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A Belém inascoltate le voci della scienza e dei popoli

| Lorenzo Ciccarese

Tempo di lettura: 4 minuti

A Belém inascoltate le voci della scienza e dei popoli
La COP30 in Amazzonia delude le aspettative: i finanziamenti per l’adattamento nei paesi più vulnerabili restano inadeguati, e la protezione delle foreste dei Paesi tropicali, inclusa quella amazzonica, è stata menzionata solo brevemente. Il ruolo dei combustibili fossili è stato completamente ignorato nell’accordo principale. Nonostante le molte lacune, Belém ha comunque aperto nuovi spazi di discussione.

La COP30 di Belém, in Brasile, si era aperta con grandi aspettative. Per la prima volta una conferenza sul clima si svolgeva nel cuore dell’Amazzonia, comunque un simbolo globale della crisi climatica. I governi, le organizzazioni internazionali e la società civile speravano in impegni concreti: ridurre le emissioni globali per limitare il riscaldamento a 1,5°C, aumentare i finanziamenti per l’adattamento nei paesi più vulnerabili, proteggere le foreste tropicali e le foreste pluviali del  pianeta (perché la loro distruzione per liberare spazio a colture di alimenti e mangime causa l’emissione in atmosfera di ingenti quantità di gas-serra e la perdita di biodiversità) e avviare una transizione giusta dai combustibili fossili verso un’energia pulita. Le città e le comunità locali erano attese come protagoniste, con iniziative concrete per ridurre l’impatto climatico urbano e rafforzare la resilienza delle infrastrutture. 

L’Accordo di Parigi impegna i Paesi a mantenere l’aumento della temperatura «ben al di sotto dei 2 °C rispetto all’era pre-industriale e a proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5 °C». Ciò richiede che le emissioni globali raggiungano il picco entro il 2025 e siano ridotte d’almeno il 43-45% rispetto ai livelli del 2010 entro il 2030. Oggi, secondo i più recenti rapporti del Joint Research Centre dell’Unione Europea (JRC) e dell’Agenzia per l’ambiente delle Nazioni unite (UNEP), le politiche attuali portano verso un aumento di 2,4-2,6 °C, ben lontano dagli impegni di Parigi. Il “divario di emissioni” tra le promesse e ciò che sarebbe necessario per 1,5 °C è ancora di circa 22-28 miliardi di tonnellate di CO2 al 2030.

La soglia di guardia è stata oltrepassata

Secondo le rilevazioni più recenti del World Meteorological Organization (Organizzazione Meteorologica Mondiale, WMO) e della National Aeronautics and Space Administration (Agenzia Nazionale Aeronautica e Spaziale degli Stati Uniti, Nasa), la temperatura media globale ha ormai superato di 1,5 °C i valori pre-industriali, confermando che la soglia di guardia indicata dall’Accordo di Parigi è già stata oltrepassata. Le emissioni globali di CO2 nel 2024 hanno raggiunto a 41,6 miliardi di tonnellate, di cui circa 10 derivano dalla deforestazione e, in generale, da ogni forma di trasformazione di uso del territorio, e dalle modalità di gestione dello stesso.La conferenza si è conclusa sabato sera, 22 novembre, con oltre 24 ore di ritardo rispetto al previsto, sotto una tempesta amazzonica che sferzava il centro congressi. La struttura delle Nazioni Unite ha resistito, nonostante un pauroso incendio, il caldo tropicale e gli attacchi politici–ormai una norma — al sistema multilaterale di governance ambientale globale.

Nell’ultima giornata sono stati finalizzati decine di accordi, in un processo caotico e quasi al collasso, salvato solo da negoziati dell’ultimo minuto. Osservatori esperti hanno definito l’Accordo di Parigi “in terapia intensiva”.

In attesa di una strategia chiara e vincolante

Il documento finale è sopravvissuto, almeno per ora. Tuttavia, molte delle aspettative iniziali sono rimaste solo sulla carta. Non è stato sufficiente a garantire il limite di 1,5°C di riscaldamento globale. I finanziamenti per l’adattamento nei paesi più vulnerabili restano inadeguati, e la protezione delle foreste dei Paesi tropicali, inclusa quella amazzonica, è stata menzionata solo brevemente. Il ruolo dei combustibili fossili è stato completamente ignorato nell’accordo principale, riflettendo il persistente squilibrio di potere globale tra interessi estrattivi e priorità ambientali.

Molti temi rimangono quindi da affrontare alla COP31 in Turchia: una strategia chiara e vincolante per ridurre le emissioni di combustibili fossili; maggiori e più immediati finanziamenti per l’adattamento nei paesi più vulnerabili; protezione reale della biodiversità e delle foreste tropicali; rafforzamento del ruolo delle città e delle comunità locali nella mitigazione e resilienza climatica.

Nonostante queste lacune, Belém ha aperto nuovi spazi di discussione.  La partecipazione di scienziati, gruppi indigeni e città è aumentata, e si sono compiuti passi concreti verso politiche più incisive per una transizione giusta verso l’energia pulita. Tuttavia, l’esperienza dimostra quanto poco siano ascoltati i segnali che arrivano dalla natura e dagli ecosistemi — un tema evidenziato anche da osservatori internazionali, che denunciano come scienza e biodiversità vengano spesso ignorate dai decisori politici.

Il blocco dei petrostati

Gli Stati Uniti si sono ritirati, la Cina non ha assunto un ruolo guida e l’assenza di coordinamento tra le due superpotenze ha reso più difficili gli accordi. Riyadh ha ostacolato qualsiasi riferimento ai combustibili fossili, mentre Pechino ha sostenuto logisticamente il Brasile senza assumere la guida finanziaria globale.

All’interno del Brasile, i segnali erano contrastanti: Marina Silva, ministra dell’ambiente il clima, spingeva per ridurre deforestazione e fossili, mentre il ministero degli Esteri si concentrava su agribusiness e petrolio. La foresta amazzonica ha ricevuto solo un cenno nel testo finale.

Le richieste chiave: aggiornare i “Nationally Determined Contributions”, cioè i piani nazionali con cui ogni Paese comunica le azioni che ha intenzione di intraprendere per limitare l’innalzamento della temperatura globale in base all’Accordo di Parigi, il trattato approvato dalla COP21 che si tenne nel 2015 nella capitale francese; rafforzare i mezzi di attuazione per i paesi in via di sviluppo (attraverso finanziamenti, trasferimento tecnologico, rafforzamento delle capacità istituzionali); e porre finalmente l’adattamento al cambiamento climatico al centro delle politiche per affrontare la crisi del clima, al pari della mitigazione, con un significativo aumento dei finanziamenti per ridurre le vulnerabilità agli effetti del cambiamenti climatico.

L’Europa ha ritardato aggiornamenti dei propri NDC e solo a metà conferenza ha inserito la tabella di marcia per la transizione dai fossili. L’ennesima dimostrazione che indicazioni scientifiche, dati sulla natura, biodiversità e richieste delle città spesso non vengono ascoltate dai decisori politici. Le città, presenti con delegazioni e iniziative innovative, hanno cercato di far pesare il loro ruolo, ma la loro influenza concreta rimane limitata, vincolata dalla diplomazia statale.

Belém ha prodotto piccoli ma importanti passi avanti: inclusione di scienziati, popoli indigeni e città; primi strumenti di finanziamento e adattamento; discussioni più concrete sulla giustizia climatica. Tuttavia, molti dei nodi cruciali restano irrisolti. La COP30 ha mostrato quanto sia complesso trasformare la scienza, le richieste della natura e delle città in decisioni vincolanti, e quanto sia urgente costruire strumenti multilaterali più efficaci per la COP31 in Turchia.

Scrive per noi

Lorenzo Ciccarese
Lorenzo Ciccarese
Lorenzo Ciccarese, responsabile Conservazione delle Specie e habitat terrestri e Gestione sostenibile dei sistemi agro-forestali di ISPRA, è autore e revisore di rapporti ONU e EEA e referente scientifico Italia della Convenzione per la Biodiversità e IPBES.