Persone/Guerra: la situazione in cui si diventa mostri, messa sulla scena
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Il giorno 11 giugno 2026 si è svolta presso il Teatro Astra di Torino la presentazione della stagione teatrale 2026-2027 intitolata “Persone/Guerra”.
“Sempre più spesso” si legge nella Presentazione “ci troviamo di fronte a forze storiche che mettono in discussione le nostre certezze, ci trascinano dinanzi a uno specchio di fronte al quale fatichiamo a riconoscere chi siamo.”
La guerra, anche oggi, è una di queste forze storiche.
Un percorso di venti anni
Come ha rilevato Giulio Graglia nel suo discorso introduttivo, in venti anni, oltre duecento produzioni – di cui il ministero competente e la critica hanno riconosciuto la qualità – attestano la continuità di un discorso che ha coinvolto il territorio valorizzando le compagnie teatrali attive su di esso, soprattutto under-35.
Matteo Bagnasco della Fondazione San Paolo ha sottolineato che il teatro, così inteso, fa della cultura uno strumento di inclusione sociale e un luogo di dibattito sulle grandi sfide del presente.
Un luogo di dibattito nel quale si pensa all’oggi e al domani, come ha rilevato Rosanna Purchia, Assessora alla Cultura della città di Torino.
Il teatro è il luogo che apre la possibilità del dibattito, come ha affermato Giampiero Leo della Fondazione CRT, aggiungendo che esso è fondamentale risorsa per la democrazia di fronte al prevalere, nei social, degli “odiatori”.
In particolare, la linea degli spettacoli del Teatro Astra si rivela straordinariamente consona con la linea emergente dall’ultima enciclica del Papa: occorre, soprattutto in questo momento, “disarmare le menti” e non soltanto le mani. Questo si può fare con l’intelligenza, con l’amore, con l’empatia e con la comprensione che la pratica teatrale stimola.
Scienza, tecnologia e cultura
Oggi, con la scienza e con la tecnologia, si opera, spesso, il peggio. Eppure, come osserva Guido Saracco, ex rettore del Politecnico di Torino, è proprio con questi strumenti che si può evitare il peggio.
La dimensione culturale della tecnologia è fondamentale. Il Politecnico di Torino è in prima fila per innescare una reazione a catena culturale di fronte a un presente per più versi inquietante. Di questa reazione a catena il teatro è una delle modalità più importanti.
L’identità e le sue trasformazioni
Pensare all’oggi e al domani: a questo scopo è stata posta al centro della programmazione del Teatro Astra l’idea di identità e le sue trasformazioni. Perché tutto l’universo sociale ruota attorno all’identità, collettiva e individuale.
Che cosa diventano le persone “quando si trovano ad affrontare esperienze estreme tali da farle diventare dei MOSTRI (stagione 2025/26)?
Che cosa diventano le persone quando sono coinvolte in una GUERRA (stagione 2026/27)?
Che cosa diventano le persone quando sono coinvolte in un rapporto d’AMORE (stagione 2027/28)?
Il tema è quello della metamorfosi: l’essere umano che diventa un lupo per i suoi simili e che, aggregandosi con altri, opera nella guerra e che, aprendosi al rapporto con l’altro, diviene preda dell’amore.
Il teatro è il luogo della metamorfosi per eccellenza. Qui chiunque diventa altro da sé, non soltanto per effetto della maschera, tragica o comica, che l’attore indossa.
Per poter divenire altro, bisogna essere potenzialmente altro. Ed è sulla scena che l’altro – che ci mette a disagio – prende corpo e diventa vita vissuta.
Come ricorda Aristotele, l’azione drammatica è: imitazione di un’azione seria e compiuta, avente una propria grandezza […] di persone che agiscono e non tramite una narrazione, la quale per mezzo di pietà e paura porta a compimento la depurazione di siffatte emozioni (Poetica, 49 b 25-28).
Vedere sulla scena l’altro che si potrebbe diventare, in determinate circostanze, suscita un processo critico reso possibile dalla trasformazione di quello che temiamo in una realtà che si oggettiva sulla scena (come “imitazione di un’azione” nota ancora Aristotele (Poetica, 49 b 48). Ed evita, data la sua forma dialogica, la chiusura dell’identità in sé stessa che è il presupposto di ogni conflitto e, quindi, della guerra.
La guerra nella stagione 2026-2027
La guerra è, dunque, il tema della stagione 2026/2027.
La guerra, la situazione in cui si diventa mostri.
Ma, rispetto al passato, oggi chi combatte non vede la morte che semina intorno a sé, attraverso le lenti degli strumenti tecnologici; la morte e la distruzione si intravedono soltanto da lontano, asetticamente, come in un war game.
Tutt’altro era lo scenario che si offriva agli occhi nella Prima guerra mondiale giorni e giorni dopo una battaglia.
“Nelle notti più afose i cadaveri gonfi si risvegliavano come spiriti, i gas uscivano dalle ferite sibilando e spumeggiando. Ma la cosa più orrenda era il brulichìo che ne fuoriusciva, in realtà null’altro che un ammasso di vermi”, scrive Ernst Jünger (La battaglia come esperienza interiore (1922), tr. it. di Simone Buttazzi, Piano B Edizioni, Prato, 2014, p. 28).
Già al bombardiere di Hiroshima era stato risparmiato un simile spettacolo. Ma a Gaza la storia è tornata sui suoi passi: chi uccide e chi costringe alla morte può vedere quello che fa. E accade che, nell’ubriacatura nazionalistica, arrivi a gloriarsene.
Tanto “La guerra è la politica ordinaria di tutti gli esseri viventi, e lo è fino al punto che lotta e vita sono in fondo una sola cosa, e che con la volontà di lotta si dilegua anche l’esistenza” scrive Oswald Spengler in Il tramonto dell’Occidente (cap. IV), quasi a giustificare naturalisticamente l’orrore.
Ma la guerra, in senso proprio, non è naturale, è umana.
Non c’è episodio della storia naturale, a detta degli etologi, che sia paragonabile alla Prima e alla Seconda guerra mondiale, o alle guerre dei nostri giorni. Nessuna fatalità, soltanto scelta, umana.
Ed è questa scelta che occuperà, come ha rilevato il regista Andrea De Rosa per fare soltanto qualche esempio, la scena di:
- “La guerra civile” tratto da Fabrizio Sinisi dalla Pharsalia di Marco Anneo Lucano che racconta come nacque l’impero romano dalle guerre civili della repubblica.
- “Quinto: non uccidere” di Ernst Lubitsch che, messo in scena da Massimiliano Civica, tematizzerà l’assurda domanda di perdono per un gesto irreparabile e, dunque, imperdonabile come l’uccidere.
- “I Persiani”, “Madre coraggio e i suoi figli”, “Orestea” di Eschilo.
Tutte immagini della guerra che saranno portate in scena.
Attraverso la metamorfosi bellica di esseri umani comuni in assassini, sarà rivelato sulla scena che nessun confine separa l’uccidere puro e semplice dall’uccidere in guerra, se non la cornice diplomatico-politica dell’azione militare (la guerra come continuazione della politica con altri mezzi di cui ragionava Carl von Clausewitz in Della guerra, 1832).
Una stagione teatrale per riflettere in profondità sul presente che alle metamorfosi più inquietanti ci ha ormai abituato.
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