Dilemmi morali tra umanità e barbarie
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Conferire alla vita un senso e per poter conferire alla nostra lotta quotidiana un significato. Ripubblicata l’antologia di William James, La volontà di credere e altri saggi, premessa di Francesco Ingravalle, Iduna Edizioni, Milano, 2025, pp. 137.

Quest’antologia, pubblicata nel 1946 e recentemente riproposta, ci porta nel vivo della elaborazione pragmatistica che così inequivocabilmente ha segnato il pensiero filosofico statunitense tra secolo XIX e secolo XX.
William James (1842-1910), fratello maggiore del noto scrittore Henry James (1843-1916) autore del famosissimo romanzo Il giro di vite pubblicato nel 1898, ha studiato chimica e anatomia presso la Lawrence Scientific School (Università di Harvard), poi medicina, presso la medesima università. Dal 1869 si orienta verso la filosofia che insegnerà a Harvard dal 1872. Con Charles Sanders Peirce (1839-1914), John Dewey (1859-1952) è stato una delle voci più importanti de pragmatismo statunitense.
Nel primo saggio, James elabora una “giustificazione della fede”. Si dia il nome di ipotesi a “qualsiasi cosa possa essere proposta alla fede”; l’ipotesi può essere viva o morta. Che essa sia viva o morta dipende soltanto dal suo rapporto con l’individuo che la pensa, cioè dalla disposizione dell’individuo ad agire coerentemente con l’ipotesi; quindi, la tendenza a credere equivale alla tendenza ad agire. Opzione è la decisione tra due ipotesi; chi decide, decide fra opzioni per lui vive, cioè significanti all’interno del contesto sociale della sua vita, come, a esempio, in ambito cristiano l’opzione “siate cristiani, oppure siate agnostici!”.
James va oltre: la convinzione stessa che esista una verità e che la nostra mente sia fatta per coincidere con essa è “un’appassionata affermazione di desiderio, sul quale si fonda il nostro sistema sociale.” Noi abbiamo bisogno di credere che i nostri esperimenti e studi e discussioni ci debbano porre in una posizione sempre più favorevole a metterci in contatto con la verità.
La verità è oggetto di fede, non di dimostrazione; la nostra logica non ci permette di rispondere alla semplice domanda “come fai a sapere che questa è la verità?” Noi crediamo perché ci serve credere in vista dell’azione. L’azione avviene in un contesto sociale, che è anche un contesto di credenze; esso ci presenta continuamente opzioni vive; a esempio: i diritti dell’uomo che la logica è impotente a dimostrare incontrovertibili, ma che la fede in essi può trasformare in prassi quotidiana. Si tratta, comunque, di decidere non “da dove viene un’idea, ma dove porta”. Si tratta di agire secondo l’idea.
Com’è noto William James è stato l’esponente principale del funzionalismo in psicologia, scuola di pensiero assai influente negli Stati Uniti d’America e si può vedere quanto sia centrale la funzionalità del pensiero rispetto alle esigenze della vita umana nel quadro della storia evolutiva della specie: non che cosa siano il pensiero e gli altri processi psichici, e quale sia la loro funzione nella storia evolutiva, adattiva, umana delineata da Charles Darwin (Principi di psicologia, 1890).
Come risolvere i (difficili) problemi morali
I problemi morali “si presentano immediatamente come problemi la cui soluzione non può attendere prove di esperienza”, riguardando essi non quello che esiste, ma quello che è bene che esista o che sarebbe bene che esistesse. Sul piano morale, la scienza mette di fronte a noi opzioni, ma non ci dice quale opzione trasformare in azione: essa può dirci che un determinato fenomeno ha basi nella realtà naturale, ma non può dirci se accettarlo come regola di condotta, oppure sostituirlo con una realtà artificiale. Le finalità delle nostre azioni dovremo trovarle in noi. Ma noi siamo il nostro ambiente famigliare, il nostro ambiente sociale, il paese in cui viviamo, l’epoca in cui viviamo.

All’evidenza della religione (cristiana) bisogna andare incontro, affidarsi, cioè, fidarsi; “nessuna campana rintocca in noi per farci sapere quando la verità è nel nostro pugno.”
In modo ancora più chiaro James scrive, circa il nostro rapporto con la fede: “Noi stiamo su un passo montano in mezzo a neve turbinante e a nebbia accecante, attraverso le quali abbiamo a tratti la visione di sentieri che possono essere ingannevoli. Se prendiamo la strada sbagliata, ci sfracelleremo. E non sappiamo se ce n’è una buona. Che dobbiamo fare? “Sii forte e di buon animo”. Agisci per il meglio, spera nel meglio e prendi ciò che viene…se la morte pone fine a tutto, noi non possiamo affrontare la morte in modo migliore.” La situazione immaginata qui potrebbe valere, per il lettore di oggi, come trasposizione della situazione esistenziale tipica della “modernità liquida” e nell’esistenza flessibile nel capitalismo cibernetico, nell’economia del denaro; in questa situazione vivere comporta continui atti di fede, non di rado smentiti dalla dinamica dei fatti.
Credere che vale la pena di vivere
Il grande avversario di questo modo di vedere è il pessimismo da cui muove il secondo saggio (Mette conto di vivere?). James sostiene che “troppo indagare e troppo poca responsabilità di azione conducono […] all’orlo della china”, cioè a una concezione cupa e suicida della vita. Concezione cupa e suicida che è essenzialmente una “malattia religiosa” in quanto essa è “un’esigenza religiosa cui non giunge una adeguata risposta religiosa.” Alla sua radice c’è la contraddizione “tra i fenomeni della natura e la brama del cuore di credere che dietro la natura c’è uno spirito di cui la natura è la manifestazione.” La natura visibile, nota James, “è tutta plasticità ed indifferenza – un multiverso morale, come si potrebbe chiamarlo e non un universo morale.”
James afferma che “il cosiddetto ordine della natura, che costituisce l’esperienza terrena, è solo una parte dell’universo totale, e che al di là del mondo visibile si estende un mondo invisibile del quale ora non conosciamo niente di positivo, ma nella relazione col quale consiste il vero significato della nostra presente vita terrena.” Abbiamo il diritto di credere questo, per potere conferire alla vita un senso e per poter conferire alla nostra lotta quotidiana un significato; “credete che vale la pena di vivere, e la vostra fede contribuirà a creare il fatto.”
Il saggio Il sentimento di razionalità muove dalla domanda: perché i filosofi filosofano? La risposta è apparentemente semplice: “per raggiungere la vera struttura razionale delle cose”. Risposta apparentemente semplice perché essa suscita un’altra domanda: “come fa il filosofo a riconoscere la vera struttura razionale delle cose per quello che è?” Quali sono i segni della razionalità delle cose? Secondo James, i segni sono meramente psicologici: “il passaggio da uno stato di confusione e di perplessità alla comprensione razionale” è accompagnato da vivace sollievo e piacere. La comprensibilità razionale porta ordine nel caos dell’esistere; uno dei segni della razionalità è, dunque, anche di natura estetica.
La psiche umana esiste in funzione dei rapporti sociali
Tuttavia, le “concezioni della realtà”, come mostra la storia della filosofia, sono estremamente varie non soltanto nello scorrere del tempo, ma anche in uno stesso tempo: “Di due concezioni ugualmente adatte a soddisfare l’esigenza logica, quella che eccita gli impulsi attivi, o che soddisfa esigenze estetiche meglio dell’altra, sarà considerata la concezione più razionale, e giustamente prevarrà.” La nostra natura estetica e pratica approva o respinge i diversi sistemi filosofici: il “mi piace” o il “non mi piace”, l’“è bene”, oppure “è male” sono i giudizi di ultima istanza del conoscere (ove il “mi piace” è il bello e il bene è identificato con l’utile). L’intelletto, dunque, è costituito totalmente dalla dimensione “pratica” ed è incompleto finché esso non si “scarica in azioni”. Se questo è vero, “la verificazione della teoria che voi potete assumere intorno al carattere morale oggettivo del mondo può consistere soltanto in questo – che se voi cominciate ad agire secondo la vostra teoria, essa non sarà rovesciata da niente che più tardi risulti come frutto della vostra azione ed armonizzerà così bene coll’intero corso dell’esperienza che questa, se mai, l’adotterà, e al massimo le darà una più ampia interpretazione, senza obbligarvi in alcun modo a cambiare l’essenza della sua formulazione.”
Ma, come ha scritto Marx, lo ripetiamo, l’essere umano è il mondo dell’essere umano, vale a dire l’insieme dei rapporti sociali di produzione nei quali l’essere umano vive e l’insieme delle strutture simboliche (ideologie) secondo le quali egli si rappresenta il mondo in cui vive. La sua psiche esiste in funzione dei rapporti sociali nei quali è inserita; le sue decisioni sono prese in funzione di questo contesto, così come lo sono i contenuti oggetto di decisioni prese in funzione del “bello” e dell’“utile”. Esse hanno, cioè, un “marchio di classe sociale”.
Nel saggio Il dilemma del determinismo James prospetta l’assunzione (non la dimostrazione) del libero arbitrio come vero e l’azione condotta come se esso fosse vero. Come egli scrive, il mondo si è rivelato, fino a un certo punto, plasmabile dalle esigenze della nostra razionalità – e si potrebbe dire che il progresso tecnologico ne è una conferma empirica- pur se il principio di causalità che guida le scienze della natura “è un altare ad un dio ignoto come quello che San Paolo trovò ad Atene.”
Del resto, tutti i nostri ideali scientifici e filosofici sono altari a dèi sconosciuti, perché la realtà si muove secondo il caso, secondo la probabilità e in questo consiste il suo “pluralismo”. Pertanto il volere umano è libero; la fede nella libertà del volere umano, precisa subito James, “non è affatto incompatibile con la fede nella Provvidenza, purché non limitiate la Provvidenza a fulminare soltanto decreti fatali.” La Provvidenza, infatti, va concepita, alla luce della fede nel libero arbitrio umano, come una forza che traccia possibilità che possono passare all’attualità a opera dell’essere umano.
Impegno sociale e impegno politico orientato al “bene”, alle “evidenze del cuore”
Libero l’essere umano, probabilistico l’andamento degli eventi naturali e sociali, il soggetto che agisce non può che avere come motto di divenire, pindaricamente, quello che egli è attraverso l’azione e la formulazione della fede che la “giustifica”. Sennonché, quello che egli è gli deriva dal mondo sociale nel quale vive (oltre che dal suo patrimonio genetico, pur modificabile entro certi limiti, dall’ambiente sociale) e questa indiscutibile derivazione configura i suoi criteri decisionali come non assoluti, ma come puramente soggettivi (anche se intersoggettivabili) e come socialmente determinati – per quanto essi siano assunti dall’agente come assoluti. Le decisioni degli esseri umani possono portare alla piena realizzazione della vita di tutti gli esseri umani stessi o alla barbarie, come si è visto e come si continua a vedere. Che cosa impedisce che le finalità “buone” siano sommerse dalle finalità “malvage”, per riassumere in una domanda le questioni cruciali che, si potrebbe dire, a margine del pragmatismo di James, poneva Max Horkheimer in Eclissi della ragione (1947)? L’impegno sociale, l’impegno politico orientato al “bene”, alle “evidenze del cuore”, per lo meno in un contesto culturale che ha una storia problematica come l’Occidente. Che cosa ci direbbe il confronto con le culture non-occidentali praticato costantemente dagli antropologi culturali? Forse si può rispondere con un noto verso dell’Antigone di Sofocle: “Molte sono le cose terribili, ma non c’è niente di più terribile dell’essere umano”. Terribile: in greco antico deinòs, cioè capace di essere malefico o benefico, perché ricco di ingegno e capace di ogni espediente, quanto indifeso di fronte alla malattia e alla morte. In quest’essere terribile sta il potere di decidere in un senso o nell’altro. Non è l’individuo, quest’essere terribile; è la specie in tutte le sue forme di vita sociale sino alla più potente: la società tecnologica di massa in cui milioni e milioni di atti di fede configurano i rapporti sociali e i rapporti internazionali e le parole su di essi
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- TIZIANA CARENA
- Tiziana C. Carena, insegnante di Filosofia, Scienze umane, Psicologia generale e Comunicazione, Master di primo livello in Didattica e psicopedagogia degli allievi con disturbi dello spettro autistico, Perfezionamento in Criminalistica medico-legale. È iscritta dal 1993 all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Si occupa di argomenti a carattere sociologico. Ha pubblicato per Mimesis, Aracne, Giuffrè, Hasta Edizioni, Brenner, Accademia dei Lincei, Claudiana.
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