Una prima italiana: ad Archivio Aperto il cinema ecologico e sperimentale di Rose Lowder
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(L’immagine di apertura è tratta dalla prima serie dei famosi Bouquets di Rose Lowder, “montati” in macchina al momento delle riprese secondo modalità precedentemente messe a punto. Ogni bouquet è composto di immagini colte ogni volta in uno stesso luogo in momenti diversi, accuratamente selezionate e intrecciate tra loro, includendo anche delle piante avventizie, che si rivelano nocive o utili a seconda delle circostanze.)
Dal 26 al 30 settembre 2025 si terrà a Bologna la XVIII edizione del festival Archivio Aperto, dedicato alla riscoperta del patrimonio cinematografico in piccolo formato – privato, amatoriale, sperimentale, d’artista – e al suo riuso contemporaneo, organizzato dalla Fondazione Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia.
Quest’anno il titolo è Time of liberations: alla sezione competitiva dedicata a opere documentarie e sperimentali che mettono al centro il riuso di archivi e memorie familiari, si affianca un’ampia programmazione di incontri, workshop, sonorizzazioni dal vivo, installazioni e rassegne in pellicola. Tra queste, La natura dell’archivio, lo spazio dedicato alle contaminazioni tra mondo botanico e memoria, pellicole e archivi, che quest’anno ospiterà la retrospettiva Il cinema di Rose Lowder: ecologia, caso e necessità, con la proiezione in pellicola 16mm di quindici opere dell’artista, presente al festival insieme allo studioso di cinema sperimentale Vincent Sorrel (Università di Grenoble).

Rose Lowder nasce a Miraflores, a Sud-Ovest di Lima, da genitori inglesi. Studia pittura e scultura all’Art Center (1951-1957) e all’Escuela de Bellas Artes (1957-1958) della capitale peruviana. Trasferitasi a Londra, frequenta il Regent Street Polytechnic (1960-1962) e poi la Chelsea School of Art (1962-1964). Nello stesso periodo vede Recreation di Robert Breer (1956), un film che si rivelerà fondamentale per la sua futura attività di cineasta.
Una volta terminati gli studi, lavora come editor assistant per la BBC e si interessa, attraverso innumerevoli letture, alla teoria del cinema e alle questioni legate alla percezione. A partire dalla metà degli anni ’70 realizza i suoi primi film, inizialmente non destinati a un pubblico, ma come lavori artistici personali. Nello stesso periodo fonda con il suo compagno cineasta e studioso Alain-Alcide Sudre le Archives du Film Expérimental di Avignone, una collezione di pellicole inedite e documenti rari oggi conservati presso Light Cone (Parigi).
Grande sensibilità e rispetto per l’ambiente
Più tardi, alla sua pratica filmica si aggiungerà una tesi di dottorato sul film sperimentale come strumento di ricerca sulla visione, una ricerca già iniziata da tempo con Loops (1976-1977), una serie realizzata agendo direttamente sulla pellicola.
Lowder è autrice di circa sessanta films, sempre rigorosamente in 16mm, a dimostrazione dell’importanza della dimensione materiale nel suo lavoro, che resta personalissimo, combinando modalità tecniche a lei specifiche, con la sua grande sensibilità e rispetto per l’ambiente, forse anche grazie ad un’infanzia passata molto all’aria aperta, immersa nella vegetazione tropicale e subtropicale peruviana, come racconta lei stessa in diverse interviste, ad esempio su Millennium Film Journal (n. 30-31, autunno 1997, mia trad.):
“La mia consapevolezza dell’ambiente che mi circonda potrebbe essere il risultato del fatto che sono nata in Sud America e durante tutta la mia infanzia sono stata lasciata sola in un giardino. Già da neonata, mi mettevano in una carrozzina sotto l’albero di avocado. Mia madre probabilmente pensava che mi giovasse stare all’aria aperta, al fresco”
Leggi l’intervista di Scott MacDonald a Rose Lowder.
Al centro della sua filmografia si trova infatti il mondo naturale in una prospettiva decisamente ecologica, che tra l’altro rispecchia il modo di essere e di vivere della cineasta, in quanto individuo e in quanto artista. L’arte e la vita per Lowder sembrano coincidere, inglobando il suo modo di fare cinema e contemporaneamente i soggetti filmati, sui quali non esercita alcuna forzatura, aspettando il momento giusto per registrarne la realtà fenomenica.
Archivio Aperto presenta – occasione unica in Italia – tre programmi in cui spiccano le famose serie di “bouquets” realizzate a partire dal 1994 in un’ottica di sperimentazione nel senso letterale, come lavori di ricerca sempre in evoluzione. I – quaranta – Bouquets si presentano quindi come dei “laboratori” in cui la natura viene esplorata, inquadratura per inquadratura, in un gioco tra l’incognita delle condizioni di ripresa in plein air in balia delle condizioni meteorologiche e il rigore geometrico del metodo di lavorazione.
Si intrecciano così un’ottica impressionistica che guarda alla casualità come condizione ontologica del vivere e la precisione di una regola fatta di tecnica, che, in una sorta lavoro di tessitura, la cineasta si impone attraverso un particolare uso delle sue cineprese Bolex, in una estrema economia del filmare, che non è però un’economia di tempo della cineasta, perché se un Bouquet dura circa un minuto, la sua realizzazione può comportare più giorni di lavoro o rimanere interrotto, anche per anni, finché non ci sono le condizioni giuste per riprenderlo.
Storie ambientali diversamente narrative
Quel che conta è infatti instaurare un dialogo con il reale in modo da mostrare una natura viva e vibrante e non creare delle nature morte. Al momento della proiezione Lowder dà letteralmente vita alle immagini: come in fuochi d’artificio, queste prendono vita sullo schermo interagendo tra di loro, creando sovrapposizioni e movimenti.
Nei tre programmi proposti, viene esplorata la relazione tra la tecnica e il mondo naturale (soprattutto vegetale, ma non esclusivamente), sia come principio strutturante (Voliers et coquelicots può essere visto come esemplare in questo senso) che come soggetto, sconfinando anche verso film che hanno una valenza documentaria (per esempio Fleur de sel).
L’altro polo attorno a cui ruota la selezione del festival è il rapporto tra il caso, che, come nell’esistenza di ciascuno di noi, all’improvviso può irrompere, configurando il reale in modo inaspettato, impromptu (come recita il titolo di un film) e la necessità, che innerva l’estetica del cinema di Lowder sotto forma di costruzioni estremamente controllate che danno luogo a emozionanti poesie cinematografiche spesso floreali, vegetali, acquatiche, minerali o agricole.
Non bisogna infatti dimenticare che i soggetti scelti da Lowder sono anch’essi costitutivi del suo cinema, scelti ad hoc per un discorso che valorizza l’ambiente e la sua salvaguardia, dai campi di papaveri e di girasoli della Provenza, a luoghi, spesso in Francia (le saline di Guérande, le sorgenti della Loira…), ma non esclusivamente (per esempio cascina Piola a Capriglio, in provincia di Asti) in cui si svolgono progetti di agricoltura e produzione biologica e di protezione dell’ambiente.
L’occasione offerta da Archivio Aperto è quindi davvero unica per apprezzare le storie ambientali diversamente narrative di Rose Lowder.
Per ulteriori dettagli: https://www.archivioaperto.it/programmi/la-natura-dellarchivio-il-cinema-di-rose-lowder-ecologia-caso-e-necessita/ e https://lightcone.org/en/filmmaker-199-rose-lowder .
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- Laura Vichi
- Laura Vichi (PhD), ex-docente universitaria, è ricercatrice indipendente e dirige L’Usine aux Images (Pays d’Arles) per la diffusione della storia del cinema per tutti e un approccio critico alla cultura visuale. È autrice di libri su Henri Storck e Jean Epstein e di numerosi saggi apparsi in volumi collettanei e riviste internazionali (Immagine, Cinéma & Cie, Archivos, Textimage, Écran, Quaderni del CSCI, Studies in French Cinema, Arabeschi, Сeaнc/ Séance). Le sue ricerche vertono sul cinema degli anni Venti e Trenta del Novecento, sulle relazioni tra la storia del cinema e la storia delle donne, sul cinema e le altre arti.
La foto del profilo è di Antonin Maja per La Marseillaise.

