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Il delfino Mimmo. Perché gli vogliamo così bene?

| TIZIANA CARENA

Tempo di lettura: 3 minuti

Il delfino Mimmo. Perché gli vogliamo così bene?
Il delfino Mimmo continua a nuotare nella laguna di Venezia, affascinando residenti e turisti con il suo comportamento giocoso e misterioso. Nonostante i pericoli del traffico acqueo, ritorna sempre negli stessi luoghi, come se la laguna fosse per lui una comfort zone. Perché?

Il delfino Mimmo si aggira nella laguna di Venezia da tempo, nel bacino San Marco. È gioioso, come se fosse un animale sorridente mentre nuota. Noi lo vediamo giocare, divertirsi, essere empatico, come è tipico dei delfini, non a caso utilizzati anche nella pet-therapy. Naturalmente, nel suo essere divenuto – suo malgrado – star della laguna di Venezia, c’è molta paura: gioca tra barche, motoscafi e vaporetti e navi, con il rischio di ferirsi con le eliche. Pare, infatti, che sia ferito alla pinna dorsale.

Un intero team di figure professionali ha provato a guidarlo verso il mare aperto.
Mimmo, però, dopo sei ore, è ritornato nella laguna.

Una foto del delfino Mimmo mentre salta tra le acque della laguna di Venezia.

Perché Mimmo è attratto dalla laguna?

Potrebbe essere attirato da spazi più ristretti rispetto al mare aperto, ricchi di stimoli naturali più interessanti e di peculiarità inconsuete che lo affascinano e lo attraggono. Per usare l’argomentazione dello psicologo ambientale Stephen Kaplan (The restorative Benefits of Nature: toward an integrative Framework, in “Journal of Environnemental Psychology”, 15, 1995, pp. 169-182), si tracciano le linee della biofilia: la “tendenza a essere attirati da tutto quello che è vivo e vitale”, come scriveva Erich Fromm in Il cuore dell’uomo (Carabba, Lanciano, 1965), ossia l’innata tendenza a concentrare l’attenzione sulle forme di vita e su tutto ciò che le ricorda e, in alcune circostanze, ad affiliarvisi emotivamente, come afferma Edward Osborne Wilson in  The Future of Live (Little, Brown Book Group, 2003).

La laguna è il suo setting, verso il quale il delfino agisce empaticamente; è possibile che in mare aperto debba spendere maggiore energia per fare fronte a situazioni di emergenza, mentre nella laguna trova quella che Kaplan denomina restoration: ciò che la natura rappresenta come anti-stress per l’essere umano, la laguna lo è per Mimmo. Nonostante la minaccia delle eliche dei natanti.

Se interpretiamo il suo ritorno in laguna come ricerca della sua comfortzone, naturalmente auspichiamo che sia così. Per contro, i pericoli per Mimmo sono continui: traffico, inquinamento, rumori. Ma continua è anche la presenza umana.
Com’è noto, anche nell’immaginario comune, i delfini hanno una personalità assertiva, sono empatici, danno e regalano emozioni; viene dunque da chiedersi che cosa stia cercando in questo suo ritorno.

Il mito greco presenta in modo articolato la figura del delfino: Apollo, in veste di delfino, guidò una nave di marinai cretesi per fondare il suo santuario, che  prese il nome di Delfi; quando il poeta e musico Arione fu derubato e gettato in mare dai marinai della nave sulla quale viaggiava, fu salvato da un delfino; un delfino convinse la nereide Anfitrite a sposare il dio del mare Poseidone; si credeva che i delfini potessero accompagnare le anime dei defunti nell’oltretomba; Taras, figlio di Poseidone, sarebbe stato guidato da un delfino alla fondazione di Taranto, e lo stesso si narra di Falanto. Il mondo divino e il mondo umano sono legati, in queste vicende mitiche, dal delfino.

Ma ritorniamo a Mimmo.

Didracma raffigurante Falanto a cavallo di un delfino (500-473 a. C. circa).

I delfini sono mammiferi cetacei empatici. Se Mimmo è ferito, come è stato riportato, alla pinna dorsale, non si spiega come mai altri delfini – che non abbandonano mai i loro simili quando sono in difficoltà o feriti – non vengano in suo soccorso.

Rimane un mistero il suo gioco solitario in laguna e il suo ritorno. Si tratta, forse, di biofilia animale verso una zona abitata da esseri umani? E’ alla ricerca di un habitat naturale che non trova?

I delfini non vedono il blu e hanno una visione limitata in acque torbide. Tuttavia sono in grado di riconoscere la propria immagine allo specchio.

Vogliamo credere che sia un Narciso e che abbia visto la propria immagine riflessa da qualche parte in laguna, e che la continui a ricercare?

Scrive per noi

TIZIANA CARENA
TIZIANA CARENA
Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.