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Volontariato ambientale: una sfida di futuro

| Marika Frontino

Tempo di lettura: 8 minuti

Volontariato ambientale: una sfida di futuro
Concluso il 2011, dichiarato dall’Unione europea Anno del volontariato, pubblichiamo un’intervista ad Andrea Olivero, portavoce del Forum del terzo settore e presidente nazionale delle Associazioni cristiane lavoratori italiani (Acli). Gli abbiamo chiesto in particolare un commento sulla situazione del volontariato ambientale in Italia. Quali sono i risultati raggiunti? Quali le criticità evidenziate?

«È stato un anno utile per le organizzazioni del mondo del volontariato e per tutto il terzo settore perché ha consentito di fare il punto della situazione sia per quanto riguarda l’ambito legislativo sia per la partecipazione dei cittadini. Inoltre ha dato l’opportunità di tornare a parlare del volontariato alla luce dei grandi cambiamenti che sono intercorsi negli ultimi anni. Certamente avremmo voluto un maggiore coinvolgimento delle organizzazioni rispetto al programma istituzionale che è stato portato avanti dal governo e questo forse è il maggiore elemento critico. Così come ci saremmo attesi una maggiore disponibilità dal governo Berlusconi rispetto ad affrontare alcuni nodi critici che esistono all’interno del mondo del volontariato e che dobbiamo risolvere in tempi abbastanza rapidi. Ad esempio la necessità di una revisione della Legge quadro n°266 del 91, che presenta oramai segni evidenti di inadeguatezza. L’evento più positivo è stato l’incontro con il Presidente della Repubblica del 5 dicembre. Le organizzazioni di volontariato hanno avuto la possibilità di confrontarsi e di presentarsi al Capo dello Stato, che in tante occasioni ha sottolineato l’importanza dell’azione volontaria come elemento di coesione nazionale e di rafforzamento della cittadinanza responsabile».

Come si è evoluto il settore negli ultimi anni?

«Si è partiti da un volontariato poco strutturato sotto il profilo dell’organizzazione ma molto responsabile, alimentato da una partecipazione, da una voglia ideale, da una spinta dei cittadini, per arrivare a un volontariato più connesso a situazioni specifiche, a campagne. Si tratta di momenti nei quali il cittadino si responsabilizza, si dedica gratuitamente e con forte dedizione alle iniziative che ritiene siano importanti, spesso all’interno di una strutturazione che non dura nel tempo, per lo meno nelle forme a cui ha aderito. È un volontariato per molti versi più strutturato di prima, ma con minori legami lunghi, meno connesso a grandi ideali ma più a singole adesioni. È un’evoluzione, questa, che ha spinto le stesse organizzazioni a modificarsi, a cercare di fare proposte più limitate nel tempo ma di grande coinvolgimento».

Può farci qualche esempio?

«Penso al grandissimo impatto che in questi ultimi anni stanno avendo i campi di lavoro. Nell’ambito ambientale, per citare un caso eclatante, le giornate per la pulizia dei letti dei fiumi o delle spiagge, che responsabilizzano una comunità ma al contempo sono limitate nel tempo. Sono attività di difficile gestione da un punto di vista organizzativo ma possono dare anche risultati importanti, modelli di adesione volontaria che si basano sempre sull’assoluta gratuità, ed è questo per noi l’elemento fondamentale, e sull’adesione ideale nella prospettiva del cambiamento della realtà circostante, che nasce dalla convinzione che soltanto attraverso l’impegno personale si può cambiare la realtà».

Se non nel caso di episodi eclatanti, che implicano una forte mobilitazione di massa come forma di “rimedio” a disastri spesso causati dall’uomo, rispetto ad altri settori il volontariato ambientale sembra non occupare un posto in prima linea. Concorda con questa impressione? È in grado di darci qualche dato?

«L’ambiente ha una sua importanza nell’ambito complessivo del mondo del terzo settore. È vero che il numero delle organizzazioni di volontariato propriamente ambientale corrisponde solo al 4,4% di tutte le organizzazioni di volontariato presenti nel paese, ma se come è giusto che sia a questo si unisce il mondo della protezione civile, che tutela l’ambiente soprattutto di fronte alle emergenze, si arriva quasi a un 15%. Un numero di tutto rispetto.

Nel dibattito pubblico le tematiche ambientali sono entrate grazie alle organizzazioni di volontariato del settore, mentre in precedenza erano relegate a elementi marginali. Oggi, territorio per territorio, alcune di esse sono diventate elementi di grande partecipazione, grazie al fatto che alcune di queste organizzazioni, a volte anche piccole numericamente, sono molto attive sotto al profilo del coinvolgimento dei cittadini.

Il volontariato ambientale ha dunque una forza non irrilevante e la capacità di coinvolgere stati sociali molto diversificati, diventando un vero collante sociale. Le iniziative del mondo ambientale riguardano temi, persone e ambiti molto diversi. C’è un fatto, però, che bisogna tenere in considerazione e che rappresenta un elemento di crisi. Quasi sempre si parla di volontariato ambientale dopo i grandi disastri, nella prospettiva di protezione civile e non nell’ottica in cui noi vorremmo che se ne parlasse di salvaguardia e di tutela dell’ambiente. La grande criticità sta nel fatto che il volontariato ambientale viene visto più come una crocerossina, come chi deve riparare ai danni fatti, piuttosto che una grande opportunità di prevenzione. Il nostro paese non  sta investendo praticamente nulla in prevenzione e da questo punto di vista penalizza il volontariato ambientale forse più di qualunque altro ambito di azione volontaria».

Seppure nella sua trasversalità è possibile allo stato attuale tratteggiare una sorta di identikit del “volontario”?

«In termini generali il volontariato viene svolto in maniera trasversale da ceti sociali molto diversi, da tipologie di persone molto differenti per reddito, per cultura, per età. Nella maggior parte dei casi il volontario è un giovane in attesa di occupazione, sotto i 25 anni, un giovanissimo o una persona già pensionata o anziana, ma negli ultimi anni è aumentato considerevolmente il numero di anziani rispetto ai giovani, soprattutto nell’ambito assistenziale. Le motivazioni sono legate alla difficile situazione in cui si sono trovati questi ultimi rispetto alla prospettiva occupazionale e, forse anche per questo, hanno avuto meno tempo per dedicarsi all’azione volontaria. Inoltre le opportunità costruite dalle organizzazioni non sempre sono state strutturate e pensate per loro. Per quanto riguarda i ceti sociali, invece, i più presenti sono quello medio e medio-alto, ma anche qui il taglio è trasversale. Ci sono tantissime persone che pur non vivendo in condizioni economiche floride dedicano una parte anche consistente del proprio tempo all’azione volontaria.
Il fatto che sia così difficile tracciare una tipologia precisa indica come la scelta di “dedicarsi agli altri” non sia connessa a un elemento astrattamente culturale ma a una tensione sociale, a una volontà di essere partecipi alla vita sociale del paese e della propria comunità. Questo non ha connotazioni di sorta se non una visione positiva, responsabile dell’essere cittadini. Ed è proprio l’elemento di cittadinanza responsabile che connota positivamente il volontariato agli occhi dei nostri concittadini. Teniamo presente che, in Italia, l’azione volontaria continua a riscuotere un indice di gradimento ampiamente oltre al 70%, quando quasi tutte le istituzioni e i soggetti sociali sono stati fortemente sviliti uno dopo l’altro. È il segno che il cittadino medio considera l’azione volontaria come qualcosa di positivo per se stesso e per gli altri».

È difficile pensare a un “futuro sostenibile” senza l’impegno di tutto il mondo del volontariato. Quale legame esiste, secondo lei, tra ambiente e sostenibilità sociale (intesa come equità, coesione sociale, partecipazione della società civile)?

«Io credo che oggi siamo a una svolta. Questa crisi che stiamo attraversando, che come tante volte abbiamo detto non è solo economico-finanziaria, è una crisi di senso di un occidente che ha perso la bussola e che si rende conto di dover ritrovare una sua direttrice. In questo contesto è necessario ripensare non soltanto agli strumenti, come mi pare stiano facendo sia la politica, sia molti esperti e studiosi, andando a vedere quali sono le possibilità per rimettere in carreggiata questa economia così distrutta e generatrice di malessere. Invece dovremmo concentrarci su quale modello di società e di sviluppo noi possiamo immaginare. A questo riguardo vedo quasi un tutt’uno il ragionamento tra quello che è welfare, politiche sociali di coesione, vita buona, rispetto dell’ambiente e valorizzazione del patrimonio comune. Perché se non consideriamo più questi aspetti come supporto di un modello di sviluppo quantitativo (come è stato fino a oggi) ma invece diventano gli elementi cruciali per lo sviluppo qualitativo che dovrà caratterizzare il XXI secolo, ecco, se non facciamo questo passo, non usciremo mai da questa crisi. Quando parliamo di sviluppo qualitativo è chiaro che parliamo di qualità delle relazioni tra le persone, ma anche delle relazioni ambientali, delle relazioni con la mia comunità, con lo spazio in cui vivo, con l’ambiente, con gli animali, con la natura. Insomma, con tutto ciò che rende la mia vita buona, tutto ciò che rende sostenibile la mia presenza su questo pianeta e che dà speranza di futuro. Perché il punto sul quale sta fallendo il modello di crescita quantitativa che ha caratterizzato il XIX e XX secolo è il fatto che in una prospettiva globale non si cresce più a scapito di qualcun altro. In fondo il XIX ma soprattutto il XX secolo ha visto uno sviluppo di questo genere: l’occidente cresceva perché qualcun altro non cresceva e quindi ci si poteva illudere che lo sviluppo quantitativo fosse illimitato. Invece oggi ci rendiamo conto che ci sono dei limiti dati dal nostro pianeta e dalla disponibilità di risorse, naturali, paesaggistiche e via di seguito, con le quali dobbiamo fare i conti e che rendono strutturalmente insostenibile quel modello. Dobbiamo far comprendere ai nostri cittadini quanto una crescita qualitativa sia migliore di una crescita quantitativa, quanto le relazioni buone siano determinanti per una vita buona, per quella felicità cui noi aspiriamo come persone, come comunità, come paese».

E come è possibile secondo lei diffondere questo modello qualitativo?

«Innanzitutto credo che sia necessario farlo sperimentare. Noi dobbiamo lottare molto, e nelle nostre organizzazioni cerchiamo di farlo, per costruire spazi di socialità buona, spazi nei quali ci si relaziona con l’ambiente in maniera positiva, nei quali ci si assume le proprie responsabilità e via di seguito. Quando si fa questo ci si accorge che si vive meglio, che migliora la nostra personale qualità della vita. Ci si accorge che il modello che seguivamo precedentemente non ha senso. Certo noi dobbiamo accompagnare questo lavoro sulle persone, sui gruppi, sulle comunità anche con un lavoro politico. Però è un politico che ha una sua connotazione “a rete”. Io non credo che saranno movimenti globali che dall’alto potranno modificare gli assetti, quanto piuttosto movimenti dal basso, e che poi si riconnettono in rete che potranno avere la capacità di andare a modificare la realtà. In questi anni ci siamo resi conto che alcune delle innovazioni che si stanno portando avanti, a cominciare da quelle ambientali, non sono partite dalle scelte dei governi e delle grandi convention internazionali quanto piuttosto da una diffusa sensibilità sul territorio che mano a mano è diventata forza e coesione globale».

Quale potrebbe essere il ruolo della scuola nel veicolare questa nuova sensibilità?

«Certamente la scuola ha un compito decisivo: deve cercare di far sgretolare l’ideologia con la quale abbiamo convissuto per oltre un secolo e deve far nascere una seria riflessione sulla sostenibilità e sui limiti di un modello di sviluppo quantitativo. È necessario far cogliere invece quanto l’attenzione alla sostenibilità dei processi sia sempre stato un elemento decisivo nella storia dell’uomo e abbia sempre portato a conseguenze positive. In più la scuola può diffondere stili di vita positivi. Pensiamo banalmente alla raccolta differenziata. A me è capitato tante volte di vedere ragazzi e ragazzini insegnare ai loro genitori, ai loro nonni a fare la differenziata e a diventare promotori di un cambiamento culturale che poi veniva assunto da tutta la famiglia come scelta naturale, giusta, corretta. Ecco, io credo che in molti casi far comprendere al giovane quanto la realtà si modifica a partire dai noi stessi, dalle nostre scelte quotidiane, sia molto importante e sia in qualche modo da tenere sempre connesso anche alla visione globale. Noi dobbiamo da un lato dare lo scenario, cercare di aiutare il giovane a comprendere il contesto nel quale si colloca, ma poi dobbiamo anche dare gli strumenti, cioè far comprendere che attraverso azioni anche piccole, ma che messe in rete possono cambiare la realtà, si può uscire da quella prospettiva di passività che è determinata, a volte, dal confrontarsi con i grandi problemi globali».

Prima sottolineava come sul territorio nazionale il volontariato ambientale sia più visto come qualcosa di utile a “riparare il danno” piuttosto che a prevenirlo. È così anche all’estero? Quali sono, secondo lei, le prospettive del settore in Italia? Come pensa si possa promuoverlo e sostenerlo?

«Credo che ci sia una grandissima prospettiva per il volontariato ambientale perché all’interno delle comunità sta crescendo sempre di più la consapevolezza che l’ambiente è uno e dobbiamo averne rispetto. Però dall’altro lato c’è bisogno che ci si organizzi più strutturalmente e che non si accetti soltanto la logica riparatrice. Credo che da questo punto di vista ci sia una colpa dei governi a livello centrale e periferico, un utilizzo del mondo del volontariato strumentale, che non è mai positivo, ma che ci sia anche, per molti versi, una scarsa ambizione da parte delle nostre stesse organizzazioni, che talvolta accettano di essere allocate soltanto solo su queste filiere riparatrici della realtà. È necessario, invece, andare a investire in politiche di prevenzione. Questo è un aspetto da sempre molto caro al nord Europa, ma lo abbiamo visto anche in Austria e Svizzera, dove la cura del territorio è diventata sempre più una responsabilità collettiva che coinvolge pubblica amministrazione e cittadini nella costruzione di processi virtuosi. Noi che abbiamo un territorio con dissesti strutturali, in parte connessi alla conformazione ambientale e in parte dovuti a un’antropizzazione che spesso non è stata rispettosa, abbiamo l’assoluta necessità di fare questo passaggio. Io credo che il volontariato ambientale italiano abbia le risorse per poter assumere un ruolo diverso rispetto a quello che ha avuto fino ad oggi e cioè di diventare un grande strumento di promozione del benessere nazionale e di valorizzazione di uno dei grandi patrimoni del paese. Non dimentichiamoci che l’Italia non ha altra ricchezza strutturale se non i propri cittadini e il proprio ambiente, inteso come ambiente naturale, monumenti, ricchezza di una “Storia”. Se non facciamo diventare questo l’elemento cruciale, noi stessi ci neghiamo il futuro. L’importante è non arrenderci alle logiche meramente gestionali dell’esistente. Anche nell’ambito del volontariato ambientale bisogna compiere quella scelta coraggiosa di cambiamento che tante volte viene invocata nella sua complessità  per il nostro paese. Qui più che altrove è evidente che la sfida è una sfida di futuro. Se affronteremo il volontariato ambientale con questa logica certamente faremo del bene all’Italia che verrà».

Marika Frontino