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Alcune prefigurazioni filosofiche dell’antropocene tra XIX e XX secolo

| FRANCESCO INGRAVALLE

Tempo di lettura: 7 minuti

Alcune prefigurazioni filosofiche dell’antropocene tra XIX e XX secolo
L’antropocene nasce dall’intreccio tra rivoluzione industriale, capitalismo e impulso tecnico all’“infinito”, che Spengler legge come esito della cultura faustiana, mentre Marx lo interpreta in chiave prometeica di possibile “resurrezione della natura”. Tra catastrofe e rinascita, la responsabilità delle scelte resta interamente umana.
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La nostra epoca è, notoriamente, l’esito dell’intreccio di due rivoluzioni, entrambe maturate nel XVIII secolo: la rivoluzione industriale inglese e la rivoluzione politica francese che hanno configurato il sistema economico capitalistico, da un lato, dall’altro il peso politico oggettivo delle masse urbane in un intreccio che ha caratterizzato soprattutto Inghilterra, Francia e, successivamente, Germania nella seconda metà del XIX secolo. Un potente sviluppo industriale che metterà capo, nel secolo successivo, a due guerre mondiali, che vedrà, anche nella pubblicistica, la tecnica come protagonista: da Ernst Jünger a Martin Heidegger a Oswald Spengler.

Rispetto a Der Arbeiter di Jünger (1932) e ai posteriori saggi sulla tecnica di Heidegger (ad es. La questione della tecnica del 1953), la posizione di Spengler è peculiare proprio perché vede nel capitalismo industriale e finanziario l’esito “necessario” della Kultur occidentale e nell’imperialismo il suo esito politico, oltre che nel “cesarismo” (cioè la tendenza a realizzare ordinamenti autoritari) la sua struttura istituzionale e nella tecnica lo strumento peculiare. Proprio questo insieme di fenomeni configura i tratti salienti dell’antropocene (termine utilizzato, com’è noto, tra i primi, da Paul Crutzen); proprio questo insieme di fenomeni viene posto da Spengler sotto il segno del dottor Faust di goethiana memoria. L’antropocene è un fenomeno faustiano?

Prometeo, Faust e l’ansia di infinito

Ma la questione, ovviamente, non è riducibile alle sole posizioni di Spengler. Nel 1961 Kostas Axelos (1924-2010) ha pubblicato un volume intitolato Marx penseur de la technique (Editions du Minuit, Paris, 1961, 1963), il cui sottotitolo è “de l’alienation de l’homme à la conquête du monde” e, com’è noto, fin dalla dissertazione di laurea sulla Differenza tra la filosofia naturale di Democrito e quella di Epicuro, Prometeo è per Marx “il più grande santo del calendario filosofico”. L’antropocene è un fenomeno prometeico? Addirittura: Faust è il volto moderno di Prometeo?

Lo sviluppo della tecnica si deve, primariamente, allo sviluppo dell’economia finanziaria di cui è noto l’obiettivo, il profitto infinito e di cui l’antropocene è la raffigurazione più chiara: la distruzione dell’ambiente conseguente alla spinta all’infinito del “soggetto produttivo”. Il classico “senso del limite” sul quale ha più volte richiamato l’attenzione Umberto Galimberti è stato negato, nella teoria e nella pratica, dall’ansia di infinito enunciata poeticamente da numerose voci del romanticismo e realizzata prosaicamente dagli istituti di credito.

In termini chiari, che cos’è l’antropocene? Davvero Prometeo ne è un preannuncio e Faust una prosecuzione?

Antropocene come esito dell’industrializzazione

Come è stato affermato, il cambiamento climatico è una delle più dirompenti, potenti e destabilizzanti conseguenze degli attuali modelli di espansione dei consumi di massa; le altre sono: la perdita della biodiversità, l’impoverimento del suolo dovuto alle pratiche agricole intensive, l’evoluzione di epidemie e di virus legati a fattori antropici, la deforestazione e la desertificazione, la diffusione di isotopi radioattivi derivati da scorie nucleari, la diffusione estrema di plastica, microplastica e nanoplastica nella catena alimentare e idrica e negli oceani, oltre che nei feti, nei polmoni e praticamente in tutti gli organi umani. Tutto questo è antropocene in quanto derivazione dell’industrializzazione: l’”alterazione operata dall’attività industriale sui cicli biogeochimici e le risorse della Terra, ben oltre il cambiamento climatico” (cfr. Daniele Conversi, Cambiamenti climatici. Antropocene e politica, Mondadori, Milano, 2022, pp. 34-35). L’economia capitalistica si è impadronita della phýsis.

Si è realizzato il piano di Prometeo?

Il Prometeo di Eschilo: tecnica come prolungamento della natura

Prendiamo il Prometeo incatenato di Eschilo. Zeus voleva sterminare tutti i mortali; nessuno tra gli dèi si oppose, soltanto Prometeo (vv. 232-233); Prometeo donò agli esseri umani la speranza che attenua lo spettro della morte (v. 250); fece partecipi gli esseri umani del fuoco che farà sviluppare molte tecniche (vv. 252 e 254). Prima del dono del fuoco gli esseri umani “avevano occhi e non vedevano,/avevano orecchie e non udivano, /somigliavano a immagini di sogno, / perduravano un tempo lungo e vago/ e confuso, ignoravano le case/ di mattoni, le opere del legno:/ vivevano sotterra come / labili formiche, in grotte fonde, senza il sole;/ ignari dei certi segni dell’inverno / o della primavera che fioriva / o dell’estate che portava i frutti, /operavano sempre e non sapevano, / finché indicai come sottilmente / si conoscono il sorgere e il calare / degli astri, e infine per loro scoprii / il numero, la prima conoscenza / e i segni scritti come si compongono, / la memoria di tutto, che è la madre/ operosa del coro delle Muse. /e aggiogai le fiere senza giogo, /le asservii al giogo e alla soma / perché esse succedessero ai mortali / nelle grandi fatiche, e legai al cocchio /lo sfarzoso e docile cavallo /fregio d’ogni ricchezza ed eleganza. / E inventai il cocchio al marinaio, / su ali di lino errante per i mari” (vv. 447-468, tr. it. di Enzo Mandruzzato, Eschilo, Prometeo incatenato. Con frammenti della trilogia, testo greco a fronte, Rizzoli, Milano, 2016).

Dalle tecniche sorgono le scienze: la medicina, la divinazione, la metallurgia (vv. 474-505). Ciascuno di questi doni costituisce un prolungamento della phýsis e una sua imitazione come afferma Aristotele nella Fisica (194 a 21) il quale precisa, poi, che le arti portano le cose oltre la natura, oltre a imitare la natura (cfr. Fisica, 199 a 15). C’è la piena consapevolezza che la tecnica può non limitarsi a integrare la natura, tanto nel testo di Eschilo, quanto nei testi di Aristotele. Del resto, come avvertiva Senofane di Colofone (circa 570 a. C.-circa 475 a. C.), “non fin dal principio gli dèi rivelarono agli esseri umani ogni cosa; ma questi, poco per volta, trovano quello che è meglio” (fr. 21 b 18 DK).

Quello che è meglio: per chi? Per sé, come specie che appartiene alla Natura. La tecnica come rielaborazione della natura nei limiti della natura è il messaggio della filosofia presocratica, del resto (si veda Rodolfo Mondolfo, Pòlis, lavoro e tecnica, a cura di Massimo Venturi Ferriolo, Fetrinelli, Milano, 1982) ed è il messaggio di Prometeo.

Faust, spirito del capitalismo e “stadio faustiano”

Poche figure leggendarie hanno acceso la fantasia dei moderni quanto la figura del dottor Faust: da Christopher Marlowe, a Johann W. Goethe, a Thomas Mann la sua figura è stata continuamente rievocata lungo tutto il corso dello sviluppo del capitalismo mercantile, poi industriale e, infine, finanziario. Non a caso Werner Sombart, noto autore de Il capitalismo moderno scrive, a proposito dello “spirito del capitalismo”: “Si tratta dello spirito di Faust, lo spirito della irrequietezza, dell’ansia che, ora vive negli esseri umani.” (Der Moderne Kapitalismus, seconda edizione, Dunker & Humblot, Berlin, 1916, libro I, sezione I, cap. 4) e cita, non a caso, le parole di Mefistofele dette a proposito di Faust nel Prologo in cielo: “L’agitazione lo spinge verso quel che è lontano”.

Soltanto in una autocritica apocrifa Faust ammette: “L’unica felicità concessa ai mortali è quella imperfetta” (cfr. Tiziana C. Carena, La bottega del linguaggio, seconda edizione, Aracne, Roma, 2020, p. 68). L’agitazione “lo spinge verso quel che è lontano”. Oswald Spengler aggiunge: verso l’infinito. Com’è noto, lo “stadio faustiano” è una delle otto culture individuate nel celebre Tramonto dell’Occidente (1918-1923) come fasi della storia umana. Così la compendia Lorenzo Giusso in un libro del 1944: “La frenesia dell’infinito domina le invenzioni di questo genio […] la scienza dell’età faustiana formula delle ipotesi di lavoro e mira ad insignorirsi del mondo e a trasformarlo. (…) L’anima faustiana tende a una dominazione esclusiva […] la sua attitudine al comando la induce ad introdurre l’autorità e l’intolleranza in tutti i movimenti che essa dirige […]” (cfr. L. Giusso, Lo storicismo tedesco, Fratelli Bocca Editori, Milano, 1944).

L’impulso all’infinito si traduce nella conquista dei mercati e nella conquista dei territori: esso è, secondo Spengler, la radice dell’imperialismo che ha il suo centro nello sviluppo della tecnica.

Spengler: tecnica, infinito e auto-annientamento

Nel 1931, nel volume L’uomo e la tecnica, Spengler afferma che “La tecnica è la tattica dell’intiera vita.” (si cita dalla tr. it di Angelo Treves, pubblicata con il titolo Ascesa e declino della civiltà delle macchine, Edizioni del Borghese, Milano, 1970, p. 39). Essa è la forma principale della vita; e aggiunge: “La tecnica non è una “parte” dell’economia, come l’economia non è, accanto alla guerra e alla politica una parte indipendente della vita. Tutti questi sono aspetti della vita unica, attiva, lottante, fornita di un’anima.” (Ivi, pp. 40-41).

Un’anima proiettata all’infinito “contro tutta la Natura” (Ivi, p. 67); “alla natura viene strappato il privilegio del creare” (Ivi, p. 69). Questa cultura che si sviluppa sotto il segno del dottor Faust appare già nel Medioevo: “Già nel secolo X incontriamo costruzioni tecniche di genere completamente nuovo. Già Ruggiero Bacone e Alberto Magno avevano meditato su macchine a vapore, su battelli a vapore e su velivoli. E molti almanaccarono del perpetuum mobile” (Ivi, p. 105) che è il mito mobilitante della cultura tecnica, la realizzazione della produzione infinita (e del profitto infinito).

Di conseguenza “Un mondo artificiale pervade e avvelena il mondo naturale” (Ivi, p. 114): Spengler è perfettamente consapevole del carattere di auo-annientamento tipico della spinta economico-tecnologica verso l’infinito. Da Eraclito egli ha imparato che la phýsis è perfezione, cioè limite nel controbilanciamento degli elementi opposti, da Nietzsche ha imparato che l’essere umano tende all’infinito, anche a costo dell’autodistruzione; dalla realtà del capitalismo industriale euro-statunitense ha imparato che nel concreto l’amore per l’infinito è affine all’amore per il profitto, all’attuazione della dismisura programmatica nel rapporto con la natura. Spengler giudica inevitabile la spinta autodistruttiva all’infinito: è la logica conclusione della “cultura faustiana”.

Marx, Prometeo e la “resurrezione della natura”

Marx, invece, parte da Prometeo: nella tesi di laurea egli afferma che “il divenire filosofia del mondo è, a contempo, divenire mondo della filosofia; la sua realizzazione è la sua perdita”. Il mondo diviene filosofia attraverso la tecnica e la rivoluzione industriale maturate nello sviluppo della filosofia empiristica; e, quindi, la filosofia diventa mondo, realtà, fonte di produzione della ricchezza. E l’origine in forma mitica di questo prodigioso sviluppo è il mito di Prometeo.

Nel suo volume del 1961già citato, Marx penseur de la technique, il filosofo Kostas Axelos afferma che per Marx “il lavoro dell’uomo, la produzione dei beni, la riproduzione degli uomini e ancora di più, l’auto-produzione dell’essere umano legano gli uomini alla Natura costituendo, tuttavia, un legame alienato” (cfr. K. Axelos, Marx penseur de la technique, p. 21). La lotta per la produzione della vita oppone esseri umani a esseri umani ed esseri umani e natura. Nella tecnica si sviluppano sia l’alienazione, sia le possibilità di liberazione dell’essere umano.

L’uomo, continua Axelos, non deve divenire un “superuomo”, non deve diventare dio, ma deve sviluppare positivamente la propria umanità. Il progresso tecnologico è la via, ma soltanto a condizione che sia superata la vita alienata dei produttori nel sistema capitalistico (cfr. K. Axelos, Marx penseur de la technique, cit., p. 213). Il superamento dell’alienazione, la società comunista, è la condizione della “riconciliazione dell’uomo con la natura, con sé stesso, con gli altri uomini e la totalità del mondo” (cfr. K. Axelos, Marx penseur de la technique, cit., p. 215); questa condizione sarà la “risurrezione della natura” stessa, il comunismo realizzato (“da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” scriverà Marx, nel 1875 nella Critica del programma di Gotha).

Sostanzialmente una palingenesi socio-naturale: “dopo il superamento dell’alienazione, la natura risorgerà attraverso la produttività dei soggetti umani, soggetti oggettivi. L’uomo totale non si perde più nel mondo degli oggetti, ma oggettivandosi pienamente, egli stesso, negli oggetti prodotti” (K. Axelos, Marx penseur de la technique, cit., p. 221): la produzione come realizzazione piena dell’essere umano.

Antropocene: destino o responsabilità?

Lo sviluppo tecnologico che ha un destino inevitabilmente catastrofico per Spengler, perché è l’attuazione di un’anima attratta dalla morte, l’anima faustiana, per Marx si presenta come opportunità di una “resurrezione della natura”, di un reinserimento dell’essere umano nella natura. In un saggio del 1932 (L’avvenire del capitalismo, a cura di Roberta Iannone, tr. it. di Claudio Mutti, Mimesis Editrice, Sesto San giovanni (MI), 2015) Werner Sombart ha scritto che l’economia non è il nostro destino, perché la volontà umana è in grado di orientare le scelte economiche e tecnologiche. Sotto questo profilo, l’antropocene non è un destino: il messaggio che viene da queste riflessioni del XIX e XX secolo è un messaggio di responsabilizzazione nei confronti della Natura.
Catastrofe o rinascita dipendono da noi.

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