemento di base per giudicare in materia di democrazia gli Stati del mondo. Perché uguaglianza sociale, libertà sociale e politica e democrazia fanno un tutt’uno in una progettualità nata dalla lotta contro i totalitarismi che ha attualizzato le parole d’ordine del miglior illuminismo settecentesco e del miglior liberalismo ottocentesco; una progettualità, per larga parte rimasta ancora tale, tuttavia, pur dopo la fine dell’ultimo modello totalitario, quello dell’U.R.S.S. all’inizio degli anni Novanta dello scorso secolo, come ci avvertono i dati riportati da Bauman.
Eppure, per il senso comune, basta appagarsi della constatazione che la maggior parte degli Stati del mondo, secondo l’“Osservatorio sulla democrazia”, sono Stati democratici, e che, certamente, democratica è l’Italia.

Un test a ragazzi di secondaria superiore

A suo tempo, molto tempo fa, Karl Marx, nel noto scritto La questione ebraica (1844) aveva distinto fra democrazia formale e democrazia sostanziale: una democrazia formale è la democrazia fondata sull’uguaglianza giuridica dei diritti, ridimensionata dalla disuguaglianza sociale ed economica nell’accesso concreto ai diritti. Nel 1875 nella Critica del programma di Gotha, Marx elaborava la formula della autentica democrazia sostanziale: “Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!”. Formula perfettamente coincidente non soltanto con la Dichiarazione di indipendenza americana, ma con la Carta delle Nazioni Unite e con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo; una democrazia che costituisce il completamento del liberalismo. Tale formula è stata somministrata a una classe Quarta della scuola secondaria superiore: gli studenti hanno subito messo in luce in un test di dieci righe (“prova di comprensione”) il nesso fra bisogni e diritti e il ruolo auspicabile che in tale nesso dovrebbero svolgere le istituzioni sociali e politiche di ogni paese che voglia dirsi, con ragione, “democratico”; in un quadro di democrazia rappresentativa, la più diffusa nel mondo, e non di “democrazia diretta”, naturalmente.

Misurare lo stato di salute delle democrazie

Tuttavia, lo sviluppo della globalizzazione non è andato, più di tanto, nella direzione di una globalizzazione concreta dei diritti. Le parole di Bauman (e i suoi libri), accanto alle analisi economiche di Joseph Stiglitz, non lasciano dubbi in merito.
Ma da che cosa si può “misurare” lo stato di salute di una democrazia (rappresentativa)?
È naturale che, se si pensa allo stato di salute di un soggetto, tale soggetto vada monitorato, come se fosse sul punto di ammalarsi. Il grado di salute di una democrazia si può misurare dalla agevolezza nel cambiare le “minoranze di governo” attraverso il voto a suffragio universale, in un sistema pluripartitico che è la trascrizione del sistema di interessi (economici, ma non soltanto economici).
Il problema pare essere il seguente: come rappresentare paritariamente interessi diversi per peso economico, per provenienza (investimenti diretti esteri in una nazione), per aree sociali di coinvolgimento? Questi quesiti conseguono, soprattutto dalla lettura dei libri di Bauman, di Sabino Cassese, di Joseph Stiglitz (tutti pubblicati dalle case editrici Laterza, Il Mulino, Einaudi).
La democrazia italiana si è espressa, fino ai primi anni Novanta dello scorso secolo, in un sistema stabile di partiti, sostituito, a partire dai primi anni Novanta, da un nuovo sistema di partiti da allora in costante revisione e divisa come altre democrazie dal conflitto fra “sovranisti” e “anti-sovranisti”.

Globalizzazione e delocalizzazione

Ma i problemi non sono tutti politici. La globalizzazione ha significato delocalizzazione delle produzioni, sempre maggiore peso degli investimenti esteri diretti, sempre maggiori tentazioni, per le classi politiche, di attrarre investimenti attraverso la flessibilizzazione del lavoro, sempre maggiore erosione dei contorni dello Stato sociale o Welfare attivo in maniera progredente, in Italia, fin dal tempo di Giovanni Giolitti.
Il liberismo pronunciato dei regimi economici internazionali ha comportato il prevalere degli interessi degli investitori non legati a territori nazionali; gli investitori investono per ricavare profitti, non, primariamente, allo scopo di dare lavoro in un certo territorio: una volta converrà investire qui, un’altra converrà investire altrove, con buona pace dei lavoratori (e delle loro organizzazioni sindacali). I diritti dei lavoratori ne escono un bel po’ a mal partito….

La comunicazione diventa “binaria”

Cambia anche la comunicazione sociale, nel nuovo mondo globalizzato: ma non tanto (o non soltanto) perché nuovi messaggi ideologici siano veicolati attraverso Facebook e altri social, quanto perché cambia il profilo cognitivo dell’utente. L’utente dei nuovi social acquisisce un modo di pensare a due valori su alternative poste dal sistema della comunicazione: “Mi piace”, “Non mi piace”, “sì”, “no”, come nella numerazione binaria del computer: “1”, “0”. Uno stile di pensiero che esclude l’individualità autonoma del pensiero critico: il pensiero critico mette in discussione le alternative interrogandosi sul loro senso, rifiutandosi di schierarsi con il “Mi piace”, “Non mi piace”, con il “sì” o con il “no”. Declino dello spirito critico come esito della globalizzazione economica? Forse sarebbe opportuna un’umanizzazione della comunicazione sociale tecnologica, per non anestetizzare l’opinione pubblica in una narcosi senza ritorno o, come paventava già la Scuola di Francoforte, in una società del controllo totale e inavvertito. La pervasività della nuova comunicazione che “forma e informa” può essere un’arma a doppio taglio, non solo dialogo per tutti, ma infusione da parte di pochi di schemi comportamentali nella grande massa virtuale.

Il superfluo, il vacuo, il falso e il vero si mescolano

Emergono forme apparentemente permissive di opinione pubblica: tuti dialogano con tutti e “nessuna opinione è punibile”. Nessuna opinione è punibile perché nessuna opinione ha più valore. Nel senso che il vociare diventa un vocìo narcotizzante. Se l’opinione avesse valore, essa sarebbe accolta da alcuni, e contrastata da altri, soprattutto da chi detiene il potere reale. Qui, invece, tutte le opinioni sono innocue, cioè poco incisive, soprattutto sull’assetto economico-sociale. E se non si mette in discussione quest’ultimo, tutto va bene, “nessuna opinione è punibile”.
Il superfluo, il vacuo, il falso e il vero si mescolano nella “rete”. Occorrerebbe una nuova “critica delle fonti” per fare chiarezza, come ai tempi della filologia classica tedesca del XIX secolo. Altrimenti, il vero non è che un momento del falso, come scriveva Guy Débord nella Società dello spettacolo (1967). La realtà virtuale rischia di essere autoreferenziale, una forma di “cattivo idealismo” e una forma di comunicazione che parla di un mondo inesistente. Mentre la realtà, fuori della “rete” si muove… per utilizzare suggestioni e illusioni generate dalla rete nei comportamenti reali degli attori sociali.

Il rischio totalitario di una servitù volontaria

È compito della scuola creare il cittadino democratico, cioè lo spirito critico, l’antitesi dello “spirito comodo” che è sempre stato la base psico-sociologica di ogni totalitarismo. Come scrive Erich Fromm: “L’uomo, a mano a mano che conquista una libertà sempre maggiore, nel senso di distaccarsi dall’originaria unità con gli altri uomini e con la natura, e nel diventare sempre più un “individuo”, non ha davanti a sé altra alternativa che unirsi al mondo nella spontaneità dell’amore e dell’attività produttiva, oppure di cercare la sicurezza in legami con il mondo tali da distruggere la sua libertà e l’integrità del suo essere individuale.” (Fuga dalla libertà, 1941).
Di fronte a un rischio totalitario basato sulla “servitù volontaria” del fedele dei social e sulla riduzione degli individui a “uomini flessibili” (come ha scritto Richard Sennett) ripensare la democrazia moderna nei suoi fondamenti e confrontarla con la realtà delle democrazie globalizzate è un contributo a una battaglia per la libertà.

Scrive per noi

TIZIANA CARENA
Giornalista, inizia l’attività saggistica per la rivista Filosofia. Vincitrice del Premio Gravina 2001 con l’opera Critica della Ragion Poetica di Gianvincenzo Gravina (Mimesis 2001); ancora sul Gravina pubblica per Brenner nel 2003. Tra i suoi scritti: Percorsi di storia della filosofia contemporanea (Hastaedizioni, 2005) e uno studio sul filosofo Vincenzo Gioberti (Accademia dei Lincei, 2005-2007).

TIZIANA CARENA

Giornalista, inizia l’attività saggistica per la rivista Filosofia. Vincitrice del Premio Gravina 2001 con l’opera Critica della Ragion Poetica di Gianvincenzo Gravina (Mimesis 2001); ancora sul Gravina pubblica per Brenner nel 2003. Tra i suoi scritti: Percorsi di storia della filosofia contemporanea (Hastaedizioni, 2005) e uno studio sul filosofo Vincenzo Gioberti (Accademia dei Lincei, 2005-2007).

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