Israele e i palestinesi nel prisma della comunicazione pubblica, echi di potere

Il ruolo della comunicazione pubblica nel plasmare le opinioni emerge chiaramente quando consideriamo gli interessi politici ed economici dietro le notizie che riceviamo. “Israele e i Palestinesi in poche parole” di Marco Travaglio ci invita a sviluppare una visione critica, capace di cogliere le dinamiche di potere presenti nella comunicazione contemporanea. È importante riflettere anche sull’incapacità delle istituzioni internazionali nel promuovere efficacemente la pace globale

Nell’era dell’informazione digitale e dei social media, la comunicazione pubblica gioca un ruolo fondamentale nel plasmare le nostre percezioni e le nostre opinioni. Tuttavia, dietro la facciata apparentemente neutrale delle notizie e delle informazioni, si nascondono spesso interpretazioni soggettive e interessi politici ed economici.

Marco Travaglio, Israele e i Palestinesi in poche parole, PaperFIRST by il Fatto Quotidiano, Roma, novembre 2023

Il libro che stiamo per esplorare ci guida attraverso un viaggio critico nel mondo dell’interpretazione mediatica, invitandoci a considerare con occhio attento e disincantato ciò che ci viene presentato. Con un’epigrafe che invita a “chi non si arruola, ma si informa per ragionare e capire”, siamo introdotti a un’analisi profonda delle dinamiche di potere e manipolazione che permeano la comunicazione contemporanea.

Attraverso le lenti di autori classici e contemporanei, esploreremo come concetti come “stati di folla” e “situazioni di massa” siano stati affrontati nel corso del tempo. Dai pionieri come Gustave Le Bon e Sigmund Freud fino alle analisi più moderne di autori come Sergeij Čakotin e Vance Packard, scopriremo le finalità nascoste della comunicazione pubblica e il suo carattere oligarchico.

In questo contesto, ci immergeremo nel lavoro di Marco Travaglio, autore del libro “Israele e i Palestinesi in poche parole”, il quale ci guiderà attraverso un intricato labirinto di interpretazioni riguardanti il conflitto israelo-palestinese. Attraverso una narrazione articolata e analitica, Travaglio ci invita a guardare oltre le narrazioni politiche preconfezionate, spingendoci a diventare “soggetti teoretici” capaci di scrutare i fatti con occhio critico e disinteressato.

L’importanza dell’informarsi: un’epigrafe significativa

Il libro inizia con un’epigrafe di grande significato: “A chi non si arruola, ma si informa per ragionare e capire”. Il concetto di “arruolarsi” qui è semplice: basta scegliere una delle opzioni disponibili nel mercato dell’informazione e agire coerentemente di conseguenza. Questa coerenza, contrariamente a quanto si possa pensare, è abbastanza comune e rappresenta una delle “basi” di quelle situazioni che, come Gustave Le Bon definiva nel 1895 “stati di folla”, e Sigmund Freud chiamava “situazioni di massa”.

Da tempi passati, come descritto in opere come “Le viol des foules” di Sergeij Čakotin e “The Hidden Persuaders” di Vance Packard, siamo consapevoli delle finalità pragmatiche della comunicazione pubblica e del suo intrinseco carattere oligarchico, cioè difficile da sottoporre al controllo pubblico. Queste sono temporaneamente messe da parte dalle proposte di persuasione razionale sviluppate da Jürgen Habermas con la teoria dell’agire comunicativo, che cerca la risoluzione dei conflitti nella comunicazione pubblica attraverso il dialogo razionale e la persuasione razionale.

La crisi della razionalità

Tuttavia, è proprio l’aggettivo “razionale” che sembra essere stato travolto dalla crisi, una crisi segnalata dalla corrente filosofica del pensiero debole circa quarant’anni fa. Come scriveva Umberto Eco nel suo libro “Quale verità? Mentire, fingere, nascondere” (La Nave di Teseo, Milano, 2023), l’unica certezza che la coscienza contemporanea sembra avere è “La non obiettività della notizia”. “Non si dà una notizia senza interpretarla, almeno nel momento in cui la si sceglie. Un giornale si costruisce con i titoli, con il corpo e lo stile dei titoli, con la disposizione e la formattazione degli articoli, con la collocazione di un articolo in una pagina piuttosto che in un’altra, con l’uso dei colori, se presenti, e con molti altri elementi. Ogni elemento di questo processo rappresenta un’interpretazione” (pag. 19-20).

I “signori” delle interpretazioni

Chi sono i “signori” di queste interpretazioni? I proprietari dei giornali. Questo discorso, naturalmente, non cambia se pensiamo ai social media e alla loro capacità, anche se limitata in termini quantitativi, di generare le “situazioni di folla” discusse da Le Bon, Freud, Čakotin e Packard. L’obiettivo di queste interpretazioni è sempre quello di suggerire, stimolare comportamenti e azioni: in altre parole, l’obiettivo dell’interpretazione è sempre politico.

La guerra come oggetto di interpretazione

Uno degli “oggetti” di più frequente interpretazione è la guerra che stimola enormemente lo sviluppo delle interpretazioni (realisticamente denominabili “propaganda”).

Marco Travaglio, nel volume Israele e i Palestinesi in poche parole (Paper First by il Fatto Quotidiano, Roma, novembre 2023), ancora al secondo posto nella classifica delle vendite di saggistica pubblicata da “Il Sole 24 Ore” del 3 marzo 2024 compie un complesso lavoro di svelamento interpretativo.

Un lavoro che presuppone nel lettore uno sforzo, lo sforzo di trasformarsi in qualche cosa di molto simile a quello che Arthur Schopenhauer chiamava “soggetto teoretico” di fronte ai nudi fatti, contemplatore “disinteressato” a sostenere una parte o l’altra.

Israele e i palestinesi

Guardando alla prima fase della storia dello Stato di Israele, l’autore, osserva che “circondato da paesi che si proponevano di distruggerlo e ci avevano provato per ben quattro volte in 25 anni” lo Stato di Israele appariva come Davide contro Golia, e tale appariva ancora quando il 7 ottobre 2023 Hamas ha sterminato 1.400 ebrei israeliani e preso in ostaggio 239 persone, “la sera stessa Netanyahu si è impegnato allo spasimo per farlo tornare Golia, riuscendo paradossalmente a rafforzare Hamas” (pp. 12-13).

La comunicazione pubblica ha sviluppato, da quel momento, quasi la seguente equazione: “fronte pro-Ucraina e anti-Russia = fronte pro-Israele e anti-Hamas”; un’equazione infondata, perché “la Russia, dal 1947 al 1967 e poi di nuovo dopo il 1989, ha avuto e ha buoni rapporti con Israele, mentre Usa e Nato hanno ottime relazioni con il Qatar e le altre monarchie della penisola arabica che armano, finanziano e ospitano Hamas” (p. 15).

Contesti geopolitici

Si pensi alla Turchia di Erdogan che giustifica ed elogia Hamas e fa parte, come l’Italia, della Nato e dell’Algeria che finanzia Hamas ed è il primo fornitore di gas dell’Italia pro-israeliana. Ma non basta: quando, nel 2006, Hamas aveva accolto l’invito del presidente dell’Autorità nazionale palestinese, dell’Onu, dell’Ue e della Russia ad accettare le regole democratiche per partecipare alle prime elezioni dell’Autorità nazionale palestinese, poi aveva vinto le elezioni, “Usa & Ue avevano iniziato a boicottare l’Autorità nazionale palestinese.

Da allora i palestinesi, pro o anti-Hamas, hanno capito cos’è la democrazia per noi “buoni”: una finzione che evapora se vince chi non vogliamo noi” (p. 16). Inoltre è falso che quella del 7 ottobre sia per Israele “la più grave strage di civili della sua storia, ma i rischi che ha corso per la sua sopravvivenza fino agli anni 80 erano infinitamente superiori a quelli che corre oggi. Hamas non ha la forza militare per spazzarlo via; e neppure l’Iran […] né l’Egitto, né la Giordania, né la Siria, né il Libano, né l’Iraq, che fra il 1948 e il 1973 attaccarono più volte Israele, hanno alcuna intenzione di rifarlo” (p. 17).

Origini dell’Isis e il finanziamento di Hamas

“Se l’Isis la crearono USA & C. rovesciando i sunniti di Saddam Hussein in Iraq per mettere su gli sciiti, Hamas lo finanziano i nostri alleati turchi e i nostri amici algerini qatarini e sauditi (i “buoni” che ci vendono il gas contro il cattivo Putin)” (p. 18).

L’Autore constata che “14 anni di era Netanyahu hanno raso al suolo la formula ‘due popoli, due Stati’ sancita da Rabin e da Arafat a Oslo nel 1993. Che poi è l’unica soluzione al conflitto rispettosa del diritto internazionale e dell’autodeterminazione dei popoli (che dovrebbe valere per tutti: dai palestinesi ai russofoni del Donbass). E l’unico strumento in grado di tagliare l’erba sotto i piedi ad Hamas e a qualcosa di ancor peggiore domani” (pp. 18-19).

Peraltro, Israele, in passato, ha battuto il terrorismo soltanto con le operazioni di intelligence, non con l’invasione militare e la guerriglia vicolo per vicolo, tunnel per tunnel che è ”il sogno di Hamas, che la preparava da anni” (p. 19).

Geoeconomia e proiezioni geopolitiche

In altri termini: la geoeconomia e le sue proiezioni geopolitiche (soprattutto la geopolitica delle fonti energetiche), avverte l’Autore, ci mostrano, e non solo per il Medio-Oriente, un quadro completamente diverso da quello fornitoci dall’arena della comunicazione pubblica nella quale, per dirla con Guy Débord, “il vero è un momento del falso” (La società dello spettacolo, 1967).

Struttura del libro “Israele e i Palestinesi in poche parole”

In otto capitoli (con un’appendice cronologica, una lista di parole-chiave e una bibliografia per approfondire) passano sotto gli occhi del lettore la vicenda degli Ebrei prima di Israele, il “battesimo di sangue” (1948-1966), la Guerra dei sei giorni (1967-1972), la fase che va dalla guerra del Kippur agli accordi di Camp David (1973-1982), la “guerra in casa” (1983-1992), la vicenda degli accordi di Oslo (1993-2000), il “colpo d’ala del Falco” (2001-2008) e, infine, gli “anni neri di Bibi” Netanyahu (2009-2023); ogni capitolo è corredato di una cartina geopolitica della regione palestinese-israeliana.

Inefficacia dell’ONU

Una vicenda nella quale brilla per inefficacia l’Onu. L’Onu (fondato nell’ottobre 1945) è un’entità di diritto internazionale sostanzialmente impotente, come lo era stata la Società delle Nazioni (fondata nel 1920 e dissolta nel 1946) e per la stessa ragione: il mancato sviluppo di una effettiva forza sovranazionale in grado non tanto di interporsi fra i contendenti, quanto di impedire concretamente ai contendenti di fronteggiarsi armi in pugno.

Struttura del Consiglio di sicurezza e equilibrio di potere

La dialettica delle relazioni internazionali si è, fino a ora, sviluppata attraverso i rapporti di forza fra gli Stati che nessun sistema di diritto internazionale, di per sé, è mai riuscito a normare concretamente. È in conseguenza dei rapporti di forza internazionali generati dalla fine della Seconda guerra mondiale che il Consiglio di sicurezza prevede la presenza di cinque membri permanenti (Cina, Russia, Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna) che dispongono, ciascuno, del diritto di impedire l’adozione di qualsiasi risoluzione (a parte le risoluzioni di carattere procedurale) con un voto contrario, esercitando il “diritto di veto”. Gli altri dieci seggi del Consiglio sono assegnati a turno per due anni agli Stati membri non permanenti.

Dinamiche della Guerra fredda e conflitti successivi

I cinque membri permanenti dispongono della bomba atomica, pertanto possono essere definiti i signori dell’ “equilibrio del terrore” (che ha stabilizzato i rapporti internazionali durante la “Guerra fredda” (1947-1991)). Si comprende bene che soltanto l’accordo fra i cinque membri permanenti è in grado di impedire una guerra fra altri Stati. Se nel periodo della Guerra fredda tale accordo non esisteva se non come controbilanciamento delle forze e i conflitti fra “Occidente” e “Oriente” avvenivano “per procura” e in forma limitata, nel periodo successivo la Nato da un lato, la Russia e la Cina dall’altro costituiscono le basi per un equilibrio assai dinamico (cioè ugualmente costellato da “guerre per procura”).

Situazione nella Striscia di Gaza, conflitto tra Israele e i palestinesi

Nella striscia di Gaza: “11 mila palestinesi uccisi, di cui 4.500 bambini e 27.500 feriti nei primi 45 giorni; il 50% delle case distrutte: oltre un milione di sfollati (circa la metà della popolazione) in fuga verso la parte sud della Striscia e il deserto del Negev; catastrofe umanitaria e sanitaria; aiuti alimentari col contagocce (le frontiere con l’Egitto e con Israele sono sigillate, salvo qualche sporadico varco). Intanto Hamas, tutt’altro che indebolito, continua imperterrito a colpire lo Stato ebraico: quasi 15mila razzi in sei settimane. E ottiene due degli scopi che si proponeva con il pogrom: il congelamento dei nuovi Accordi di Abramo fra Israele e l’Arabia Saudita e una guerra con lo Stato ebraico nella giungla di Gaza” (p. 108).

Richiesta di un accordo mondiale per la giustizia e la pace tra Israele e i palestinesi

Non è una guerra mondiale, come non lo è la guerra russo-ucraina. Ma, come nella Prima e come nella Seconda guerra mondiale, continua a mancare il “Terzo necessario”, cioè l’accordo mondiale in base alla giustizia e alla pace (già teorizzato, fra gli altri, da Otto Neurath, Pianificazione internazionale per la libertà, 1942) trasformato in forza politica sovranazionale. Soltanto un’esigenza della ragione pura pratica?

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