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Storia e guerra, fino a ora un binomio indissolubile

| FRANCESCO INGRAVALLE

Tempo di lettura: 7 minuti

Storia e guerra, fino a ora un binomio indissolubile

Le visioni sulla guerra variano: da Hegel che la vede come parte inevitabile della storia, a Kant che auspica la pace perpetua. Le cause dei conflitti includono la psicologia delle masse e la geopolitica economica, nonostante le teorie sulla fine dei conflitti nel contesto post-Guerra fredda.

Non ha, forse, scritto Hegel nei Lineamenti di filosofia del diritto (1821) che “se non ci fossero le guerre i libri di storia sarebbero una raccolta di pagine bianche”, quasi a compendiare le vedute di Thomas Hobbes nel Leviathan (1651)? Ma questo è l’esatto opposto dell’auspicio razionale di Immanuel Kant in Per la pace perpetua (1795). È possibile o non è possibile una storia umana senza guerra?

La guerra come complesso di atti criminali

Lev Tolstoj scrive: “Per studiare le leggi della storia dobbiamo sostituire completamente l’oggetto della nostra indagine, lasciare in pace i re, i ministri e i generali, e studiare quegli elementi omogenei e infinitesimali che condizionano il comportamento delle masse” (Guerra e pace (1865-1869) tr. it. di Pietro Zveteremich, Garzanti, Milano, 2007, p. 1001 centrato sulla guerra russa contro la Francia del 1812).

Una trentina d’anni dopo, in Francia, Gustave Le Bon scriverà che gli individui che compongono una massa “acquistano una sorta di anima collettiva per il solo fatto di appartenere a una folla” (Psicologia delle folle (1895), tr. it. di Lisa Morpurgo, Milano TEA, 2004, p. 49) e precisa in Psicologia politica (1910, libro II, tr. it. di Adrian Popa, OAKS, Milano, 2022) che i moventi reali dell’azione delle masse sono la paura, l’odio, l’invidia.

In Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921) Freud scrive: “La massa è straordinariamente influenzabile e credula, è acritica, per essa non esiste l’inverosimile. Pensa per immagini, che si richiamano vicendevolmente per associazione come, nel singolo, si adeguano le une alle altre negli stati di libera fantasticheria; queste istanze non vengono valutate da alcuna istanza ragionevole circa il loro accordo con la realtà” (tr. it. di Emilio A. Panaitescu, Boringhieri, Torino, 1983, p. 19).

A proposito della Prima guerra mondiale Freud, ancora, scrive nel 1915: “Due fatti hanno suscitato in questa guerra la nostra delusione: la scarsa moralità all’esterno di quegli Stati che all’interno si erigono a custodi delle norme morali, e la brutalità del comportamento di quei singoli individui che, in quanto membri della più progredita civiltà umana, non ci saremmo aspettati capaci di tanto.” (Sigmund Freud-Albert Einstein, Perché la guerra?, Bollati Boringhieri, Torino, 2012, pp. 22-23).

Clausewitz e la concettualizzazione delle guerre

La guerra, di per sé, è così definita da Carl von Clausewitz, il celebre teorico prussiano vissuto tra il 1780 e il 1831, tra i più importanti militari del periodo delle guerre napoleoniche (proprio l’epoca in cui è ambientato Guerra e pace di Tolstoj): “La guerra è un atto della violenza e non c’è limite alcuno nel suo impiego. Dal momento che ognuno impone all’altro questa legge, ne nasce un’interazione che concettualmente conduce necessariamente all’estremo” (Della guerra, nuova edizione a cura di Gian Enrico Rusconi, Einaudi, Torino, 2000, p. 20). Un estremo soltanto teorico, perché la guerra “viene fuori sempre da una situazione politica e viene suscitata soltanto da un motivo politico” (Clausewitz, cit., p. 37), perché i mezzi materiali della guerra non sono illimitati.

La guerra è “una continuazione dell’interscambio politico” (p. 38) con altri mezzi, dato che “l’intenzione politica è lo scopo, la guerra è il mezzo”, come è mezzo l’accordo diplomatico senza ricorso all’uso delle armi (ma condizionato, quantitativamente e qualitativamente, dai rispettivi arsenali militari).

La guerra attraverso le lenti religiose e filosofiche

Lo si vede con chiarezza: l’alternativa “guerra giusta/guerra ingiusta” è fuori causa. Essa ha una lunga storia, fin dai tempi di Francisco de Vitoria (De iure belli Hispanorum in Barbaros, 1532) e di Ugo Grozio (De iure belli ac pacis, 1625), ma riconducibile al giudizio cristiano sulla guerra, come, del resto, il celebre saggio di Immanuel Kant Per la pace perpetua (1795); per Kant la pace è l’accordo con l’impegno di non ricorrere mai più alla guerra; ma, nella realtà, ogni accordo di pace implica tacitamente la riserva mentale di un futuro ricorso alla guerra. Il mondo pre-cristiano considerava la guerra come una normale possibilità nelle relazioni fra soggetti politici collettivi, oltre che come una formidabile occasione per acquisire mano d’opera schiavile (si veda Luciano Canfora, Guerra e schiavi in Grecia e a Roma. Il modo di produzione bellico, Palermo, Sellerio, 2023).

La guerra come atto sacrilego e criminale

Se si considerano gli esseri umani, sulla base del Cristianesimo (in tutte le sue varianti), come uguali di fronte a Dio, con la stessa dignità perché “figli di Dio”, legati, quindi da un forte vincolo di solidarietà, la guerra non può che configurarsi come un insieme di atti sacrileghi. Cambia ben poco se si considera la guerra dall’angolo visuale di quel “cristianesimo ateo” che è il socialismo scientifico: la guerra è un complesso di atti criminali: l’essere umano è l’essere più alto per l’essere umano” ha scritto Ludwig Feuerbach (dalla cui critica dell’idealismo di Hegel si è sviluppato il socialismo scientifico di Karl Marx e Friedrich Engels); ma l’omicidio è la legge principale della guerra.

Non esiste una guerra che non sia un insieme di crimini, a meno di non voler recuperare (come ha fatto Friedrich Nietzsche) la visione del mondo “pre-socratica” o, più generalmente, pre-cristiana. Dall’angolo visuale cristiano, come da quello umanistico, la guerra è un complesso di atti criminali di cui il genocidio è soltanto uno dei possibili punti d’approdo.

Le cause oggettive delle guerre

Il giudizio morale sulla guerra non ne spiega le cause oggettive, soprattutto in società di massa. Se si unisce la “legge ferrea dell’oligarchia” di Robert Michels (- chi dice democrazia, dice organizzazione, chi dice organizzazione dice oligarchia, chi dice democrazia , dice oligarchia; sia pure rielaborata nella forma più rassicurante della democrazia elitistica di Joseph A. Schumpeter, Capitalismo, socialismo, democrazia, 1942) alla psicologia delle masse elaborata da Le Bon e da Freud (e, magari all’Etologia della guerra di Irenäus Eibl-Eibesfeldt, Bollati Boringhieri, Torino, 2023) arriviamo al “come”, non al “perché” della guerra.

Il ruolo del capitalismo nell’incitare i conflitti

Il “perché” si annida nelle proiezioni geopolitiche dei conflitti geoeconomici attivi sin dall’inizio dell’“età dell’imperialismo”. In Il socialismo e la guerra Lenin e Zinoviev scrivono: “Per il capitalismo, sono divenuti angusti i vecchi Stati nazionali senza la cui formazione esso non avrebbe potuto abbattere il feudalesimo” (tr. it in Il socialismo e la guerra, Lotta comunista, Milano, 2008, p. 111); il passo citato continua così: ”Il capitalismo ha sviluppato a tal punto la concentrazione, che interi rami dell’industria sono nelle mani di sindacati, di trust, di associazioni di capitalisti miliardari, e quasi tutto il globo è diviso tra questi “signori del capitale” o in forma di colonie o mediante la rete dello sfruttamento finanziario che lega con mille fili i paesi stranieri.”

A distanza di oltre un secolo questo scenario si è fatto sempre più ‘denso’, perfezionato nella forma di “capitalismo cibernetico” (Renato Curcio, Il capitalismo cibernetico. Dopo il panottico, oltre la sorveglianza, Sensibili alle foglie, 2022).

I rapporti tra i diversi gruppi economici non sono pacifici; lo mostra una constatazione: dopo la seconda guerra mondiale, il numero delle guerre in tutti i continenti non è mai sceso sotto il centinaio (si veda oxfamitalia.org); quest’anno, secondo i dati riportati da “Global Humanitarian Overview” il numero delle persone bisognose di aiuti umanitari- in conseguenza delle guerre, soprattutto- è di trecento milioni.

Capitalismo cibernetico e persistenza del conflitto

Siamo, oggi, nell’era del capitalismo cibernetico, come si è detto: si deve constatare che il nesso fra capitalismo e guerra è forte, almeno quanto lo era al tempo del libro di Werner Sombart Guerra e capitalismo (1913, tr. it. a cura di Roberta Iannone, Milano, Mimesis, 2015). Si è ritenuto, per lungo tempo, che l’integrazione dei mercati, almeno a partire dagli anni Cinquanta del XX secolo, avesse una funzione di inibizione delle guerre, secondo quanto teorizzato da David Mitrany (Le basi pratiche della pace, 1943, rist. a cura di Stefano Parodi, Firenze ETS, 2013) e che la creazione di “istituzioni sovrapposte agli Stati” (Otto Neurath, Pianificazione internazionale per la libertà, 1942, ed. italiana a cura di Francesco Ingravalle, Tiziana C. Carena, Laura Coppo, Torino, Scholè, 2010) sul piano internazionale, avesse un analogo effetto di inibizione delle guerre.

Così non è stato.

Il fallimento delle previsioni sulla fine delle guerre

Nel corso degli anni Ottanta e Novanta si è parlato di “fine della storia” (Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, tr. it. di Delfo Ceni, Milano, Rizzoli, 1992), e di “fine dello Stato” (Kenichi Ohmae, La fine dello Stato nazione e la crescita delle economie regionali, tr. it. di Enrica Angelini, Milano, Dalai, 1996), oltre che di “scontro di civiltà” (Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, tr. it. di Sergio Minucci, Milano, Garzanti, 2000), cioè di fine delle guerre (perché finiscono gli Stati-nazione, considerati causa delle guerre) o di guerre determinate da assetti culturali inconciliabili (in cui compaiono macro-soggetti della politica internazionale come l’”Occidente” identificato con la N.A.T.O., di fatto).

La persistenza delle guerre nel contesto post-Guerra fredda

I dati smentiscono sia la teoria della fine della storia, sia la teoria della fine dello Stato sovrano: dopo il 1989, 57 guerre hanno devastato 45 Paesi (come si legge in Marina Forti, Guerre dimenticate (2009) in treccani.it/enciclopedia/guerre-dimenticate_XXI-Secolo). Importanti sono, naturalmente, i dati sulla esportazione di armi nel mondo; secondo i dati dello “Stokholm International Peace Research Institute” (Sipri) tra il 2017 e il 2021 gli U.S.A si sono collocati al 38,6%, la Russia al 18,6%, la Francia al 10,7%, la Cina al 4,6%, la Germania al 4,5%, l’Italia al 3,1%, il Regno Unito al 2,9%, la Corea del Sud al 2,8% (si veda Luca Tremolada, Chi sono i Paesi che esportano più armi nel mondo? Il caso Italia).

Di fatto, gli ex-Stati sovrani si sono già compattati da tempo (vedi il caso della N.A.T.O., attiva dal 1949) e si stanno compattando in aree regionali tecno-finanziarie a guida dello Stato tecnologicamente più forte; la storia “continua” perché continuano le guerre (se, con Hegel, vogliamo identificare nella guerra il maggiore fattore di cambiamento storico), sia pure “per procura” (secondo uno schema ereditato dal tempo della guerra fredda, ma in un quadro di rapporti internazionali molto più complesso).

Il consolidamento dei grandi organismi militari e finanziari

I grandi organismi militari e finanziari non sono una novità, lungo il corso del tempo che va dal 1945 al 1989 a oggi: un tempo il blocco della Nato e il blocco sovietico, dopo il 1989 il blocco della Nato avanza verso est sino alla recente, logica “frizione” con la Russia (guerra in Ucraina), accanto al silenzioso crearsi di un blocco cinese.

Ci ritroviamo con almeno due focolai di guerra (per limitarci a quanto è sotto gli occhi dei media): in Ucraina e nel Medioriente. Due focolai risalenti: all’espansione della Nato verso est dagli anni Novanta del Ventesimo secolo e alla situazione determinata dalle maggiori potenze a partire dal 1948 in Palestina. Ancora una volta, l’Onu si è rivelato inidoneo a impedire le guerre, a causa di una debolezza interna, dovuta alla modalità genetica dell’Onu.

La persistente influenza degli ex-Stati sovrani nella geopolitica globale

L’Onu, sorto dalla Seconda guerra mondiale, ne reca, nell’organizzazione del Consiglio di sicurezza, le tracce indelebili: il diritto di veto in grado di impedire una deliberazione da parte della maggioranza è riservato a ciascuno dei cinque membri permanenti: Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia e Cina (non a caso: gli Stati vincitori della Seconda guerra mondiale). Questo dispositivo di veto impedisce al Consiglio di sicurezza di funzionare ogniqualvolta fra i cinque vincitori della Seconda guerra mondiale non sussista unanimità. Cioè, sempre.

Perché?

La geoeconomia determina la geopolitica. Con buona pace di chiunque ritenga Marx e Lenin “sorpassati”.