Il petrolio va a picco: i dati del futuro energetico

perché nell’articolo in questione si fa il punto sulla situazione della produzione e dei consumi di petrolio, quindi su domanda e offerta e di conseguenza sull’ipotizzabile andamento del prezzo del petrolio che, in un’economia di mercato, è appunto determinato dall’incontro tra domanda e offerta o, ancor più, dal loro mancato incontro.

La conclusione dei due ricercatori è che siamo vicini al raggiungimento del “picco”, cioè del momento in cui le riserve di petrolio nel sottosuolo tendono a calare. E siamo non lontani dalla data che i ricercatori del MIT avevano ipotizzato nel loro primo rapporto al Club di Roma, la cui traduzione (dal titolo erroneamente tradotto) arrivò in Italia giusto 40 anni fa, nel 1972 e fu pubblicata da Mondadori nel volume I limiti dello sviluppo.

Il Club di Roma ci azzeccò
Il rapporto è noto soprattutto per le valutazioni sul modo in cui la crescita era stata realizzata e sui rischi per l’intero pianeta se si fosse voluto continuare su quella strada. Ma a me fece indusse a riflettere soprattutto su un altro aspetto: sulla valutazione, cioè, della presumibile durata della disponibilità di alcune fonti di energia e materie prime fortemente presenti nel vigente modello di sviluppo. Con riguardo al petrolio la valutazione era che, in condizioni favorevoli (rinvenimenti di nuovi giacimenti capaci di quintuplicare le disponibilità note all’inizio degli anni Settanta), il petrolio avrebbe cominciato a scomparire nel 2020.

Produzione stagnante, prezzi selvaggi
Dunque saremmo vicini al raggiungimento del picco e, sinteticamente, i dati sono questi: tra il 1998 e il 2005 la produzione di greggio e la domanda sono cresciute di pari passo, poi qualcosa è cambiato e la produzione è rimasta grosso modo costante malgrado un aumento del prezzo di circa il 15% all’anno, dai circa 15 dollari al barile del 1998 agli oltre 140 dollari del 2008. Ma quello che più conta, ed è indicativo del raggiungimento del picco, è che dal 2005 la produzione globale di greggio non riesce a superare i 75 milioni di barili al giorno. È per questo che il prezzo oscilla in modo definito “selvaggio” dai 70 dollari a barile del 2006 ai 150 del 2008 ai 50 del 2009 agli oltre 100 attuali.
Tuttavia per impostare correttamente il problema, bisogna dire che «non stiamo restando senza petrolio; ma stiamo finendo quello che può essere prodotto con facilità e a basso prezzo». Ma, poiché i vecchi giacimenti si stanno esaurendo al ritmo del 5% annuo e quelli nuovi o ipotizzabili in seguito a nuove scoperte non riescono a compensare questo calo, non si riesce a soddisfare la domanda che cresce alimentata soprattutto da Asia e Brasile.
Si punta, perciò, a incrementare il ricorso al petrolio non convenzionale, ma non è ipotizzabile che sia questo a colmare la differenza.
Come notano Murray e King, «la produzione di petrolio a partire dalle sabbie bituminose del Canada – la cosiddetta “ultima dose del petrodipendente” – dovrebbe raggiungere, secondo le attese, appena i 4,7 milioni di barili al giorno per il 2035. Quello ottenuto dalle sabbie bituminose del Venezuela è attualmente meno di 2 milioni di barili al giorno, con ben poche prospettive di spettacolari aumenti».

Gli altri combustibili fossili non solo la soluzione
Se questa è la situazione sommariamente riassunta con riguardo al petrolio va detto subito che le risorse degli altri combustibili fossili non sembrano in grado di colmare il buco.
Non il carbone: molti credono che il carbone sarà la soluzione ai nostri problemi energetici, e che rimarrà a buon mercato ancora per decenni. Ma parecchi studi recenti suggeriscono invece che il carbone disponibile è meno abbondante di quanto si sia finora dato per assodato. La produzione di carbone degli Stati Uniti ha toccato il suo massimo nel 2002, e la produzione mondiale di energia da carbone, secondo le proiezioni, dovrebbe toccare il suo punto più alto già nel 2025.
Ad ogni aggiornamento delle cifre delle riserve di carbone, le stime sono in genere riviste al ribasso: l’ammontare stimato delle riserve mondiali (che per il 79% sono detenute da Stati Uniti, Russia, India, Cina, Australia e Sud Africa) è stato ridotto di più del 50% nel 2005, al livello di 861 gigatonnellate (miliardi di tonnellate). Il relativo studio poneva la produzione finale di carbone (il quantitativo totale che l’umanità sarà in grado di estrarre dal suolo) a 1163 gigatonnellate. Una stima indipendente della produzione finale formulata nel 2011 è arrivata a un valore di sole 680 gigatonnellate, del 40% più bassa del valore stimato nel 2005 e circa cinque volte inferiore a quanto era stato assunto in alcuni precedenti scenari ad alto consumo di carbone dell’IPCC (l’organismo dell’ONU sul cambiamento climatico).
Il comitato del National Research Council degli Stati Uniti incaricato della valutazione di ricerca, tecnologia e risorse carbonifere ai fini della politica energetica ha osservato nel 2007 che «le attuali stime delle riserve di carbone sono basate su metodi che non sono stati mai più sottoposti a revisione o riesame dopo la loro prima formulazione nel 1974 […] i metodi aggiornati indicano che solo una piccola frazione delle riserve precedentemente stimate è costituita da riserve effettivamente estraibili».

Stime esagerate
Per parte sua, invece, il gas naturale è ancora abbondante e ne sono state effettuate grosse scoperte di recente, in particolare in Israele e in Mozambico. Le centrali a gas naturale forniscono il 25% dell’elettricità generata negli Stati Uniti e la cifra è in aumento. La sua produzione convenzionale negli Stati Uniti ha toccato il massimo nel 2001, ma le aziende energetiche hanno fatto grossi sforzi per promuovere l’idea che la fratturazione idraulica delle rocce scistose (o scisti bituminosi) condurrà a una vera e propria «età del gas naturale». Non c’è alcun dubbio sul fatto che le risorse di gas ricavabile dalle rocce scistose negli Stati Uniti sono immense, ma recenti rapporti fanno pensare che sia le riserve che i futuri tassi di produzione siano stati sostanzialmente esagerati.

Cosa può succedere?
Stando così le cose, in presenza di un picco del petrolio vicinissimo, se non già toccato, che cosa può succedere?
Innanzitutto incremento dei conflitti per il suo accaparramento. In aggiunta, l’inevitabile forte e incontrollabile aumento del prezzo.
Tutto ciò ha evidenti ripercussioni per l’economia globale strettamente legata alla disponibilità di queste risorse.
I paesi occidentali che sono tradizionalmente i maggiori consumatori di petrolio, stanno riducendo i loro consumi, ma l’aumento del prezzo del barile annulla i vantaggi economici di questa riduzione. È il caso dell’Italia.
Secondo Murray e King un altro efficace esempio dell’effetto della crescita dei prezzi del petrolio lo si può vedere in Italia. «Nel 1999, quando il paese ha adottato l’euro, l’attivo commerciale annuo del paese era pari a 22 miliardi di dollari. Da allora, la sua bilancia commerciale è cambiata in modo notevolissimo, e oggi l’Italia ha un passivo di 36 miliardi di dollari. Anche se le cause di questa svolta sono molte, fra cui la crescita delle importazioni dalla Cina, l’aumento del prezzo del petrolio è la più importante di tutte. Malgrado un calo delle importazioni pari a 388.000 barili al giorno rispetto al 1999, l’Italia spende oggi 55 miliardi di dollari all’anno per importare petrolio, rispetto ai 12 miliardi del 1999. La differenza è prossima al corrente deficit della bilancia commerciale. Il prezzo del petrolio ha probabilmente dato un forte contributo alla crisi dell’euro nell’Europa meridionale, i cui paesi dipendono completamente dal petrolio estero. Malgrado un calo delle importazioni pari a 388.000 barili al giorno rispetto al 1999, l’Italia spende oggi 55 miliardi di dollari all’anno per importare petrolio».
Tutto ciò in un lungo periodo di crisi economico finanziaria nel quale soprattutto nella Unione Europea si pensa più a far quadrare i conti che ha puntare su politiche di stimolo alla crescita. Quando queste dovessero essere affrontate e perseguite, la domanda di petrolio potrebbe crescere anche qui e, vista la rigidità dell’offerta, il prezzo troverà ulteriori motivi di schizzo verso l’alto con effetti depressivi sull’economia.
Dunque, come si potrà rispondere alla potenziale carenza di energia globalmente intesa da combustibili fossili e con prezzi in ascesa?

Occorre pensare delle alternative
Come già avvenne l’indomani della guerra del Kippur (ottobre 1973) e della successiva grave crisi internazionale delle fonti di energia provocata proprio dall’eccezionale aumento del prezzo del barile, troverà nuovo impulso la ricerca di fonti rinnovabili che da integrative possano diventare effettivamente alternative ai combustibili fossili.
Rispetto al 1973 questa ricerca e l’applicazione dei suoi risultati (solare termovoltaico ed eolico in modo articolare) è molto più avanzata. Ma allora la disponibilità di petrolio era notevolmente maggiore di oggi. E poiché i tempi della sostituzione dei combustibili fossili con energie nuove e tecnologie appropriate è di non breve periodo, sarà necessario puntare anche su altri giacimenti, per così dire, immateriali. Vale a dire che sarà necessario pescare con convinzione al poco esplorato giacimento del risparmio realizzabile attraverso la razionalizzazione dei consumi, la lotta agli abusi e agli sprechi, ma anche puntando sull’incremento dell’efficienza nella produzione e nell’uso di energie fossili.

Clima e combustibili fissili: un legame forte e diabolico
Infine, se la produzione e il consumo di combustibili fossili è anche una sicura causa di immissione e accumulo di gas serra in atmosfera, che cosa può succedere dopo il picco e il successivo calo del consumo di petrolio?
«In molte parti del mondo, e in particolare negli Stati Uniti, – scrivono Murray e King – un insistente dibattito sulla qualità della scienza del cambiamento climatico e i dubbi sulle dimensioni degli impatti ambientali negativi hanno fatto da remora alle scelte politiche di riduzione della crescita delle emissioni di gas-serra. Ma può esserci una ragione più persuasiva per abbassare le emissioni globali: l’impatto del calo dell’offerta petrolifera sull’economia».
Cambiamento climatico e nuovi sviluppi nella produzione di combustibili fossili sono in genere visti come fenomeni separati. Ma in realtà sono strettamente legati. Del rischio di una limitazione dell’offerta di combustibili fossili bisogna certamente tenere conto quando si considerano le incertezze legate ai futuri cambiamenti climatici. Gli approcci di cui c’è bisogno per affrontare gli impatti economici della scarsità di risorse e quelli del cambiamento del clima sono gli stessi: andare oltre la dipendenza dalle fonti energetiche date dai combustibili fossili.

Attenzione agli insabbiatori
In realtà è vero che negli ultimi anni l’attenzione verso il riscaldamento globale ed i fenomeni ad esso collegati è andata drasticamente diminuendo. La colpa, secondo Bill McKibben, abbastanza noto ambientalista americano (“La bolla del petrolio”, L’internazionale del 10 febbraio 2012) «è dell’industria dei combustibili fossili (petrolio, gas e carbone) che paga per insabbiare il problema». Queste industrie avrebbero abbondanti risorse economiche da investire nel campo delle energie rinnovabili, ma preferiscono puntare ancora sulle riserve di combustibili fossili le quali non sarebbero ulteriormente sfruttate se si riflettesse seriamente sui pericoli collegati ai mutamenti climatici provocati dalla loro combustione. Se si pensa che sottoterra vi è un valore stimato in 20.000 miliardi di dollari si capisce perché pagano il silenzio e vanno cercando nuovi giacimento piuttosto che lasciare dove sono quei giacimenti e investire in fonti la cui trasformazione e il cui uso non comporta emissioni di gas serra in atmosfera.

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UGO LEONE
UGO LEONE
Già professore ordinario di politica dell'ambiente presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Napoli "Federico II". I suoi interessi scientifici e i contenuti delle sue pubblicazioni sono incentrati prevalentemente sui problemi dell'ambiente e del Mezzogiorno. E' autore di numerosi volumi e editorialista dell'edizione napoletana del quotidiano "la Repubblica". Per molti anni è stato presidente del Parco nazionale de Vesuvio.

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