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E poi… la biodiversità scompare. E con lei, pezzi della nostra esistenza

| Federica Colucci

Tempo di lettura: 10 minuti

E poi… la biodiversità scompare. E con lei, pezzi della nostra esistenza
La biodiversità è vitale per la vita sulla Terra, ma l’abbiamo trascurata. Ora serve agire con coraggio: ogni scelta conta per rigenerare il pianeta e garantire un futuro possibile per tutti.

Ogni 22 aprile celebriamo la Giornata della Terra. Ma il giorno dopo, cosa resta? Le crisi ambientali non aspettano ricorrenze: avanzano ogni giorno. Questa rubrica è un invito a guardare in faccia la realtà e agire. Non un simbolo, ma un cambiamento.

In cinque articoli, proveremo a raccontare l’intreccio tra crisi climatica, perdita di biodiversità, inquinamento, emergenza idrica e impatti sociali della crisi ambientale. Non come compartimenti stagni, ma come facce di uno stesso sistema in crisi. Perché non ci sarà una soluzione “tecnica” se non sarà anche culturale, politica, collettiva.

Leggere è già un primo atto di resistenza. Comprendere, un primo passo verso il cambiamento.

Questo articolo è parte del percorso “Giornata della Terra 2025? E poi?”. Perché non basta un giorno per parlare di Terra, scopri la rubrica e le altre tappe del percorso.

Non è un titolo allarmistico. È quello che sta accadendo, ogni giorno, in silenzio.

La biodiversità — quell’intreccio invisibile di vita che tiene in piedi il nostro pianeta — si sta sgretolando sotto il peso delle nostre azioni. Specie che spariscono, ecosistemi che collassano, equilibri che si rompono. Il tutto a una velocità senza precedenti.

Il cambiamento climatico, la deforestazione, l’inquinamento, la pesca eccessiva, l’acidificazione degli oceani: non sono titoli di un bollettino ambientale, ma le ferite aperte di un sistema che non regge più.

Un milione di specie a rischio. Non è fantascienza, è la realtà

Nel 2019, l’IPBES – la piattaforma intergovernativa sulla biodiversità – ha scoperchiato il vaso di Pandora: circa un milione di specie animali e vegetali rischiano l’estinzione. Non in un futuro lontano, ma entro pochi decenni. È un collasso silenzioso, ma inarrestabile. Colpa nostra. Dei nostri modi di vivere, produrre, mangiare, costruire.

Il ritmo attuale delle estinzioni? Decine, forse centinaia di volte più veloce della media degli ultimi dieci milioni di anni. Un’accelerazione che non lascia spazio al dubbio: la crisi è qui, adesso. Più del 40% degli anfibi, un terzo dei coralli, oltre un terzo dei mammiferi marini: tutti a rischio. La biodiversità si sta sgretolando sotto i nostri occhi.

Ma non si tratta solo di tigri, panda o delfini. Ci stiamo giocando anche i piccoli eroi invisibili che tengono in piedi gli ecosistemi: le api che impollinano le colture, gli anfibi che tengono sotto controllo gli insetti, le piante rare che custodiscono il futuro genetico del pianeta, i coralli che proteggono le coste, il plancton che nutre l’oceano. Quando perdiamo una specie, perdiamo un tassello. E quel mosaico, senza i suoi pezzi, crolla.

Secondo il Living Planet Report 2024 del WWF, le popolazioni di vertebrati monitorate sono diminuite del 73% tra il 1970 e il 2020. Una caduta libera, segno di un pianeta che non riesce più a reggere l’impatto delle nostre attività. Ogni campo che disboschiamo, ogni oceano che sovrapeschiamo, ogni città che espandiamo senza limiti, ci costa biodiversità. E con essa, stabilità.

Le conseguenze? Non solo per la natura. Sono per noi. Ecosistemi impoveriti sono ecosistemi che non funzionano. Che non filtrano l’acqua, non rigenerano i suoli, non regolano il clima. Che non proteggono dalle catastrofi naturali.

L’IPBES è chiaro: servono cambiamenti radicali. Non ritocchi, non piccoli aggiustamenti. Servono rivoluzioni. Nei sistemi agricoli, nei modelli economici, nelle scelte politiche. Dobbiamo smettere di trattare la natura come una risorsa infinita. E cominciare a considerarla la nostra casa.

Il dato più impressionante? Il 75% dell’ambiente terrestre e il 66% di quello marino è stato già alterato significativamente dall’uomo. È come vivere in una casa dove tre stanze su quattro sono in fiamme. E continuare a ignorare l’incendio.

La biodiversità non è un tema per ecologisti. È un tema per tutti. Perché senza biodiversità, non c’è cibo. Non c’è salute. Non c’è economia. Non c’è futuro.

Non stiamo salvando il pianeta. Stiamo provando a salvare noi stessi. Con il pianeta.

Le foreste si svuotano. Gli oceani si ammalano

Non è una metafora. È la realtà di un pianeta che si consuma. Di un sistema che crolla sotto il peso delle nostre abitudini, dei nostri consumi, della nostra cecità.

Non è retorica. È ciò che accade, ogni giorno, con spietata regolarità. È la conseguenza di un’economia che pretende tutto e restituisce nulla. Di una fame insaziabile di risorse che divora i polmoni verdi della Terra e avvelena i suoi mari.

Ogni anno, 10 milioni di ettari di foreste tropicali vengono spazzati via. Dieci milioni. Per far posto a monocolture, allevamenti intensivi, miniere. Per alimentare filiere globali che promettono benessere ma lasciano dietro di sé vuoti irreversibili. In Amazzonia, in Africa centrale, nel Sud-Est asiatico, la foresta arretra e con lei sparisce metà della biodiversità terrestre.

Nel solo 2023, secondo il Global Forest Review, sono andati perduti 3,7 milioni di ettari di foreste primarie tropicali: ecosistemi antichi, unici, insostituibili. E non stiamo perdendo solo alberi: stiamo perdendo milioni di specie, molte delle quali non le abbiamo nemmeno ancora scoperte. Polmoni verdi, li chiamiamo. E intanto li svuotiamo. E con ogni ettaro scomparso, aumentano le emissioni: 2,4 gigatonnellate di CO₂ nel 2023, pari alle emissioni annue di interi paesi industrializzati come Germania e Giappone messi insieme. Ogni ettaro in meno è meno ossigeno, meno assorbimento di CO₂, più crisi climatica.

E poi c’è l’altra metà del cielo: il mare. Quel mare che assorbe un quarto della CO₂ che emettiamo. Che stabilizza il clima, regola le correnti, mantiene in equilibrio l’intero sistema planetario. Ma oggi è più caldo. Più acido. Più vuoto. Dal periodo preindustriale, il livello di acidificazione è aumentato del 30%. Sotto la superficie, la crisi avanza silenziosa. I coralli stanno morendo. Architetti viventi degli oceani, rifugi per migliaia di specie, stanno perdendo colore, forza, vita. Secondo la NOAA, nel 2024 l’84% delle barriere coralline del mondo ha subito uno sbiancamento. Non è un’anomalia. È il quarto evento globale in meno di trent’anni.

Ma è il primo ad aver colpito simultaneamente tutti gli oceani tropicali. I coralli muoiono, la biodiversità crolla, la pesca si impoverisce, le coste si espongono. E la catena alimentare marina – da cui dipendono tre miliardi di persone – inizia a spezzarsi.

Ogni barriera perduta, ogni banco di pesci che si svuota, ogni microalga che scompare, è un tassello che salta in un sistema complesso, fragile, vitale. Secondo le stime del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, il degrado degli ecosistemi marini potrebbe costare all’economia globale fino a 428 miliardi di dollari l’anno entro il 2050. Una cifra che non dice tutto. Perché ciò che davvero rischiamo di perdere non si misura in denaro: si misura in vita.

Le foreste che cadono. I mari che si surriscaldano. Le specie che spariscono. Non sono fenomeni lontani. Sono sintomi di un’unica malattia: il nostro modello. Un sistema che consuma più di quanto la Terra possa rigenerare. Che distrugge per crescere. Che insegue un’idea di progresso senza radici.

Il tempo della scelta è adesso, custodire la vita sulla Terra

Il 2025 è uno snodo, perché la perdita di biodiversità non si recupera con un colpo di bacchetta. Serve tempo. E soprattutto: serve volontà.

Non possiamo più permetterci di vedere l’ambiente come qualcosa “là fuori”. È qui, con noi, dentro di noi. Ogni specie che proteggiamo, ogni habitat che salviamo, è un passo in più per garantire acqua, cibo, clima stabile, salute. Non alla “natura”. A noi.

E se è vero che il tempo stringe, è altrettanto vero che qualcosa si muove. Che qualcuno ha già iniziato a scegliere.

Mentre molti esitano, c’è chi agisce. Chi non aspetta soluzioni calate dall’alto, ma le costruisce dal basso.

È lì che nasce la speranza concreta. Nelle piazze, nei campi, nei laboratori. Nelle scuole, nei social, nelle comunità.

Perché la Terra non si difende da sola. Ma ha ancora chi la ascolta. Chi la rappresenta. Chi la sogna diversa.

La voce della Terra ha il volto dei giovani

Non si limitano a sfilare con cartelli o a lanciare slogan. Le nuove generazioni stanno riscrivendo il copione del cambiamento ambientale. Con le mani nella terra, la mente nella scienza e il cuore in prima linea, stanno trasformando la crisi in possibilità. Non più solo protesta. Ma proposta. Narrazione. Azione.

Youth4Nature: soluzioni, non solo richieste
Non è solo una sigla. È una rete globale di giovani che agiscono. Youth4Nature nasce per e con i giovani, per spingere avanti un’idea potente: la natura può curare se le lasciamo spazio. Progetti di restauro ecologico, formazione, strumenti per agire. In Kenya, ad esempio, con il programma INUKA, giovani locali guidano interventi sul territorio: si sporcano le mani, piantano alberi, costruiscono futuro.
Nel 2024, insieme al Kenya Youth Biodiversity Network, Y4N ha messo sul tavolo una domanda urgente: come integrare le soluzioni basate sulla natura nei piani di biodiversità dei governi? Non teoria. Pratica. Strategia. Futuro.

GYBN: dalla rabbia alla roadmap
Il Global Youth Biodiversity Network non nasce per lamentarsi. Nasce per incidere. Dal 2012 è riconosciuto come la voce ufficiale dei giovani nella Convenzione sulla Diversità Biologica. Non solo eventi, ma visioni. Non solo visioni, ma piani.
Nel 2020 ha lanciato un piano d’azione decennale, costruito da giovani per i giovani. Obiettivo: portare la biodiversità nei centri decisionali. Lì dove si decide chi vive e chi no, quale ambiente sopravvive e quale viene sacrificato.

Scout: crescere vuol dire prendersi cura
La natura non è solo sfondo per avventure. È maestra. Gli Scout lo sanno da sempre. Con “Scouts for Sustainability”, ragazzi e ragazze imparano che riforestare, rewilding, proteggere habitat è più di un’attività: è una forma di cittadinanza.
Nel Regno Unito, la Scout Association ha avviato un progetto da 150.000 sterline con Rewilding Britain. Stagni, dighe naturali, nuovi habitat. Ogni gesto è una risposta a un pianeta che chiede ossigeno.

Educare alla biodiversità: coltivare consapevolezza

Imparare cosa significa “perdita di biodiversità” a 10 anni può cambiare il mondo a 30. Per questo scuole e movimenti educativi stanno mettendo al centro la natura.
Negli Stati Uniti, gli Scout BSA insegnano la sostenibilità come si insegna il coraggio o l’onore. E con il WWF, attraverso il programma “Champions for Nature Challenge”, i più giovani scoprono che salvare il pianeta non è un’utopia. È una pratica quotidiana.

Ogni storia è una possibilità. E i giovani lo sanno. Usano i social, i podcast, i palchi delle COP, per dare voce alla natura. Non come vittima. Ma come alleata.
Youth4Nature ha portato giovani delegati alla COP15. Non per fare numero, ma per fare rumore. Per chiedere diritti. Per parlare di giustizia climatica. GYBN ha trasformato eventi e campagne in megafoni per chi spesso non ha voce.

Non stanno aspettando un futuro migliore. Lo stanno costruendo.
In ogni angolo del pianeta, le nuove generazioni stanno tracciando una rotta diversa. Un nuovo modo di abitare il mondo. Dove la natura non è un problema da gestire, ma una compagna di strada.
Ogni progetto, ogni parola, ogni pianta messa a dimora, è una dichiarazione: non vogliamo solo sopravvivere. Vogliamo vivere. In un pianeta che respira. In un mondo che ha ancora storie da raccontare.

Non salviamo il pianeta. Salviamo noi stessi, con il pianeta

Serve una svolta. Non basta più parlare, è il momento di fare scelte coraggiose. Politiche audaci, stili di vita consapevoli, economie rigenerative. La biodiversità non è un lusso. È la base, la condizione imprescindibile per qualsiasi futuro che meriti di essere vissuto.

E se qualcosa si sta muovendo non è solo tra i giovani. Ci sono governi, comunità, reti di contadini e movimenti sociali che stanno già cambiando rotta. Senza aspettare il via libera dei potenti, senza delegare la transizione alle multinazionali del green marketing. In Costa Rica, lo Stato ha investito risorse pubbliche per rigenerare le sue foreste e oggi oltre la metà del paese è coperta da verde. Ha dichiarato l’obiettivo di decarbonizzare completamente l’economia entro il 2050. Non a parole. Con leggi, trasporti elettrici, agroecologia e un piano nazionale disegnato con i movimenti contadini e le popolazioni indigene.

In Bolivia, la natura ha diritti. Non è uno slogan. È legge. La Ley de la Madre Tierra riconosce la Terra come soggetto vivente e giuridico. Significa che foreste, fiumi, montagne non sono proprietà da sfruttare, ma entità da rispettare. In Nuova Zelanda, il fiume Whanganui è diventato una persona giuridica. Un fiume con diritti. Difeso in tribunale dalle comunità Māori.

Ci sono poi le reti dal basso. Come Navdanya, in India, che difende i semi autoctoni dall’agrobusiness e forma migliaia di contadine e contadini in tecniche rigenerative. Come La Via Campesina, che unisce più di 200 milioni di contadini nel mondo, rivendicando sovranità alimentare, agroecologia e diritto alla terra. O come i progetti urbani di rinaturalizzazione, dalle super-illes di Barcellona agli orti sociali di Napoli Est, dove il verde lo piantano i centri sociali, metro dopo metro, al posto dell’abbandono.

Sono pratiche concrete. Non perfette, ma radicali. E soprattutto reali. Sono la prova che la crisi non è solo un destino da subire. È anche un sistema da disinnescare.

La biodiversità siamo noi

La biodiversità non è un dettaglio. È la base di tutto.
Eppure l’abbiamo trattata come un optional. Abbiamo costruito città senza alberi, sistemi agricoli senza impollinatori, economie senza equilibrio.
Abbiamo ridotto la natura a risorsa, la complessità a problema, la diversità a rumore di fondo.

E ora ci troviamo di fronte a un bivio.
Un milione di specie rischia l’estinzione. Un numero che fa rumore, ma che da solo non basta.
Perché non è solo questione di numeri. È questione di relazioni: tra esseri viventi; tra sistemi; tra noi e il pianeta.

La crisi della biodiversità non è un documentario da guardare su Netflix. È il terreno che si spacca sotto i piedi. È la siccità che toglie acqua alle coltivazioni. È il silenzio degli insetti, il vuoto dei mari, le piogge che non arrivano — o arrivano tutte insieme.
È l’effetto domino della nostra indifferenza.

Ma c’è chi non ci sta. Chi ha deciso che non basta più “essere preoccupati”. Che bisogna essere presenti. Visibili. Scomodi. Attivi.
Sono le comunità che proteggono le foreste, gli agricoltori che rigenerano i suoli, i giovani che occupano le piazze e scrivono mozioni, che usano TikTok come arma politica e le assemblee come spazio di creazione.

La verità è semplice, eppure potentissima: ognuno può fare la differenza. Ogni gesto quotidiano – dal modo in cui ci nutriamo a come ci spostiamo, da ciò che acquistiamo a chi scegliamo di sostenere con il nostro voto – ha un impatto. Sono scelte che, sommate, definiscono il mondo in cui viviamo. E non siamo soli. In ogni angolo del pianeta, da Nairobi a Napoli, da Quito a Kyoto, un’intera generazione si sta alzando. Non per chiedere il permesso, ma per cambiare le regole del gioco.

Sono giovani che non si accontentano di sopravvivere. Vogliono vivere in equilibrio con il pianeta, con le mani nella terra e lo sguardo puntato al futuro. Costruiscono ponti tra la scienza e la giustizia, tra la biodiversità e il diritto alla vita, portando energie nuove nei luoghi del potere e nei territori dimenticati. E realtà come Youth4Nature o il Global Youth Biodiversity Network non sono eccezioni: sono la punta dell’iceberg, l’avanguardia di un cambiamento che ha già preso forma.

La rigenerazione ecologica non è più un sogno per idealisti. È una necessità concreta. Ma è anche una possibilità straordinaria per trasformare le nostre economie, ridisegnare le città, creare lavoro, salute, benessere. In un mondo che sembra sull’orlo del collasso, possiamo scegliere un’altra strada. Ma serve lucidità. Serve coraggio. Serve visione.

Non possiamo più permetterci di trattare la natura come una risorsa infinita o una discarica da riempire. Dobbiamo imparare a riconoscerla per ciò che è: una rete viva, fragile, interconnessa, della quale siamo parte. La biodiversità non è qualcosa che “salviamo” per generosità: è ciò che ci tiene in vita, oggi e domani. Difenderla non è un atto di altruismo, ma di giustizia. È una questione di responsabilità intergenerazionale.

La vera domanda, ormai, non è più cosa rischiamo di perdere. È cosa vogliamo costruire.
Un sistema che consuma fino all’ultima goccia, o un modello che rigenera, che rispetta, che include?

Non si tratta solo di “salvare il pianeta”. Il pianeta continuerà a girare, con o senza di noi. È la vita che ospita, la nostra inclusa, a essere in bilico. La vera domanda è se vogliamo ancora far parte del suo futuro – e in quale modo.

Chi semina biodiversità non lo fa per nostalgia. Lo fa per visione.
Perché ha capito che non c’è giustizia climatica senza giustizia ecologica. Che non esiste benessere umano su un pianeta malato. Che salvare le api, i lupi, i coralli, non è una battaglia di nicchia — è una battaglia per la vita. Tutta. Anche la nostra.

Non sarà semplice. Non sarà veloce. Ma è possibile. E, soprattutto, è urgente.

Perché il tempo delle mezze misure è finito. Il tempo dell’attesa è scaduto.

Siamo la generazione che può scegliere di invertire la rotta. E se non lo faremo ora, non ci sarà un “poi” in cui rimediare. C’è solo un “adesso” in cui agire.

Agiamo, allora. Non facciamoci bastare un mondo che sopravvive a stento. Aspiriamo a un mondo che vive davvero, che canta sotto la pioggia e fiorisce dopo l’inverno.

Questo articolo è parte del percorso “Giornata della Terra 2025? E poi?”. Perché non basta un giorno per parlare di Terra, scopri la rubrica e le altre tappe del percorso.

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Scrive per noi

Federica Colucci
Federica Colucci
Giornalista e project manager con esperienza nella comunicazione ambientale e nell’organizzazione di eventi internazionali. Collabora a progetti che promuovono la sostenibilità e l’educazione ambientale attraverso il giornalismo e la gestione di reti globali.