Il Timeo di Platone: un’archeologia della sostenibilità
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Dai filosofi dell’antichità ci giungono inappellabili ammonimenti. Il mito platonico del Demiurgo ci mostra un artefice divino che modella, sulla base di un modello eterno, lo spazio in movimento continuo e disordinato. Nessun elemento deve sopravanzare l’altro, ma deve svolgere la funzione che più gli è propria, pena la distruzione del tutto. Da Platone a Naomi Klein, passando per Aurelio Peccei e il Club di Roma.
Il Timeo di Platone appartiene, con ogni probabilità, all’ultima fase della vita del filosofo ateniese del IV secolo a. C. In esso è tracciata una immagine del cosmo che ebbe grande influenza sulla teologia dei tre grandi monoteismi: sul De mundi opificio di Filone di Alessandria (nato tra il 30 e il 20 a. C. e ambasciatore degli Ebrei presso l’imperatore romano Caligola), su Aurelio Agostino (IV secolo d. C), in particolare libro XI, 7 delle Confessioni e sulla teologia islamica del tempo di Haroun El Raschid (Califfo tra il 785 e l’809); con il Timeo si confronterà, da un’ottica aristotelica, Dante Alighieri nel Convivio.
Il cosmo è considerato come una grande politèia, come una grande organizzazione politica alle cui leggi l’organizzazione politica umana deve attenersi.
Nel racconto che ne fa il personaggio dal quale prende il titolo il dialogo, il filosofo pitagorico Timeo, si narra che un artefice divino, il Demiurgo, modella, sulla base di un modello eterno, lo spazio in movimento continuo e disordinato. Lo spazio viene ordinato dal Demiurgo, sulla base di modelli geometrici eterni, in fuoco, acqua, terra, aria; esso viene avvolto, poi, dal Demiurgo stesso, con l’anima del mondo e dotato del tempo: nascono, così, i giorni, le notti, i mesi, gli anni, il sole, la luna e cinque pianeti.
Ammirare i beni divini
Nel modello del cosmo sono presenti tutte le forme dell’essere: imitandole, il Demiurgo plasma le quattro stirpi degli esseri viventi, cioè gli dèi, i volatili, gli animali acquatici, gli animali terrestri. Fra di essi, agli dèi il Demiurgo assegna il compito di completare la plasmazione del cosmo unendo a corpi mortali anime immortali; questi corpi mortali, gli uomini, sono dotati della vista che permette a loro di ammirare i beni divini opera del Demiurgo e di trarre, dalle loro osservazioni, il dono più bello degli dèi, la filosofia.
La bellezza dell’opera divina è stata configurata attraverso un ordinamento equilibrato e una regolazione dell’originario movimento disordinato dello spazio: la figura piana da cui derivano tutte le altre è il triangolo; dalle diverse metamorfosi del triangolo derivano i modelli geometrici di tutte le cose: dal cubo deriva la terra, dalla piramide deriva il fuoco, dalla mescolanza del cubo e della piramide derivano l’aria e l’acqua. Ogni elemento ha la propria funzione nella totalità, nessun elemento deve sopravanzare l’altro, ma deve svolgere la funzione che più gli è propria, pena la distruzione del tutto.
L’anima razionale, l’anima combattiva e l’anima desiderante
Anche l’uomo è composto di tre forze: l’anima razionale, l’anima combattiva e l’anima desiderante, ciascuna con la propria funzione: se l’anima combattiva difende con coraggio la totalità dell’essere umano e l’anima desiderante ne guida le esigenze vegetative, l’anima razionale ha il compito di coordinarle, esattamente come il Demiurgo e gli dèi coordinano i diversi elementi in base al principio “niente di troppo”. “Tutto è dentro di noi, ma io aggiungo che noi siamo dentro tutto” fa dire a Platone Tiziana Carena nell’intervista fantastica di La bottega del linguaggio (seconda edizione, Roma, Aracne, 2020, p. 148). Nell’uomo deve esservi il rispetto per il mondo e per il suo ordine che “dal caos del movimento primigenio un artista divino ha plasmato, secondo i modelli eterni delle idee” (La bottega del linguaggio, cit., p. 176).
Il mondo umano si squilibra attraverso guerre e distruzioni
Ma viene il tempo in cui negli uomini più potenti l’anima razionale cede il posto all’anima desiderante, avida di ricchezze e di dominio. Nel dialogo Crizia che precede il Timeo Platone descrive la presunzione e il progresso irrispettoso della natura della città di Atlantide e la punizione inferta dagli dèi alla città che viene fatta sprofondare nell’Oceano.
Lo sprofondamento nell’Oceano era visto, a quel tempo, come la massima punizione divina. Atlantide muore per avere violato l’ordine del mondo, per avere distrutto quella che noi, oggi, guardando alla sua mitica vicenda, potremmo denominare la sostenibilità del nostro essere nel mondo.
Noi non crediamo più che degli dèi si prendano cura di punire le nostre violazioni dell’ordine del mondo. Ma “se decidessimo di prendere sul serio il cambiamento climatico dovrebbero cambiare pressoché tutti gli aspetti della nostra economia, e invece sono troppi i potenti interessi costituiti che amano lo status quo” (Naomi Klein, Il mondo in fiamme, Milano, Feltrinelli, 2019, p. 23).
Questo è, tuttavia, il messaggio che ci arriva da Platone: come nella Lettera Settima 326 b “Gli uomini non si sarebbero mai liberati dai mali, per generazioni, finché la stirpe di coloro che sono rettamente e veramente filosofi non avesse occupato i vertici politici, o gli amministratori delle città non fossero diventati, per sorte divina, filosofi” (tr. it Platone, La settima lettera, a cura di Andrea L. Carbone, Palermo, due punti edizioni, 2005, p. 10).
Rispettare l’ordine e l’armonia della natura
Il filosofo è colui che rispetta l’ordine e l’armonia della natura ed è colui che è chiamato a governare, secondo Platone. Perché il cosmo è ordine e ordine è, per eccellenza sostenibilità: “stabilire un’armonia tra uomo e Natura non solo risponde a considerazioni di immediato interesse e ad altre che concernono l’esistenza dell’umanità in un prevedibile futuro, è anche un profondo valore culturale perché l’homo sapiens non può pensare di essere il padrone assoluto del pianeta o di vivervi in uno splendido isolamento, come non può disinteressarsi del mondo della vita senza perdere parte della sua stessa umanità che nel corso dei secoli si è nutrita di immagini, fiabe, miti, poesia e canti ispirati dalle altre forme di vita”. Sono le parole di Aurelio Peccei (cfr. Mario Salomone, Alle origini del concetto di sostenibilità in Gian Luigi Bulsei (a cura di), Le sfide della sostenibilità, Roma, Aracne, 2010, p. 49), singolarmente coincidenti con il quadro concettuale platonico, a duemila anni di distanza.
Il “castigo” della hybris umana
Quest’osservazione non è irrilevante: in una cultura pre-industriale, come quella ateniese del IV secolo a. C., caratterizzata dal “blocco tecnologico” (per usare un’espressione di Pierre-Maxime Schuhl) poteva essere ovvio pensare a un’armonia fra essere umano e natura; meno ovvio era il pensare tale armonia nel 1984 (anno al quale risalgono le parole di Peccei sopra riportate). Ma, al di là dell’ovvietà, dalle profondità del IV secolo a. C. ci giunge una prefigurazione del “castigo” della hybris umana nel momento in cui essa supera la misura sostenibile della propria azione sul mondo. Ci ammonisce, in tale senso, il mito di Atlantide; ci ammonisce in tale senso anche il mito del Demiurgo nel Timeo di Platone. Ma severe quanto un inappellabile warning! ci giungono le parole del filosofo del VI secolo a. C. Eraclito di Efeso sull’oltrepassamento della giusta misura nel nostro agire all’interno del cosmo: “Il Sole non oltrepasserà la misura, altrimenti le Erinni, ministre della Giustizia, lo troveranno” (Diels-Kranz, Die Fragmente der Vorsokratiker, B 94).
Potremmo noi, senza danno per tutti, fare quello che nemmeno un dio come il Sole potrebbe fare?
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- FRANCESCO INGRAVALLE
- Francesco Ingravalle, già ricercatore di Storia delle istituzioni politiche presso l'Università del Piemonte Orientale, saggista e storico del pensiero e delle istituzioni politiche.
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