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Aringhe affumicate in Parlamento. La polemica sul Manifesto di Ventotene

| FRANCESCO INGRAVALLE

Tempo di lettura: 9 minuti

Aringhe affumicate in Parlamento. La polemica sul Manifesto di Ventotene
Cosa c’è davvero nel manifesto visionario e lungimirante di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, con la collaborazione e poi con la prefazione di Eugenio Colorni, Le polemiche volte a distrarre le ingenue masse mediatiche hanno impedito una lettura corretta del Manifesto di Ventotene. Federalismo, democrazia, giustizia sociale, diritti e libertà nel progetto degli antifascisti confinati a Ventotene, per eliminare alla radice le causa stesse delle guerre.

Il testo del Manifesto di Ventotene (scritto originariamente nel 1941 e poi più volte rimaneggiato) è disponibile gratuitamente su molti siti web e tradotto in tutte le lingue della Ue sul sito dell’Istituto Spinelli.

““La rivoluzione europea dovrà essere socialista”; “la proprietà privata dovrà essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso”; “attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo Stato”, sono le frasi con cui il 19 marzo Giorgia Meloni ha concluso il suo intervento alla Camera. Estrapolando alcuni passaggi dal Manifesto di Ventotene, Meloni ancora una volta ha utilizzato una tecnica che in comunicazione politica prende il nome di “red herrings”. Letteralmente l’espressione significa “aringhe affumicate”.
La tecnica veniva usata per distrarre i cani da caccia nel corso degli addestramenti, disseminando il percorso per l’appunto di aringhe affumicate.
Meloni ha gettato una “red herring”, una “aringa affumicata” nell’arena parlamentare, sperando che opposizioni parlamentari e potere mediatico “progressista” si lanciassero su di essa.” Questo scrive Giuliano Granato.

Visto da destra e visto da sinistra

L’effetto? Compattamento del centro-destra, ma anche del centro-sinistra. Fuori dal cono di luce della polemica: il “riarmo” (meglio sarebbe dire “armamento”: l’“Europa”, come “Europa”, non è mai stata armata in precedenza) dell’Unione europea come problema politico suscitato dalle multiformi prese di posizioni del presidente degli Stati uniti d’America, Donald Trump. Un’occhiata ad alcune testate dei due schieramenti può essere istruttiva. “Meloni contro gli Europeisti” titola “La Repubblica”, “L’Europa si è fermata a Ventotene”, titola “La Stampa”, “Meloni insulta l’Europa antifascista. Lo sfregio al Manifesto di Ventotene” titola “Domani”.
Al centro-destra “Libero” titola “Chiamate l’ambulanza. Crisi a sinistra perché Meloni critica il Manifesto di Ventotene”, “La Verità” titola “La sinistra si è fatta troppi spinelli”; ma già il 2 marzo Corrado Ocone scriveva in “Libero” “Il Manifesto di Ventotene? Altro che modello: voleva in Europa il socialismo in stile sovietico” e da questo articolo, suggerisce Granato, la presidente Meloni potrebbe avere tratto le citazioni usate nel suo intervento del 19 marzo.

Ritorno ai vecchi Sessanta?

All’occhio ingenuo delle masse mediatiche si è ricreata una situazione che, per certi versi, ricorda quella dei tempi del primo centro-sinistra organico agli inizi degli anni Sessanta del secolo scorso, con la destra democristiana e missina che accusa l’apertura a sinistra di essere un’apertura a programmi filosovietici e difende programmi ultra-liberisti (con la testata “Il Borghese”) e la sinistra democristiana con l’appoggio del Partito socialista che respinge l’accusa ribattendo soltanto di voler tutelare e ampliare il welfare (della cui origine si guarda bene dal fare menzione).
Al di là della “red herring” il problema è stato posto già dal “Financial Times” del 5 marzo: “Europe must trim its welfare State to build a warfare State”. Questa, infatti, sarebbe la conseguenza dell’armamento europeo, della costruzione di un esercito europeo; quest’ultima, peraltro, è stata caldeggiata da Mario Draghi e da Mario Monti, il che mostra che interessi europei cospicui sono all’opera, interessi industriali e finanziari che non sembrano identificarsi con l’orientamento statunitense, che saranno colpiti dalla politica protezionista statunitense. Di fronte a questi interessi che pare stiano levando la voce, la presidente del Consiglio italiano ribadisce la propria “fedeltà atlantica”, esorta a non “dividere l’“Occidente” (e, quindi, a sacrificare senza troppi crucci l’Ucraina), ma, poi, mostra piena consapevolezza che la produzione di armi è una discreta fonte di posti di lavoro e di occasioni di guadagno per le industrie nazionali e per gli investitori europei e che nell’ipotesi di assenza di forniture di armi da parte degli Usa all’Ucraina, l’onere dell’armamento dell’Ucraina stessa ricadrebbe sull’Unione Europea che si è schierata in sua difesa e quindi anche sull’Italia.

Posizioni che non è obbligatorio condividere, ma che non è necessario falsificare

Al di là delle complesse posizioni del governo italiano, va detto che non esiste né una legge divina, né una legge umana che obblighi a condividere le posizioni del Manifesto di Ventotene; ma va anche detto che non è necessario falsificare il contenuto del Manifesto stesso per potervisi opporre. Come qualche sera fa ha ammesso Francesco Giubilei, che del blocco neoconservatore è esponente di rilievo, basta dire che i neoconservatori si accontentano della “Europa delle Patrie” che è, né più, né meno, che un’area di libero scambio in cui i singoli Stati-membri dispongono della piena sovranità politica e che, come area meramente economica, è politicamente irrilevante, come è sempre stata fin dai tempi della Ceca e della Cee. Un organismo che non può decidere in materia di politica, né europea, né, tanto meno, internazionale, perché legato al consenso di tutti i suoi Stati-membri in ogni circostanza. La stessa situazione di impotenza che caratterizza il Consiglio di sicurezza dell’Onu sulla quale, spesso, si ironizza. Chiunque sostenga che questa è la sua Europa assume una posizione antieuropea: finché la sovranità politica degli Stati membri sarà intoccata l’Europa non sarà niente di più che un’espressione geografica, geoeconomica, priva di qualsiasi caratterizzazione geopolitica. Attualmente, sotto il profilo finanziario e militare, l’Unione europea, l’“Europa delle Patrie”, è parte del sistema egemonico statunitense.
Attualmente, il mare Mediterraneo è un mare statunitense. Chiaramente, la strutturazione di un esercito europeo, di una diplomazia europea, orientati da una politica estera non legata agli interessi statunitensi, ma a interessi europei, cambierebbe non poco il quadro attuale. Ma soltanto nel senso che al capitalismo statunitense si opporrebbe un capitalismo europeo in concorrenza con il capitalismo russo e con il capitalismo cinese (il capitalismo di Stato non è altra cosa rispetto al capitalismo monopolistico: la legge dello sfruttamento vi domina comunque). E non è detto che il warfare non si tradurrebbe in un welfare, né che esso non sarebbe in grado di godere del consenso di massa di cui l’”Europa delle Patrie” non ha mai goduto.

Dalla padella dell’irrilevanza alla brace dell’imperialismo?

Nel 1915, nell’articolo Sulla parola d’ordine degli Stati uniti d’Europa Lenin ha scritto che sulla base economica attuale, ossia di regime capitalistico, gli Stati uniti d’Europa significherebbero l’organizzazione della spartizione imperialistica del mondo su nuove basi; dato che ci troviamo ancora nell’età dell’imperialismo che è lo stadio più avanzato del capitalismo (lo si chiami imperialismo o globalizzazione, la sostanza non cambia), un’Europa armata, in grado di dire la sua nei rapporti internazionali, corrisponderebbe all’immagine dell’Europa unita prefigurata più volte da Nietzsche negli anni Ottanta del XIX secolo, l’Europa nella “Grande Politica” in lotta per la potenza, cioè l’Europa imperialistica. Non è l’Europa dei neoconservatori, non è l’Europa dei Progressisti, ma non è nemmeno l’Europa del Manifesto di Ventotene che non è l’Europa “sovietica” di cui favoleggiano i neoconservatori.
A tutti è noto che il Manifesto di Ventotene è un documento programmatico nato dalla collaborazione di Altiero Spinelli (1907-1986) ed Ernesto Rossi (1897-1967) negli anni 1941 e 1942, entrambi confinati nell’isola di Ventotene per attività antifasciste dal 1939 al 1943; il documento è stato pubblicato da Eugenio Colorni (1909-1944) la cui prefazione reca la data del 22 gennaio 1944. Documento programmatico o, se si preferisce, “scritto visionario” come lo definisce Corrado Augias nell’introduzione all’edizione diffusa da “La Repubblica”.

Una precisa diagnosi delle guerre, delle miserie e degli sfruttamenti

Documento programmatico o scritto visionario che nasce da una precisa diagnosi che Colorni presenta in questi termini: «la contraddizione essenziale, responsabile delle crisi, delle guerre, delle miserie e degli sfruttamenti che travagliano la nostra società, è l’esistenza di stati sovrani, geograficamente, economicamente, militarmente individuati, consideranti gli altri stati come concorrenti e potenziali nemici, viventi gli uni rispetto agli altri in una situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes» (p. 14). La diagnosi risale agli scritti di Luigi Einaudi (1874-1961) il quale affermava che la via d’uscita dal rischio della guerra è una sola: «la negazione del principio della sovranità assoluta piena di ogni stato, fonte prima ed unica di ogni guerra» (Federazione europea, non associazione di Stati sovrani in Due scritti sulla federazione europea, a cura di Corrado Malandrino, “Annali della Fondazione Einaudi”, Torino, 1995, p. 572).
Il problema, dunque, è superare la situazione polemogena che ha accompagnato l’intera storia dell’istituzione “Stato” nella vicenda dell’Occidente. I fascismi sono soltanto l’ultima fase, in ordine di tempo, di questa vicenda. Una federazione europea, come primo passo verso una federazione mondiale, è un passo verso la pacificazione del sub-continente. Spinelli e Rossi guardano già al dopo-guerra quando affermano che «la sconfitta della Germania non porterebbe però automaticamente al riordinamento dell’Europa secondo il nostro ideale di civiltà» (p. 31) che è quello noto come “socialismo liberale” teorizzato da Carlo Rosselli (1899-1937), un modello in cui l’uguaglianza delle opportunità economiche e sociali si unisca al pluralismo politico in una Europa che abolisca frontiere e dogane, libera circolazione di persone e di merci, una carta di diritti valida per tutti i cittadini europei, la creazione di un esercito comune dipendente da un governo sovranazionale come espressione dei governi e dei popoli europei.

Impedire il ritorno ai vecchi organismi statali

Si tratta di impedire, nel dopoguerra, la ricostruzione dei vecchi organismi statali. La caduta dei regimi totalitari, continua il Manifesto (p. 31), «significherà sentimentalmente per interi popoli l’avvento della “libertà”». Sarà, questo, il trionfo delle tendenze democratiche, di tutte le tendenze democratiche, dal conservatorismo all’anarchismo. Il coronamento dei sogni di tutti costoro è un’assemblea costituente, eletto col più ampio suffragio possibile, che decida quale costituzione darsi; «se il popolo è immaturo, se ne darà una cattiva», «ma correggerla si potrà solo mediante una costante opera di convinzione» (p. 32). Tuttavia, è ben chiara, anche se non espressa a chiare lettere, la consapevolezza di come il fascismo italiano e il nazionalsocialismo tedesco abbiano conquistato il potere politico attraverso l’uso del suffragio universale, non soltanto con l’uso della forza. L’impotenza dei “democratici” nelle epoche rivoluzionarie è nota: «Il popolo ha sì alcuni fondamentali bisogni da soddisfare, ma non sa con precisione cosa volere e cosa fare. Mille campane suonano alle sue orecchie. Con i suoi milioni di teste non riesce a orientarsi, e si disgrega in una quantità di tendenze in lotta fra loro» (p. 33) «man mano che i democratici logorassero nelle loro logomachie la loro prima popolarità di assertori della libertà, mancando ogni seria rivoluzione politica e sociale, si andrebbero immancabilmente ricostituendo le istituzioni politiche pretotalitarie, e la lotta tornerebbe a svilupparsi secondo i vecchi schemi della contrapposizione delle classi» (p. 33).
I comunisti, con la loro utopistica collettivizzazione di tutti gli strumenti materiali della produzione, i liberali puri con la loro scarsa capacità di orientare le masse: si avrebbe un ritorno alle condizioni pre-Marcia su Roma. Il vero movimento rivoluzionario dovrà cooperare con tutte le forze antitotalitarie, «ma senza lasciarsi irretire dalla prassi politica di nessuna di esse» (p.35).

Le superpotenze ostacolo al federalismo europeo

A chi ama le “prefigurazioni” queste argomentazioni potranno apparire come anticipazione della – di poco posteriore – “unità antifascista”, ma senza il ruolo egemone di quello che viene qui indicato come “movimento rivoluzionario” che avrebbe dovuto orientare l’antitotalitarismo verso una nuova visione dei rapporti internazionali e del posto in essi dell’Italia: la proposta politica della «definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani» (p. 36). Proposta che, nel 1941-1942 non appare utopistica perché «Il crollo della maggior parte degli stati del continente sotto il rullo compressore tedesco ha già accomunato la sorte dei popoli europei, che, o tutti insieme soggiaceranno al dominio hitleriano, o tutti insieme entreranno, con la caduta di questo, in una crisi rivoluzionaria in cui non si troveranno irrigiditi e distinti in solide struttura statali» (p. 36).
Sennonché questa prospettiva presupponeva che sia le forze anglo-americane, sia le forze russe occupassero l’Europa per liberarla, lasciando agire, senza interferire, «gli spiriti [che] sono già ora molto meglio disposti che in passato ad una riorganizzazione federale dell’Europa».
L’occupazione avvenuta fra il 1944 e il 1945, invece, ricomporrà (già sulla base degli accordi di Yalta) l’equilibrio delle super-potenze che configurerà il dopoguerra fino al 1989-90. I movimenti antitotalitari evidenzieranno tendenze nazionaliste (i seguaci di Charles De Gaulle), o tendenze filo-statunitensi (i democratico-cristiani in Italia e in Germania), oppure filo-russe (comunisti in Italia, in Francia). Minoritarie risulteranno essere, nel concreto, gli orientamenti federal-europeisti.
L’inutilità (o addirittura la dannosità) di organismi come la Società delle Nazioni «che pretendeva di garantire un diritto internazionale senza una forza militare capace di imporre le sue decisioni, e rispettando la sovranità assoluta degli stati partecipanti» (p. 37) è chiara, secondo Spinelli e Rossi. Un’Europa unita in forma federale non potrà essere che una Europa armata e la sua forza, come federazione richiederà necessariamente ampie cessioni sovranità da parte degli stati-membri (sul modello della federazione degli Stati uniti d’America).

Una linea nuovissima di demarcazione tra partiti

Coerentemente con questi assunti, «la linea di divisione fra partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa quelli che concepiscono come fine essenziale della lotta quello antico, cioè la conquista del potere politico nazionale […] e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopreranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale» (p. 38), cioè un saldo stato federale.
La rivoluzione europea «dovrà essere socialista» (p. 40), cioè «dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la realizzazione per esse di condizioni più umane di vita», ma non con il principio dottrinario della abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione che crea il potere dei burocrati presente nell’Urss (e denunciato, in quel torno di tempo, da Lev Trotzkij, La rivoluzione tradita, 1937, da Bruno Rizzi, La bureaucratisation du monde, 1939, ma anche da James Burnham, The managerial Revolution, 1941). Dunque, nonostante la curiosa esegesi della nostra attuale Presidenza del Consiglio, niente potere sovietico, niente dittatura del proletariato, ma rivendicazione della funzione sociale della proprietà privata (secondo gli orientamenti revisionisti della tradizione socialista, secondo le indicazioni della enciclica Rerum novarum di papa Leone XIII, 1891 raccolte dal cattolicesimo sociale, secondo il liberalismo sociale, da John Stuart Mill a Carlo Rosselli).

Evitare monopoli privati

Che non si possano lasciare ai privati le imprese che tendono a realizzare il monopolio, le imprese che «per la grandezza dei capitali investiti e il numero degli operai occupati, per l’importanza del settore che dominano, possono ricattare gli organi dello Stato, imponendo la politica per loro più vantaggiosa (es. industrie minerarie, grandi istituti bancari, grandi armamenti)» (p. 41), era un’evidenza già emersa con la creazione, a opera del fascismo, dell’Istituto mobiliare italiano (1931) e dell’Istituto per la ricostruzione industriale (1933), apprezzati particolarmente da F. D. Roosvelt – si veda l’articolo di Paolo Mieli, Quell’amicizia finita male tra Mussolini e Roosevelt 26 novembre 2013, “Il Corriere della Sera” – non a caso mantenuti in vita dopo il 1945, rispettivamente sino al 2002 e al 1991. Spinelli e Rossi rifiutano lo stato assistenziale per privilegiare lo stato che crea lavoro.
Questo, in estrema sintesi e con alcuni riferimenti “extra-testuali”, il contenuto del Manifesto di Ventotene il cui “socialismo” non ha niente a che vedere con il marxismo-leninismo e con la dittatura del proletariato e men che meno con progetti totalitari.
Ma in fin dei conti, in una red herring, gli errori storici non sono un grave difetto….

Scrive per noi

FRANCESCO INGRAVALLE
FRANCESCO INGRAVALLE
Francesco Ingravalle, già ricercatore di Storia delle istituzioni politiche presso l'Università del Piemonte Orientale, saggista e storico del pensiero e delle istituzioni politiche.