Contro l’antisemitismo di oggi, una sfida anche educativa. Un ritorno di Adorno
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È il 2 novembre 1962 quando Theodor Wiesengrund Adorno tiene al Taunus Hotel di Wiesbaden la conferenza intitolata Zur Bekämpfung des Antisemitismus heute, tradotta ora da Franco Filice e Francesco Periper Marsilio Editore con il titolo Contro l’antisemitismo di oggi e una postfazione di Jan Philipp Reemtsma (pp. 80, euro 12, e-book 7,99).

Theodor Wiesengrund Adorno (Francoforte sul Meno 11 settembre 1903 – Visp, Svizzera, 6 agosto 1969), filosofo, musicologo e sociologo tedesco, collaborò con l’Institut für Sozialforschung di Francoforte sul Meno diretto da Max Horkheimer (1895-1973). Emigrò a Parigi all’avvento del nazionalsocialismo in Germania, poi, nel 1938 si trasferì negli U.S.A., prima a New York, poi a Los Angeles. Rientrò in Germania nel 1950 e, con Horkheimer, ricostituì l’Institut für Sozialforschung. Tra le sue opere: Dialettica dell’illuminismo (con Max Horkheimer), 1947; Filosofia della musica moderna, 1949; Minima Moralia, 1951; Tre studi su Hegel, 1963; Dialettica negativa, 1966.
Il 24 dicembre 1959, a Colonia, una sinagoga e un memoriale per le vittime del nazionalsocialismo erano stati imbrattati con scritte antiebraiche; da quel momento in tutto il paese compaiono graffiti di svastiche, e scritte inneggianti al nazionalsocialismo.
Nel 1961 Peter Schönbach pubblicò una monografia intitolata Reaktionen auf die antisemitische Welle im Winter 1959/1960 (Frankfurt am Main, Europäische Verlagsanstalt) contenente gli esiti di un sondaggio (232 questionari) per misurare le reazioni degli abitanti di Francoforte a questi fatti. Come riferisce Reemtsma nella sua post-fazione, “il 16% dei 232 intervistati ha manifestato simpatia per le posizioni antisemite, il 19% ha espresso una netta condanna di quelle idee e di quei comportamenti, il 41% ha preso le distanze, ma senza un forte coinvolgimento negativo, e il 24% non ha reagito affatto, ostentando indifferenza” (p. 59 ella traduzione italiana).

Germania, il passato che non passa
La conferenza di Adorno è cronologicamente poco distante da questi fatti che ricerche demoscopiche successive inducono a far considerare episodici, non più attuali. Adorno è di avviso opposto: “Dappertutto dove si predichi un certo tipo di nazionalismo militante ed eccessivo, è come se l’antisemitismo venisse automaticamente inglobato” (p. 12). Tempo fa, continua Adorno, “i bambini di estrazione piccolo-borghese e in parte anche proletaria hanno una certa tendenza ai pregiudizi antisemiti” (p. 13): i genitori, già seguaci attivi del Terzo Reich “si vedono costretti a difendere nei confronti dei figli il loro comportamento di allora, e vengono così quasi automaticamente indotti a rinverdire il loro antisemitismo degli anni Trenta” (ibidem).
Un passato che non passa e che non può passare, si aggiunge, perché è diventato fondativo del presente e del futuro non soltanto della Germania ricostruita ab ovo dalle autorità di occupazione anglo-americana, ma della stessa Unione europea; infatti, il nazionalsocialismo tedesco è venuto rappresentando, negli otto decenni che ci separano dalla fine della Seconda guerra mondiale, la pietra di paragone della malvagità di un regime politico, dopo il 1989 a pari diritto con il comunismo russo (il culmine di questa linea di tendenza simbolica è rappresentato dal recente “paradosso di Musk” secondo il quale “Hitler era un comunista”); nazionalsocialismo e comunismo sono la controparte dialettica del modello politico statunitense già a partire dalle prime teorizzazioni statunitensi del “totalitarismo” (celebre, fra tutte, quella di Friedrich e Brzezinsky diffusasi al tempo della Guerra Fredda).
Il diffondersi del negazionismo
E il nucleo fondante del nazionalsocialismo tedesco è l’ “antisemitismo” che si ritrova anche nel regime comunista russo (già a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, inoltre, sono stati pubblicati lavori – tra i quali va segnalato il volume di Benjamin Pinkus, The Jews of the Soviet Union: the History of a National Minority, Cambridge University Press, 1988 – sull’antisemitismo nell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche; motivo che contribuisce, oggi, a fondare la storiograficamente aberrante, quanto simbolicamente “parlante”, identità posta, soprattutto dai neo-conservatori statunitensi dei tempi più recenti, fra nazionalsocialismo e comunismo).
Al tempo della conferenza di Adorno niente si dice dell’antisemitismo nell’Urss; il problema sul tappeto è l’antisemitismo nella – allora – Germania Ovest attraversata da un “antisemitismo di ritorno”, per usare l’espressione di Peter Schönbach.
Se l’“essenza” del nazionalsocialismo è stato l’antisemitismo, se il nazionalsocialismo è stato un fenomeno di massa, se, dunque, tanto le “”leggi razziali”, quanto i campi di sterminio vanno considerati alla luce di una sorta di “silenzio-assenso” da parte del popolo tedesco, il problema della Germania è la responsabilità nelle azioni il cui profilo giuridico è stato delineato dal tribunale di Norimberga (“crimini contro l’umanità”).
Adorno nota che “un sintomo dell’enorme potere collettivo della ripulsa dell’intero complesso di colpe del passato è costituito dall’accoglienza entusiastica riservata in Germania, negli ultimi tempi, a una serie di autori anglosassoni che, rispetto alla questione della colpa bellica, sembrano deresponsabilizzare la Germania” (p.14). Un sintomo che si ripresenterà alla fine degli anni Ottanta non soltanto con le opere storiche di Ernst Nolte (il quale ridurrà il nazionalsocialismo a mera reazione al “pericolo comunista” nella Germania di Weimar), ma con lo sviluppo, in Francia, non meno che negli Stati Uniti e in Italia, nel corso degli anni Novanta, di un orientamento negazionista rispetto al fenomeno dei “campi di sterminio” (criticamente analizzato da Pierre Vidal-Naquet nel volume Gli assassini della memoria Saggi sul revisionismo e la Shoah, con un’introduzione di Giovanni Miccoli, Viella, Roma, 2007, prima edizione Editori Riuniti, Roma, 1993).
Antisemitismo e criptoantisemitismo
In Germania, il negazionismo storiografico era un fenomeno piuttosto esiguo, negli anni Sessanta; nel 1973 Thies Christophersen (1918-1997), già nazionalsocialista, pubblicò un libro dal titolo Die Auschwitz Lüge (La menzogna di Auschwitz) tradotto, poi, in lingua inglese. Con ogni evidenza, il fenomeno denunciato da Adorno allo “stato nascente” si è accresciuto con l’abbattimento del “Muro di Berlino”.
Occorre, secondo Adorno, argomentare in modo radicale, contestando alla radice la logica che ha portato alle leggi razziali del 1935 che sono state la premessa della istituzione dei campi di sterminio: “dire che in una democrazia la sola questione circa la partecipazione di determinati gruppi della popolazione a determinate professioni viola il principio di uguaglianza” (p. 15). Ma anche questo non può bastare; si constata, a esempio, che alle elezioni del 5 marzo 1933 i nazionalsocialisti avevano ottenuto il 43% dei voti sulla base di un programma che non dava adito a dubbi e rispetto al quale le leggi razziali del 1935 sono soltanto una deduzione logica.
Il consenso è un fenomeno di psicologia sociale e di psicologia della comunicazione; quali sono i motivi psicologici del consenso di allora e i motivi psicologici dell’antisemitismo occulto dei primi anni Sessanta? “Questo criptoantisemitismo è una funzione dell’autorità che sta dietro il divieto di manifestazioni apertamente antisemite. Ma è proprio in questo occultarsi che è insito un potenziale pericoloso: il bisbigliare, il vociferare […] l’opinione mai espressa completamente alla luce del sole, hanno da sempre costituito il modo di palesarsi delle insoddisfazioni sociali dei più svariati tipi, che in un ordinamento sociale non riescono a emergere chiaramente” (p. 15). Dobbiamo dire, allora, con Tommaso Campanella che “quante più cose si proibiscono, tanti più eretici si hanno”? Non basterebbe: “il criptoantisemitismo porta difilato alla fede nell’autoritarismo” (p.16). Noi, continua Adorno, non abbiamo a che fare soltanto “con persone che possiamo formare o cambiare, bensì anche con altre per le quali i giochi sono fatti, individui la cui peculiare personalità è, spesso, determinata in un certo senso da un irrigidimento, virtualmente non aperti all’esperienza, non abbastanza flessibili, in breve inaccessibili” (p. 17). Con costoro vanno usati tutti i mezzi repressivi disponibili, qualora si avventurino apertamente in manifestazioni antisemite “per mostrare loro che la sola cosa a cui sono ricettive, cioè l’effettiva autorità sociale, per il momento è ancora contro di loro” (p. 17).
Il problema dell’irrazionale nella psicologia sociale politica
Una situazione tipicamente dialettica, già delineata da Rousseau nel Contrat social (1762) e da Hegel nella Fenomenologia dello spirito (1807): l’autoritarismo non può essere fermato che da un contro-autoritarismo, non da un antiautoritarismo, un potere non può essere fermato che da un contropotere, non da un non-potere; come diranno gli studenti nel 1968: occorre umfunktionieren, occorre “rovesciare la funzione”, ma sarebbe irrealistico pretendere di sopprimere ogni funzione autoritativa. Si tratta, dunque, di distinguere fra autorità razionale e autorità irrazionale secondo le finalità, e le uniche finalità razionali sono quelle che emergono dall’umanismo marxiano (per quanto variamente lo si possa intendere): la piena realizzazione di ogni essere umano nella realtà sociale.
Il problema dell’irrazionale nella psicologia sociale politica è un problema reale: “Io considero proprio [il] cristallizzarsi razionale di tendenze irrazionali, la loro conferma o riproduzione attraverso varie forme di comunicazione di massa, oggi, una delle forze ideologiche più pericolose nella società contemporanea” (p. 21). Su questa cristallizzazione agisce la psicologia della réclame, oggi diremmo la psicologia del marketing, non a caso così apprezzata da Hitler (anche secondo la testimonianza di Hermann Rauschning, The Voice of Destruction, 1940) a da Göbbels (si pensi al suo libro Kampf um Berlin, 1932). Occorre sempre ricordare che “nell’epoca borghese [gli Ebrei] sono stati elementi portanti dell’illuminismo” (p.25). È necessario focalizzare l’attenzione sul punto nodale: l’elemento critico nello spirito degli Ebrei, legato alla loro mobilità sociale.
Questo momento critico è indispensabile alla società come momento della verità stessa; originariamente era insito nel principio della stessa società borghese, che oggi, nella sua tarda fase, cerca di sbarazzarsi del momento critico a favore di uno scialbo e falso ideale di positività” (p. 26). Ma questo momento critico è indispensabile alla libertà dello spirito: “Senza la sfera della mediazione, quella del commercio, del capitale monetario e della mobilità, la libertà dello spirito che si svincola dall’immediatezza dei rapporti costituiti sarebbe stata impensabile” (p. 28). Gli Ebrei sono stati obbligati per secoli a vivere della mediazione, dello scambio e anche grazie a loro si è sviluppato lo spirito critico che si espande nell’illuminismo.
Scaricare su altri, generalmente più deboli, gli istinti repressi e aggressivi
Come difendersi dall’antisemitismo? Occorre distinguere fra long term program e short term program. Quanto al long term program “bisogna possibilmente contrastare il costituirsi di caratteri ricettivi all’autoritarismo”, mentre “nell’operare immediato in un certo senso non si può rinunciare del tutto all’approccio autoritario” (p. 29).
A esempio, per il long term program occorre stimolare lo sviluppo dello spirito critico contro la diffusione dell’astrologia che “cerca di potenziare e di sfruttare gli istinti inconsci” (p. 20; si veda, di Adorno, Stelle su misura. L’astrologia nella società contemporanea, con introduzione di Franco Ferrarotti, Bibliotheka Edizioni, 2025 e Einaudi, Torino, 1985) e, come l’antisemitismo “prende spunto da inconsci istinti, conflitti, inclinazioni, tendenze per rafforzarli e manipolarli anziché rischiararli ed elevarli al livello di coscienza” (p. 20).
Oggi potremmo indicare anche il “terrapiattismo”, le “teorie del complotto” e il “negazionismo climatico” come ulteriori esempi di irrazionalismo “militante”.
Nella sfera educativa si sviluppa il carattere ricettivo all’autoritarismo: psicoanaliticamente si chiama carattere edipico, vale a dire: persone che da un lato sono dominate da una rabbia rimossa, ma che dall’altro, appunto perché non si sono potute sviluppare, sono inclini a identificarsi con l’autorità che le reprime e quindi a scaricare su altri, generalmente più deboli, i loro istinti repressi e aggressivi” (p. 31). Ne deriva un atteggiamento pseudo-ribelle che cerca ossessivamente un ordine, qual che sia e finisce per accordarsi con i detentori del potere reale quali essi siano.
Ma oggi una certa freddezza e carenza di rapporti con i bambini sortisce un effetto parimenti problematico, la personalità manipolatrice, secondo la terminologia usata nello studio di AA. VV. La personalità autoritaria. Questa tipologia corrisponde “a quei tipi pateticamente freddi, incapaci di rapporti, amministratori meccanici come Himmler e il comandante di lager Höβ” (p. 32) in grado di obbedire a qualsiasi ordine, più che per interesse, per indifferenza a quelle che sono le finalità razionali che ogni ordinamento sociale e politico deve avere. La cultura tecnocratica stessa tende a educare personalità di questo tipo fondandosi su un presupposto ideologico di non scientificità dei fini dell’ordinamento sociale e, quindi della irrilevanza dei fini stessi (ideologia di derivazione pragmatista e neopositivista esaminata da Max Horkheimer nel primo capitolo del volume Eclissi della ragione, 1947).
Oggi il problema è insegnare ai bambini che niente di quello che si trova nei social è oro colato
Le origini dell’antisemitismo nella prima infanzia sono da ricercare, generalmente, nella famiglia e quindi, al momento della scolarizzazione “i giochi sono generalmente fatti” (p. 33). Se i genitori si vogliono giustificare per le posizioni prese durante il Terzo Reich i bimbi tendono a riprendere le posizioni dei genitori. Di fronte a questo dato di fatto l’educatore “dovrebbe insegnare ai bambini che ciò che sentono a casa non è oro colato, che i loro genitori possono sbagliare” (p. 35); oggi il problema sarebbe insegnare ai bambini che niente di quello che si trova nei social è oro colato; ma il rischio, come notava Alexander Mitscherlich (Verso una società senza padre, 1963) era quello di una società in cui bimbi e giovani non hanno più modelli rimpiazzati efficacemente dal marketing e dai suoi valori impliciti. Intrinsecamente autoritari, anche se non più paternalistici (in senso “classico”).
Nella scuola andrebbe esaminato a fondo il problema dell’esclusione, “la formazione di particolari gruppi e cricche che vengono quasi sempre tenuti insieme dal proposito di impedire ad altri di partecipare ai loro giochi” (pp. 36-37). Il pregiudizio e la pratica antisemitica si fondano sulla stessa volontà di esclusione. Gli esclusi tendono a escludere: questo ha portato, a suo tempo, fasce non indifferenti del proletariato (e del sottoproletariato) tedesco ad appoggiare le pratiche nazionalsocialiste. Bisognerebbe, inoltre, contrastare la formazione dei cosiddetti “stereotipi positivi” perché essi implicano “stereotipi negativi”: “se uno dice: “Gli Ebrei sono tutti intelligenti”, anche se vuole essere elogiativo, non tarderà molto a dire: “Be’, è per questo che ci vogliono imbrogliare”.
Smantellare i pregiudizi collettivi
Occorre smantellare i pregiudizi collettivi in quanto tali; l’intelligenza è una caratteristica individuale, non etnica. Un discorso, questo che va sviluppato con decisione contro ogni stereotipo: “A noialtri ripugna ogni zelo punitivo, in americano “punitiveness”. Ma l’umanità viene molto spesso interpretata come segno di debolezza o di cattiva coscienza spianando la via al meccanismo del ricatto” (p. 45). Anche l’antiamericanismo è venato di antisemitismo, così come lo è l’antiintellettualismo; la base di quest’ultimo è nota: “La deviazione dall’opinione di gruppo ormai affermatasi è considerata a priori ambigua e sospetta” (p. 48). Non è un caso che “le immagini con cui molti messi di comunicazione di massa e in Germania non più che altrove, istigano contro gli intellettuali sono spesso stereotipi antisemiti camuffati” (p. 49). Anche la recente ondata di disprezzo contro le élites degli specialisti, negli Usa. non meno che altrove, in Occidente hanno lo stesso carattere degli stereotipi antisemiti (si veda Tom Nichols, La conoscenza e i suoi nemici. L’èra dell’incompetenza e i rischi per la democrazia, LUISS University Press, 2023).
I pregiudizi razziali di ogni genere “sono oggi arcaici e in stridente contraddizione con la realtà in cui viviamo”, ma si alimentano per effetto di una tendenza irrazionale a tenerle ferme, ad aggrapparvisi (p. 50).
Rispetto al 1962, non soltanto i pregiudizi razziali sono arcaici e in contraddizione con la nostra realtà quotidiana, ma sono pericolosi socialmente in quanto divisivi, almeno quanto lo è la disuguaglianza nelle opportunità che si rovescia in disuguaglianza economica e va ad alimentare il “popolo delle banlieue”. I pregiudizi razziali sono la premessa psicologica per la guerra civile etnica. Tuttavia, l’integrazione non è soltanto questione di “buona volontà”, ma essa richiede la trasformazione sociale del modo di produzione che genera le disuguaglianze sulle quali le ideologie divisive si innestano quando diventano strumenti di leaders politici. Anche qui, una politica di breve termine repressiva non è sufficiente senza una trasformazione sociale che renda uguali le opportunità di vita e concretizzi una pratica educativa vòlta all’integrazione.
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- FRANCESCO INGRAVALLE
- Francesco Ingravalle, già ricercatore di Storia delle istituzioni politiche presso l'Università del Piemonte Orientale, saggista e storico del pensiero e delle istituzioni politiche.
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