
Il film è del 2024, tratto da un romanzo di Giuseppe Catozzella pubblicato da Feltrinelli nel 2014 (Premio Strega Giovani 2014), è stato realizzato da Yasemin Samdereli.
Significativamente, non è il film della redenzione di un popolo, il popolo somalo, ma di una donna che potrebbe diventare emblematica non tanto per un “popolo”, quanto per chiunque viva in condizioni di repressione e di negazione dei diritti umani.
Non è un caso che lo “strumento” di liberazione sia la corsa, uno sport completo, a 360 gradi, proprio perché tutti possono allenarsi senza costi al running realizzando il benessere del corpo e della mente. Dunque, è (o potrebbe essere) lo sport più diffuso, più universale, praticabile anche in condizioni di estrema povertà, come è il caso della protagonista del film.
“A una donna non è permesso correre”
Samia Yusuf Omar (Mogadiscio 25 marzo 1991-Mare Mediterraneo 2 aprile 2012 morta per annegamento nel tratto dalla Libia all’Italia), con la sua leggerezza di 54 chili per 1 metro e 62 di altezza, è una velocista in potenza; vince nel 2008, partecipando ai Campionati africani e partecipa ai Giochi olimpici di Pechino; si allena in mezzo a difficoltà non comuni alle altre atlete, perché ogni allenamento avviene a rischio della vita in quanto “a una donna non è permesso correre”.
Il mito per Samia è il celebre atleta britannico di origine somala Mo Farah di cui ha notizia dai giornali (ne appende persino la foto nella camera che condivide con i suoi fratelli); Samia è allenata dal suo amico Alì, ma, poi, lui prende un’altra strada.
Gli ostacoli per Samia sono infiniti. Se vuole allenarsi, deve correre di notte con il velo, su strade dissestate, senza scarpe adatte, con il rischio di incontrare le ronde. Rischia la vita per questa sua passione che va oltre; vuole essere la donna più veloce della Somalia, ma annega in un barchino prima delle Olimpiadi di Londra cui avrebbe dovuto partecipare (la notizia, come rilevato da Huff Post dell’11 gennaio 2014, è stata data con settimane di ritardo).
Per la prima volta quelle desiderate scarpe da corsa

Nel film vediamo che va a Pechino, una realtà a lei sconosciuta, da sogno, e per la prima volta indossa quelle scarpe da corsa che ha sempre desiderato; ritornata nel suo paese, comprende che per la sua passione non c’è spazio, ora che il potere è nelle mani degli integralisti (alle donne è vietato lo sport, è vietato il canto). E si decide al viaggio clandestino; attraverso l’Etiopia va nel Sudan, poi, attraversando il Sahara, arriva in Libia, dove deve affidarsi ai trafficanti di esseri umani nella speranza di conoscere la nipotina Mannaar, figlia della sorella Hodan partita anni prima e stabilitasi a Helsinki, nata proprio nei giorni della sua gara a Pekino.
Samia muore, come tanti altri, nel “viaggio della speranza” (per ricordare il titolo del film di Xavier Koller del 1990) verso l’Italia.
Quando Samia nasce è sul finire la prima fase della guerra civile contro il regime di Siad Barre instauratosi nel 1969; la guerra civile proseguirà dal 1991 al 2006, finché, nel 2006 interverrà l’Etiopia per sostenere il governo federale di transizione somalo.
Samia, “colei che si solleva”, in un paese a pezzi
La guerra continuerà portando a uno strano equilibrio che vede la Somalia divisa in una parte controllata dal governo federale (con capitale Mogadiscio), una parte controllata dallo Stato del Somaliland (all’incirca: ex-Somalia Britannica), quattro ‘isole territoriali’ nella Somalia del sud-ovest controllate da Al-Shaabab (Hizbul Islam, Somalia del Sud) e il resto controllato dal Puntland (cinque Stati federati del Corno d’Africa).
Samia, in arabo: “colei che si solleva”: questa didascalia, firmata dalla regista, ci riporta al nostro pensiero iniziale: Samia è l’esempio, per chiunque viva in condizione di repressione e negazione dei diritti umani; la fascia da cui non si separa mai, bianca, con il simbolo della NIKE, il suo porta-fortuna, rappresenta, per l’appunto, la velocità e il fruscìo del vento (logo creato da Carlyne Davidson rappresentando in quel logo la dea della velocità): il vento della libertà.
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- TIZIANA CARENA
- Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.
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