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Si è aperta a Roma la ventesima settimana nazionale dell’educazione alla sostenibilità

| Tomaso Colombo

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Si è aperta a Roma la ventesima settimana nazionale dell’educazione alla sostenibilità
Si è aperta, nella sede centrale del CNR a Roma, la ventesima Settimana nazionale dell’educazione alla sostenibilità, coordinata dal comitato CNESA 2030. La settimana prosegue con centinaia di iniziative in tutta Italia.

Venti anni fa prendeva il via il Decennio Onu dell’educazione allo sviluppo sostenibile (2005-2014). Da allora, anche in Italia non sono mai mancate le iniziative di scuole, associazioni e enti pubblici, prima sotto l’ombrello del decennio, poi sotto quello del Comitato nazionale per l’educazione alla sostenibilità Agenda 2030. L’evento di apertura di quest’anno si è tenuto lunedì 24 novembre nella storica sala Guglielmo Marconi del CNR, sotto l’alto patrocinino della Commissione italiana per l’UNESCO e con il supporto del Consiglio Nazionale delle Ricerche e della Federazione nazionale degli Ordini dei biologi e con il coordinamento scientifico e organizzativo della Rete delle Cattedre UNESCO (ReCUI), della RUS (la Rete delle università italiane per la sostenibilità) e della Rete WEEC. Un segnale di continuità, ha osservato Mario Salomone che ha moderato i lavori della parte iniziale, in un anno di altri importanti anniversari, dal decennale della grande enciclica di papa Francesco Laudato si’ ai cinquant’anni della Dichiarazione di Belgrado, momento seminale nella storia mondiale dell’educazione ambientale (di cui ha parlato Gabriella Calvano nel numero di settembre di “.eco”).

Per la Rete WEEC è intervenuto all’evento romano il vicepresidente Tomaso Colombo. Pubblichiamo qui il suo commento della giornata. Ancora una volta, come osserva Tomaso Colombo nell’articolo, l’orchidea è fiorita.

(Nell’immagine di apertura, uno scorcio della sala Marconi durante l’evento di apertura della ventesima settimana nazionale dell’educazione alla sostenibilità)

Promuovere percorsi educativi interdisciplinari e progetti di cittadinanza attiva significa costruire alleanze tra scuola, territorio e istituzioni, in coerenza con i principi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. L’obiettivo è sviluppare una cultura della cura, della nonviolenza e della responsabilità condivisa, integrando sostenibilità ambientale, giustizia sociale ed equità intergenerazionale come basi per una pace duratura. Come ha ricordato Aurelio Angelini, presidente del comitato nazionale CNESA 2030, nell’evento di apertura del 24 novembre 2025 a Roma nella bellissima sala Marconi del CNR di Roma, educare alla sostenibilità significa educare alla pace: un impegno collettivo che coinvolge istituzioni, scuole, università e cittadini.

Le voci della mattinata

Dopo i saluti del presidente del CNR e ora portavoce delle Cattedre UNESCO Andrea Lenzi, del segretario generale della commissione UNESCO del nostro Paese Enrico Vicenti e, da Parigi, della vicedirettrice generale dell’UNESCO Stefania Giannini, Aurelio Angelini ha aperto i lavori introducendo il tema e il legame tra educazione, sostenibilità e pace.

L’intervento di Tomaso Colombo all’evento di apertura della ventesima settimana nazionale dell’educazione alla sostenibilità, Roma, CNR, 24 novembre 2025.

Il cardinale Fabio Baggio (Sottosegretario del Dicastero vaticano per il servizio dello sviluppo umano integrale) ha richiamato l’ecologia integrale di Papa Francesco, dalle encicliche Laudato Si’ e Fratelli Tutti, sottolineando che la deterrenza nucleare è una tentazione da respingere e che la solidarietà richiede sacrificio. L’ambiente e la nostra casa comune: non esistono “piani B”.

Giovanni Puglisi (che per quindici anni è stato il presidente della Commissione nazionale italiana per l’UNESCO) ha ricordato che la pace non è assenza di guerra, ma una costruzione lenta, denunciando l’ignavia della diplomazia mondiale e portando la sua testimonianza diretta sulla repressione di Piazza Tienanmen. Cultura e arte diventano scudi contro la guerra, mentre i venti di conflitto distruggono non solo vite, ma anche la speranza.

Patrizio Bianchi (già ministro dell’Istruzione) ha riflettuto sul valore del lungo periodo: la pace richiede tempo e coraggio. Ha condiviso una visione personale legata alla continuità delle generazioni e al ruolo della scuola come luogo di costruzione di pace, lontano da disuguaglianze e competizione.

Le voci della società civile

La mattinata è proseguita con numerose sessioni dedicate ai giovani, alle reti e alla cooperazione (qui il programma integrale). Nel pomeriggio, la sessione dedicata alla società civile ha portato esperienze concrete e prospettive operative:

  • Serena Spithover (Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo) ha illustrato il ruolo della cooperazione internazionale per la pace.
  • Fausto Giovannelli, coordinatore delle Riserve Mab italiane, ha evidenziato l’importanza dei territori come laboratori di sostenibilità.
  • Alfonso So Balsamo (Confindustria) ha posto l’accento sulla transizione energetica ed ecologica che le imprese del Made in Italy stanno compiendo.
  • Gianluca Buonocuore (Associazione italiana Giovani per l’UNESCO) ha raccontato ii programma EDU, che ha coinvolto 9.000 studenti delle superiori in progetti di advocacy e opinion making.
  • Michela Mayer, pedagogista, ha presentato il Manifesto dei docenti per la pace e la sostenibilità, frutto di un progetto nazionale.
  • Mauro Macale (Federazione Italiana dei Club per l’UNESCO) ha ricordato la capillarità dei club presenti in tutte le province italiane.
  • Carlo Nofri, coordinatore della Rete Italiana delle Learning Cities UNESCO, ha sottolineato l’importanza della scrittura manuale come pratica educativa.
  • Vanessa Pallucchi (vicepresidente di Legambiente) ha richiamato la necessità di sviluppare le green competences per costruire processi di pace.

Tutti gli interventi hanno ribadito un concetto fondamentale: la pace è un processo, non un evento. Richiede educazione, responsabilità e la capacità di pensare oltre l’immediato. La scuola, le istituzioni, le imprese e la società civile devono collaborare per costruire un futuro

sostenibile e pacifico. La guerra, al contrario, è la negazione della sostenibilità, di solito decisa tra pochi contro la volontà dei molti: non è più solo la conquista di territori o del bottino, ma mira alla disgregazione delle comunità e alla distruzione delle risorse naturali che le ospitano.

II ruolo della Rete WEEC

Qualche mese fa, alle Giornate nazionali di educazione ambientale organizzate dalla Rete WEEC Italia a lschia, abbiamo sperimentato la forza delle comunità resilienti. Tre giorni intensi di confronto sui fattori coesivi e disgregativi, dalle esperienze del Friuli alla Calabria, dalla Puglia al Piemonte.

Nei territori chi anima le comunità e chi oggi fa professionalmente educazione ambientale. E le comunità prendono forme diverse, sono a geometrie variabili, dipendono, appunto, dai territori : a volte si aggregano come comunità energetiche, altre come comunità forestali, altre ancora come comunità di turismo lento, turismo sostenibile, agriturismo.

Anche nell’ultimo numero di “Eco” di settembre è possibile trovare un focus su questo tema, con esempi di comunità scolastiche, dalle scuole ecoattive del Piemonte, alle green school della Lombardia, alle comunità scolastiche solidali della Toscana.

La pedagogia della possibilità

Perché l’educazione ambientale non è solo conoscenza: è relazione, cura, trasformazione. Ma attenzione: educare non è mai un processo neutrale. Se diventa imposizione, rischia di dividere invece di unire. Ciascuno di noi appartiene a più comunità, con regole e interessi diversi: il primo conflitto nasce dentro di noi. Non basta dire che “il villaggio educa”: serve una direzione condivisa, un’intenzionalità pedagogica che non lasci indietro nessuno, come invece tende a fare la pedagogia della strada.

L’educazione ambientale è una pedagogia della possibilità: l’educatore è guida, ascoltatore attivo, voce che non giudica ma indica. E colui che ci fa fermare e accorgere di ciò che è fragile e rischia di scomparire.

A lschia, questo concetto si è materializzato nella metafora di un’orchidea selvatica non calpestata: simbolo di pace, bellezza fragile da custodire.

Nel mondo della policrisi – guerre, egoismi, ghiacciai che si fondono – l’educazione ambientale apre uno spazio di speranza. È un atto di pace e di coesione nelle e tra le comunità. È la strada verso una sostenibilità integrale, dove la cura dell’ambiente si intreccia con la cura delle relazioni.

Quando fiorisce quell’orchidea, si mostra.

Sta a noi vederla e non calpestarla. Sta a noi scegliere la pace, scegliere la meraviglia del nostro pianeta Terra, scegliere sempre e comunque la vita.